martedì 12 maggio 2026

Franco Astengo: La formula elettorale

LA FORMULA ELETTORALE POSSIBILE PUNTO D'INCONTRO PER IL CENTRO-SINISTRA? di Franco Astengo Intendiamoci in partenza: la formula elettorale (quella formula che traduce i voti in seggi: in questo caso nelle elezioni politiche) non è elemento del sistema politico da lasciare riservato a qualche specialista mescolatore di formule più o meno magiche. La formula elettorale (cosa diversa dalla "legge" che è questioni diversa e più complessa) può essere considerata l'architrave del sistema e di conseguenza l'architrave della democrazia così come un Paese riesce a concepirla. La mia proposta è molto semplice: una proposta di modifica dell'attuale formula potrebbe rappresentare l'effettivo punto di incontro dello schieramento di centro-sinistra che dovrebbe proporsi alternativo a quello che sostiene l'attuale governo. In luogo delle primarie (ci si augura davvero che la nuova formula attualmente in discussione non preveda l'indicazione del candidato/a presidente del consiglio) si potrebbe convocare una "convenzione" fra tutti i soggetti interessati e costruire una proposta unitaria da portare prima nella battaglia parlamentare e poi, anche in caso di sconfitta, quale elemento distintivo nella campagna elettorale quale punto di riconoscimento sul tema della democrazia nel rispetto della Costituzione (che non contiene indicazioni di formula) ma che presenta chiare indicazioni sulla qualità democratica che ne ispira il discorso istituzionale che vi è contenuto. (titoli I e III). Ancora una volta la discussione in corso su questo tema appare tarata esclusivamente sugli interessi immediati dei diversi attori politici: in questo caso addirittura ci si occupa soprattutto del meccanismo di spartizione tra gli attuali alleati di governo e alcuni ipotetici passaggi sono misurati proprio su questi parametri di convenienza. Sicuramente quando l'Assemblea Costituente varò la formula che poi (salvo l'intervallo della "legge truffa") regolò le elezioni legislativa generali fino al 1992 fu agevolata nel suo lavoro dall'assenza di precedenti e dall'incertezza sull'esito futuro ( nelle elezioni del 1946 la DC aveva raggiunto il 35% e la somma delle sinistre tra PCI e PSIUP toccava il 38%: alla fine risultò decisiva la scissione socialdemocratica che sottrasse al Fronte Popolare esattamente il 7% dei voti validi). Il concetto di fondo però era chiaro comunque per tutti: il privilegio della rappresentanza politica sulla governabilità. Quando 5 anni dopo la DC tentò di anteporre governabilità a rappresentanza subì nei suoi alleati, quelli più sensibili alle istanze resistenziali e costituzionali (dal centrismo uscirono Ferruccio Parri e Piero Calamandrei) alcune mini-scissioni (Unità Popolare, il Fronte liberale di Corbino - non l'USI che arrivava dal PCI ma fece comunque fronte comune - che alla fine determinarono lo strettissimo margine sul quale la proposta maggioritaria si infranse causando anche la definitiva caduta di De Gasperi. Questo esempio vale per oggi: il rispetto costituzionale rappresenta ancora, e soprattutto, per le giovani generazioni un punto di riferimento fondamentale della battaglia politica, come ha dimostrato anche l'esito referendario dello scorso 22/23 marzo. Quei 15.000.000 di voti richiamati compattamente attorno all'idea costituzionale di una democrazia rappresentativa potrebbero rappresentare la sostanza di un'operazione elettorale decisiva per l'avvenire della nostra democrazia repubblicana. Quello delle elezioni 2027rappresenterà un passaggio fondamentale anche rispetto alla stessa idea di “democrazia diretta” che, in certi ambienti è stata contrabbandata come momento “salvifico” rispetto al cosiddetto strapotere della degenerazione burocratica nella gestione dei partiti. Un vero e proprio "contrabbando di democrazia" che ha avuto esiti particolarmente negativi legittimando un populismo che alla fine ha portato acqua soltanto al mulino dell'astensione. La rappresentanza politica, infatti, deve trovare (com’è stato del resto, pur tra contraddizioni evidenti, in Italia nel periodo dei grandi partiti di massa) nel riferimento costituzionale e nell’idea giuridica della personalità dello Stato (in cui si rappresenta la “totalità del corpo politico”) il cardine dell’unità politica del popolo. Fuori da questo non c’è popolo ma soltanto una disgregata moltitudine facilmente manipolabile da imbonitori di varia taglia (adesso chiamati "influencer"). Questi elementi fin qui descritti definiscono l’orizzonte logico in cui viene necessariamente pensata la rappresentanza della modernità politica, superando l'idea della "democrazia del pubblico" che in Italia ha avuto il suo apice tra fine della repubblica dei partiti e l'avvento del M5S poi presto trasformatosi in "corifeo di governo". La rappresentanza definisce l’unica modalità che permette al popolo di agire come corpo politico e la legge elettorale rappresenta lo strumento – cardine, in democrazia, perché sia razionalmente possibile quest’azione. L’espressione della volontà comune che non coincide con quella dei singoli che stanno alla base del mandato (è di nuovo il caso delle liste bloccate, corte o lunghe che siano) letteralmente non esiste se non prende forma mediante la rappresentanza. Mi permetto così di considerare la necessità che su questi temi riflettano assieme tutte le forze politiche e sociali, gli intellettuali, i portatori di interessi intermedi: una riflessione comune urgente e indispensabile.

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