mercoledì 4 marzo 2009

giancarlo nobile: coprire un vuoto a sinistra per la riconversione ecologica

COPRIRE UN VUOTO A SINISTRA
PER LA RICONVERSIONE ECOLOGICA

Giancarlo Nobile
comitatogobetti@libero.it



Mai, come in questo momento, nella storia della nostra Repubblica Antifascista, la sinistra è stata così debole, frastornata, frammentata, e questo proprio quando psicofascisti sono al governo guidati da un personaggio caracaturale sorretto dalle più nefaste forze che agiscono nel sottosuola dello Stato Italiano.

,Ora la sinistra è un’ectoplasma e questo in tutte le sue interpretazioni dai liberalsocialisti ai comunisti, e perciò si sente sempre più bisogno, sotto la spinta dei rapidi cambiamenti in atto, di un momento di sintesi, un nuovo aggregato che unisca tutte le anime che compongono la sinistra per vincere le sfide che bloccano il futuro.

In Italia si è fatta chiarezza, ora che una parte dei DS si è spostata a centro: questo processo è nell’alveo di un fenomeno mondiale; sulla spinta della paura di massa che pervade l’occidente una parte della sinistra tende a diventare destra o chiudersi in un vacuo centro, ma questa è una resa politica alle tempeste che si stanno abbattendo sull’umanità come crisi ecologica, processi migratori, globalizzazione non democratica, liberalismo illiberale.

Questo è un centro vuoto che così ben definisce Josep Ramoneda (Dopo la passione politica Ed. Garzanti Milano): “ Il centro si definisce per essere uno spazio vuoto nel quale tutte le ideologie si neutralizzano e sfumano. Il centro è il luogo ideale per pronunciare la dissoluzione della politica. Se non c’è niente da dire, rimane solo da amministrare. Il centro è un territorio senza ideologia, il luogo in cui non si è né di destra né di sinistra, né democratici, né antidemocratici” Per definirla meglio possiamo usare il concetto dell’antropologo Marc Augè il centro è “un non luogo” ove si vende di tutto e il contrario di tutto e va bene per tutti.

Ma, invece, oggi vi è ancor di più bisogno di una netta definizione di destra e sinistra, di scelte politiche, di identificazione in progetti forti, occorre ‘ora e subito’ una sinistra unita che gestisca il presente chiuso dalla sua crisi, essenzialmente ecologica, e apra al futuro con coraggio lasciando anche simboli di altri tempi per acquisire quelli del presente da conquistare.

Il mondo cambia in modo rutilante, la storia accelera ed è impensabile un futuro che ricalchi vecchi schemi ed è dunque impensabile che non abbia il rinnovato apporto del pensiero di sinistra. Il problema che oggi si pone in Italia e a tutte le aree del mondo è come riuscire ad innescare un ciclo virtuoso nei diversi campi dell’economia, della politica, dell’affermazione dei diritti di libertà e di eguaglianza, un impatto dolce con l’ambiente tramite un nuovo modello concettuale di territorio.

E’ un comportamento di responsabilità che la sinistra deve assumersi, mentre la più grave crisi economica sta spazzando via l’autistico liberismo degli anni 80. Invece di guerre armate l’umanità ha bisogno della guerra delle idee e dei progetti ed è questo il compito storico che oggi ha davanti la sinistra, e può svolgerlo solo se agisce unita.

Ed è questa sinistra unita che può accelerare il superamento della crisi dell’Europa. Solo con una sinistra forte in una forte Europa potremo essere costruttori del nostro presente e aprire le porte al futuro.


L’ambientalismo

L’ambientalismo è stato, con il femminismo, la grande novità, di ideali e di rivendicazioni nati dalla sinistra, esso ha mosso il secolo da poco trascorso, ma mentre il femminismo ha avuto, in occidente, almeno su base legislativa, una sua consacrazione, l’ambientalismo è rimasto ancorato alla continua mediazione e ricerca, di un suo essere in una società che è in se anti-naturista com’è nell’antinomia uomo-ambiente prodotto dal dualismo (essere/ente) che è proprio della cultura ellenistico/giudaica che la permea.

Antinomia che ha permesso all’occidente di tener lontano, oggettivandola, la natura e dunque analizzarla, renderla artificiale e da qui lo sviluppo della scienza e della tecnologia, permettendo a buona parte dell’umanità di affrancarsi dai bisogni primari. Ma tutto ciò nel contempo non ha consentito che la natura diventasse parte integrante della vita dell’uomo ma qualcosa che sta al di là e, negli ultimi tempi, in modo assurdo, qualcosa di cui l’uomo può prescindere.

Dalla crisi del rapporto uomo-ambiente sono nati, nella seconda metà del XX secolo, movimenti che cercavano un nuovo e equilibrio e da ciò nacquero i Verdi dapprima in Germania e poi ovunque; anche il Italia, esprimendo qui uno dei suoi massimi pensatori come Alex Langer. Ora la crisi ecosistemica che viviamo obbliga a rivedere tutti i paradigmi, rompere gli schemi e far diventare l’ambientalismo patrimonio ideale e programmatico di tutta la sinistra.

Per la sinistra comunque è bene ri-vedere e ri-orientare in una visione ampia della questione ambientale per far ciò occorre fare alcune puntualizzazione che delineino il contesto e le ragioni dell’agire delle ragioni stesse della sinistra, le sue radici di “idee sostenute da passioni” che la fanno esistere, per il rischio di pensare ad un lavoro per punti, senza vedere il filo e le ragioni per noi fondamentali, di un lavoro politico che abbraccia tematiche così vaste che, a volte, apparentemente, sembrano non legate fra loro.

Alcune di queste puntualizzazioni cercherò di proporle in questo ragionamento ma esso va visto come lavoro in divenire da ampliare e a cui si sollecita la discussione più ampia.

La premessa è che la funzione della sinistra è quella difficilissima della ritirata, quella pericolosissima dello sganciamento dal campo di battaglia. Dalla battaglia che l’uomo combatte sempre più accanitamente, non contro la natura, come erroneamente si dice, errore che comporta una sbagliata azione politica, ma la guerra che l’uomo fa contro se stesso. E’ assurdo ma è così. Dunque inquadriamo la questione non nella sua visione apologetica, tanto cara agli affezionati delle progressive sorti dell’umanità, dell’uomo che domina la natura, ma in quella vera follia di una specie che si autocombatte fino a giungere, gradatamente, tramite la distruzione del suo habitat, all’autodistruzione.

In questa prospettiva la questione diviene più chiara, e diviene più chiara la ragione per cui la sinistra deve trovare una unità di fatto. Nelle sue radici – generosità, liberta, fraternità, uguaglianza, probità - la sinistra ha la potenza per organizzare il popolo dei rinsaviti che si fanno medici per curare la follia umana.

Nel contempo diviene più chiaro ciò che deve fare la sinistra: essa deve entrare nei campi di battaglia e organizzare la ritirata strategica indicando la via di sganciamento.

Dunque entrare nel mondo dell’industria, del commercio, del sindacato, dei processi di globalizzazione, nel mondo della scuola, della sanità, delle banche ed indicare nuove strade che rendano compatibile “l’ombra dell’uomo sulla terra” con le altre specie.

Per la sinistra, pensare ed agire sull’uso del territorio, dell’ambiente – inteso non come variabile che si aggiunge alle altre, ma come pre-condizione delle scelte – sulla salute, sul lavoro, sull’emarginazione – nel senso più ampio – sull’economia significa non fare delle ipotesi ma edificare delle idee e delle priorità di lavoro da tradurre in modo pragmatico nell’agire politico nel sue essere nella società.

Le richieste di vita migliore, di uguali diritti, di rispetto dell’ambiente sono bisogni che sempre più trovano cittadinanza e si impongono nell’insieme della società civile e fanno parte del bagaglio di tutti i partiti della sinistra.

Su alcuni temi dobbiamo misurare la nostra capacità innovativa, recuperando una carica di identità e di esperienza che sicuramente abbiamo maturato nel tempo, Ma ha bisogno di aggiornamento teorico e pratico.

E per tale motivo si auspica lo sviluppo di un confronto a tutto campo all’interno dell’arcipelago della sinistra rispettando e valorizzando le diversità esistenti, ma trovando anche sintesi che ci permettano di elaborare strategie e programmi politici per essere forza di governo.

La sinistra non può per le spinte che ha in sé, esaurire la propria funzione o in un ruolo di pura e semplice contestazione o di sterile opposizione e quando ha responsabilità di gestione fermarsi all’esistente. Deve invece, sempre, indicare scelte alternative per la riconversione ecologica di questo modello, dello sganciamento, della ritirata dall’insensata distruzione dell’habitat. Occorre elaborare e proporre nuove strade per la politica energetica, dei consumi, dei trasporti, dell’educazione, della produzione di beni. Sono nuovo orizzonti, sono un nuovo modo di gestire la cosa pubblica, sono un nuovo mondo la raggiungere.

La sinistra per la metamorfosi della società

La sinistra deve diventare l’agente di una metamorfosi da compiersi senza indugi pena, come viene evidenziato dall’accelerazione della crisi ecosistemica, di arrivare a breve alla crisi del modello di vita su questo pianeta.

Ma occorre aver presente che non vi è metamorfosi senza lasciare dolorosamente una parte di sé, senza tener conto dell’angoscia di lasciar certezze e sicurezze.

E occorre altresì tener presente che qualsiasi metamorfosi comporta delle resistenze del vecchio che non vuole marginarsi. Avremo così varie esistenze come quella culturale e dei comportamenti, nonostante l’accresciuta sensibilità, frutto soprattutto dell’emotività generale degli allarmi e dai continui disastri ecologici, permane diffusa la convinzione che l’ambiente sia più che altro hobby o una mania di associazioni, che attenga più al gusto estetico ed all’amore per la natura e dunque di indefessi piantatori di alberi e difensori di passeri.

Vi sono poi le resistenze partitiche. Il sistema politico italiano nella sua anomalia ha consolidato una vasta gamma di interessi e di tutele, che purtroppo, spesso giungono ad unirsi al mondo malavitoso, delle quali gruppi di dirigenti politici a livelli nazionali e locali, sono a volte espressione e portatori. Una politica che tende ad armonizzare l’attività antropica ed il sistema neutrale, essendo una politica profondamente riformatrice e di cambiamento, distrugge questo quadro d’interessi e di tutele incrociate. Il potere partitocratrico accoglie le istanze ambientaliste in forma di pornografia ecologica vestendosi da defensor naturae agendo però nei vecchi schemi.

Vi sono le resistenze del mondo economico. L’economia classica non tiene conto nei suoi conti economici che i sistemi ed i cicli naturali producono la sua stessa base in tal modo la tutela dell’ecosistema non è entrata, come sarebbe stato logico, come elemento portante dell’economia.

I poteri forti con le loro lobby si sono facilmente adattate all’immagine ambientalista, tutti gli inquinatori amano la natura, tutti vogliono un ambiente sano e pulito, ma tutto deve essere business e deve essere confinato nel finto, edulcorato e patinato ecologismo dei bombardanti spot pubblicitari.

Infine, vi sono remore sociali, infatti, le forze sociali sono ancora prigioniere del timore di cadere in contraddizione con l’obiettivo dello sviluppo e del progresso quando si trovano di fronte all’improrogabile mutazione del sistema. L’industria minaccia di chiudere portando a giustificazione i costi di riconversione dei processi e la caduta di competitività del prezzo e dei prodotti, il sindacato subisce il ricatto occupazionale non avendo elaborato alternative certe e credibili a questo modello ecologicamente incompatibile.

Tutte queste remore, tutte queste difficoltà, tutti questi ostacoli sono i nemici che la sinistra unita deve sconfiggere. L’impegno della sinistra se non ha ben presente le difficoltà, rischia di morire soffocato dalla morsa di più mani.

La sinistra deve sempre aver presente che non ci potrà essere la metamorfosi positiva con il passaggio dalla società energivora, consumistica, alienante ed oppositiva alla natura alla società della solidarietà, del rapporto dolce con l’ambiente senza lo scontro con le forze che si oppongono al cambiamento. Mediare, in politica, è importante ma vi solo inalienabili limiti.


L’economia come parte dell’ecologia


Oggi si valuta il benessere di una nazione con il Prodotto Interno Lordo (P.I.L.). Si stima che la crescita del P.I.L., nell’economia classica costituisce non solo l’obiettivo di fondo dell’attività produttiva, ma anche il presupposto di uno svolgimento virtuoso del ciclo economico.

La crescita costante del P.I.L. necessita di un aumento costante di produzione, che a sua volta ha bisogno di quantità crescenti di risorse da immettere nel sistema produttivo e dall’altra parte la formazione di scorie da scaricare nell’ambiente. Introducendo così, nello stesso, quantità di sostanze inquinanti, degradando i sistemi e rompendo i cicli naturali. Tenendo presente che i sistemi e i cicli naturali producono la base stessa dell’economia.

Occorre, dunque, introdurre valutazioni qualitative sia nella produzione materiale sia nella definizione del benessere sociale.

Vi sono varie proposte di cambiare il PIL, come l’Index of Sustainable Economic Welfare o Genuine Progress Indicator, ma modificare il modo di amministrare il mondo non è facile.

Ma comunque continuare a credere che il PIL sia l’indicatore econometrico migliore è sbagliato in quanto viene calcolata la quantità senza verificare la qualità dei beni e dei servizi.

Un esempio può essere illuminante. In Gran Bretagna nel periodo 1960-1999 il PIL è cresciuto del 230% ma il benessere sociale è diminuito in seguito all’aumento del pendolarismo, all’inquinamento, alla criminalità e al danno ambientale complessivo.

Il costo dell’inquinamento dell’acqua, dell’aria e da rumore è valutata oltre 22 milioni di sterline, circa il 6% del PIL della Gran Bretagna. Altre indagini hanno riscontrato questa situazione in molti paesi industrializzati come la Germania, gli USA e l’Olanda. Dell’Italia non abbiamo dati, stante le difficoltà burocratiche per un analisi del genere.

Dal movimento ambientalista mondiale è indicato come nuovo indicatore econometrico l’Utile Netto Economico Generale (U.N.E.G.) che è dato dalla somma algebrica tra la produzione di beni e servizi ed i costi in termini di utilizzo delle risorse, inquinamento e danni ecologici.

E’ questa una profonda mutazione del rapporto Economia-Ambiente, una valutazione che vede, giustamente, l’economia come gestione di risorse e non come sfruttamento di queste, in una continua ricerca di un equilibrio gestionale che possa protrarsi nel tempo con rigenerazione dei cicli ecologici.

Con l’U.N.E.G. avremo evidenziato il disavanzo accumulato del nostro ‘Debito ecologico’, in modo da poter investire risorse per il ripiano di questa debitoria.

Si giunge così ad una ‘economia sostenibile’ una economia che sia capace di soddisfare i bisogni della società senza intaccare le prospettive delle generazioni future, partendo dalla constatazione che le risorse ambientali sono la base ma anche il limite dell’economia.

In definitiva è necessario abbandonare la concezione classica del benessere e della crescita in termini quantitativi (facilmente misurabili) per riscoprire un’accezione qualitativa di tali concetti.

Questa rivoluzione economica comporta anche la revisione del nostro comportamento individuale, del nostro porci verso il consumo dei beni. Se non si tiene conto di ciò le denunce locali possono assumere aspetti ridicoli o essere l’espressione di un cieco egoismo.

Quando puntiamo il dito accusatore contro coloro che via via riteniamo responsabili del disastro ambientale, dimentichiamo quasi sempre di riflettere di quanto noi stessi siamo coinvolti in queste azioni e ce ne rendiamo complici. Ed è l’interazione fra le nostre macro e micro azioni che incide, nel suo fattore moltiplicativo, ed agisce poi sulle grandi scelte.

Il produrre di più ed il conseguente consumare sempre di più, il concetto di incessante sviluppo, di positivistico miglioramento in termini materiali fanno parte del nostro intimo pensare.

La crisi dell’ambiente terrestre e dei rapporti dell’attività umana e l’ecosistema è iscritto nel paradosso di un sistema che presuppone una crescita continua ed un continuo uso di risorse, il tutto inserito in un sistema chiuso, finito come il sistema terrestre. Dobbiamo correlare il nostro modo di pensare, agire, produrre e consumare con la realtà oggettiva di questi limiti.

Il timore di perdere terreno nella competitività internazionale è divenuto il motivo predominante nelle politiche di tutti gli stati del pianeta.

E’ la malattia che sta mettendo in ginocchio gli ammortizzatori sociali conquistati dal movimento socialista nell’occidente ed è la malattia che sta spingendo migliaia di uomini nei ghetti delle periferie urbane e nella disoccupazione.

E’ la stessa malattia che spinge i potentati dei paesi cosiddetti, e endemicamente, in via di sviluppo verso l’ulteriore autosfruttamento delle risorse naturali allo scopo di aumentare le esportazioni ed i paesi industrializzati in un maggior delirio produttivo con le tragiche conseguenze che viviamo.

Tanto le imprese che interi Stati - ma anche singoli cittadini si vedono imbrigliati in una concorrenza spietata e nella quale ogni partecipante dipende dalle decisioni degli altri.

In questa folle corsa resta poco spazio per la politica indipendente: l’imperativo categorico della concorrenza su scala planetaria annulla sempre più ogni slancio verso un’organizzazione creativa della società.

Occorre spezzare questa catena perversa. Occorre prendere le redini del ‘Moloch’ chiamato ‘mercato’ prima che sia troppo tardi.

Occorre un nuovo movimento di base, come lo fu il socialismo agli inizi del capitalismo, che stemperò il dispotismo imprenditoriale e conquistò un controllo dei lavoratori sulla vita aziendale, sulla struttura economica, sociale e politica. Oggi il problema è molto più vasto, occupa tutto il pianeta; la figura del padrone della fabbrica nazionale ha lasciato il posto a padroni-matrioske delle aziende transnazionali, ma questa è la sfida che tutti dobbiamo accettare per prendere in pugno l’economia e portarla a quella che deve essere: la soddisfazione dei bisogni per tutti gli esseri umani.

Il mercato mondiale, una volta contrapposto al dispotismo politico è diventato il dittatore nascosto a-personale e a-nazionale che, tramite la fitta rete telematica che lo costituisce, soggiace i paesi del Nord opulento e distrugge i paesi del Sud: accumulandoli nella catastrofe.


La responsabilità della centralità dell’impresa di trasformazione


In questo processo di degrado sociale, urbano, territoriale e planetario il sistema di trasformazione industriale, l’impresa ha una grande responsabilità che la coinvolge nel suo essere nello stesso tempo territoriale e globalizzata,

Gli effetti indotti dalla frammentazione del sistema produttivo si misurano in termini di diminuzione del benessere ed aumento dello sfruttamento in condizioni di nocività incontrollate. Così come l’urbanizzazione incontrollata che ne è derivata ha favorito il formarsi di periferie degradate.

Inoltre la necessità di alimentare, per evidenti ragioni economiche l’infermale spirale: creazioni di bisogni con ogni mezzo per poterli soddisfare ad ogni costo, ha formato un modello chiamato sviluppo consumistico che impone una vita media sempre più breve dei prodotti, spesso inutili o nocivi per lo stesso utente, aggravando ulteriormente lo spreco di risorse e le difficoltà dello smaltimento dei rifiuti che ha raggiunto livelli pericolosissimi.

Affrontare la questione ambientale nel suo significato più ampio a demistificare la logica dell’impresa che tende a tenere separati i problemi legati al processo produttivo (dentro), da quello delle società, del territorio (fuori). Si acquisisce coscienza che il confine tra ambiente interno è sempre più labile, si evidenzia una sorta di correlazione inversa tra intensità ed estensione degli impianti: in genere si hanno impatti di elevata intensità, ma molto concentrati, laddove la ricchezza naturale (aria, acqua, suolo ma anche l’uomo) viene trasformata in risorsa e materia prima, mentre man mano che si passa per trasformazioni successive fino al consumo finale, l’intensità dell’impatto descresce (non scompare) e si estende notevolmente il numero e l’area degli impatti, così come l’impatto ambientale della produzione compreso l’impatto negati del prodotto si estende a macchia d’olio.

Da ciò la necessità che, in una visione di unicità dentro/fuori, l’iniziativa della sinistra deve tenere presente le aree di interazione tra processo ed ambiente; prelievo, scarti del processo, rischi di incidenti, prodotti riflessi sul territorio, e sul sistema sociale.

L’emergenza e l’affare ambientale

A fronte dell’irresponsabilità di questo tipo d’approccio si sta purtroppo accreditando, a seguito anche della crescente e prevalente opera di denuncia delle istituzioni e dei mezzi di informazione, una sorta di politica dell’emergenza.

Ogni problema viene visto isolatamente, se ne drammatizzano e amplificano gli effetti, si sollecita in modo morboso la istintiva e cresciuta sensibilità dei cittadini, con la conseguenza di lasciare inesplorate le cause e le interazioni di un modello socio economico che crea disastri per lasciare spazio alla polemica fine a se stessa che serve per vendere spot televisivi.

L’informazione, spesso deformata, contribuisce a sommare diseducazione e a perpetuare abitudini e stili di vita degenerati, favorisce anche il nascere di movimenti di opinioni indistinti finalizzati ad una generica domanda d’intervento.

In questi casi l’intervento non può che rivelarsi quasi sempre occasionale, confuso e distorto da secondi fini e da pressioni lobbystiche, di interessi altri tipo criminalità organizzata , tesi a risanare o meglio rimuovere e contenere gli effetti dannosi a valle.

Raramente paga chi ha contribuito a generare il danno, anzi si ventilano ipotesi di copertura del costo attraverso l’aumento della pressione fiscale o con mezzo da porre a carico dell’utente danneggiato.

Questo modo di operare, che è diventata una corrente di pensiero e che può essere riassunto nello slogan ambiente come affare sta creando una situazione per cui, accanto ai maggiori sistemi di trasformazione industriale, gli stessi imprenditori, gli stessi gruppi industriali e finanziari stanno facendo nascere imprese, tendenzialmente lucrose finalizzate al recupero a posteriori dei danni fatti.

Questa logica trova sempre più sostenitori, non solo nella Confindustria per le evidenti ragioni economiche e nelle Amministrazioni Pubbliche che intravedono in questa un’ancora di salvataggio cui aggrapparsi a fronte della loro incapacità di programmare e di intervenire ma anche di contrastare le spinte malavitose.

Questa miscela di ignoranza , miopia, interessi sta, con ampio dispendio delle risorse, innescando diverse mine a tempo. E’ qui che la sinistra deve far risaltare la sua essenza riformatrice rompendo uno schema che produce solo danni e lutti come si vede sempre più spesso nei vari disastri ambientali e strutturali dell’ecosistema .


L’individuo e la società

I comportamenti individualistici che caratterizzano le società moderne, e le relative teorie, suscitano reazioni contraddittorie di consenso. Il pensiero comunista e socialista nell’ottocento ha liquidato l’individualismo come ideologia di copertura della prassi egoista della società borghese.

Nel novecento si è cercato in Italia una via che mediasse tale dicotomia: libertà e socialismo la sintesi nacque dall’incontra tra due dei massimi pensatori politici d’Europa Piero Gobetti e Antonio Gramsci la loro ricerca fu tragicamente chiusa dal criminale fascismo ma fu ripresa in modo ricco da Carlo e Nello Rossetti che coniarono la nuova sintesi di liberalsocialismo. Ma queste idee in Italia hanno avuto vita grama per la presenza di due forti chiese il Partito Comunista Italiano legato all’URSS e la DC legata al Vaticano.

Alla fine del secolo scorso, sotto la spinta del movimento del 1968 è subentrato un atteggiamento analitico più attento ai nessi tra individuo e processo di modernizzazione e al rilievo della scelta comportamentale di essere se stessi e le idee preconizzate dal socialismoliberale hanno lentamente ad emergere rompendo, purtroppo esasperatamente lento, la crosta di immobilismo ideale.

Nell’ultimo decennio il fallimento dei progetti di realizzazione del comunismo ha indotto a chiedersi se tra le cause non si debba annoverare proprio la scarsa considerazione dei valori della persona. Ma la riabilitazione generica dell’individuo è avvenuta senza approfondire la distinzione delle diverse figure dell’individualismo (possessivo, espressivo, libertario etc.) risolvendosi così non di rado in una semplice giustificazione di politiche neoliberiste.

Sul fronte delle dottrine individualistiche, dall’altro lato si registra accanto alla difesa dei diritti originari di un individuo atomistico che si suppone minacciato da ogni genere di potenze istituzionali e ideali universali anche la consapevolezza al contrario, del legame esistente tra la formazione di una personalità spiccata e originale e l’appartenenza ineludibile all’universo dei rapporti storici e naturali.

Ecco , dunque che sorge oggi, con la crisi dell’ecosistema e la spropositata ombra dell’uomo sull’ambiente nella sua micro e macro valenza, il terzo lato delle conquiste della modernità dopo i Diritti dell’Uomo e i Doveri dell’Uomo ecco i Limiti dell’Uomo. Ed è questo il lato più difficile da definire e da imporre.

Ma è quello che più s’impone nella globalizzazione della soggettività e dunque nella consapevolezza planetaria dei diritti del nuovo soggetto sociale che sta sorgendo il “Cittadino del Pianeta Terra” portatore della sua individualità e nel contempo appartenente alla società etnica di cui ineluttabilmente fa parte e di cui si nutre.

Questi nodi devono attraversare la formazione del nuovo movimento di sinistra che nella riflessione sui diritti sociali e di cittadinanza che non sempre possono fare appello a schemi di soluzioni certe e condivise. I limiti della libertà sono i vincoli imposti dal nostro essere interdipendenti da universo formato da un fittissimo reticolo di correlazioni che ci danno la possibilità di esistere.


La società sostenibile

Queste brevi note fanno ben comprendere che siamo giunti ad un punto in cui se non prendiamo in pugno il cambiamento in atto esso ci travolgerà. Occorre cambiare in fretta e questo cambiamento, nei termini concettuali, è stato ben indicato da Alex Langer egli scrive: ‘Ad una visione del mondo incentrata su un’idea di sviluppo fatta di mercificazione, competitività e crescita (citius, altius, fortius; più veloce, più alto, più forte) vogliamo opporre un’alternativa rovesciando il motto olimpico: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza’.

Da queste parole forti di Alex Langer possiamo far discendere la costruzione paradigmatica della società che siamo chiamati a costruire.

Bisogna innanzitutto riscoprire e praticare dei limiti, rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione sulla biosfera, ogni forma di violenza). Un vero regresso rispetto al ‘più veloce, più alto, più forte. Difficile da accettare, persino da dirsi. Tant’è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di sviluppo sostenibile o di crescita qualitativa, ma non quantitativa, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare il concetto fiume dell’inversione di tendenza.

Ed è invece proprio quello che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia. Non possiamo moltiplicare per 5/6 miliardi l’impatto ambientale medio dell’uomo bianco e industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che un quinto dell’umanità possa continuare a vivere a spese degli altri quattro quinti, oltre che della natura e dei posteri.

Il recupero del sistema terrestre è il grande compito della nostra generazione, ma questo si può ottenere solo attraverso un radicale cambiamento, una profonda riconversione sociale ed economica. E’ questa la società sostenibile per un rapporto armonico tra il sistema antropico e quello naturale.

Il grande nemico da battere è il modello dello sviluppo economico che ormai alberga nelle nostre menti. Siamo stati mentalmente inquinati dalle leggi economiche, da modi di essere, che invitano permanentemente e continuamente a dare l’assalto a tutto ciò che ci circonda (acqua, aria, minerali, fonti di energia, foreste viste esclusivamente come risorse da sfruttare).

Ci hanno spiegato che questo è lo sviluppo e che lo sviluppo è la cosa più lodevole a cui bisogna ispirare; che il possedere merci è il miglior mezzo per conseguire la felicità.

Sappiamo quanto sia difficile qualsiasi tentativo di cambiare la situazione vigente. Il disinquinamento mentale è il più difficile di tutti perchè invita a pensare e pensare è faticoso e fa paura. Ma occorre attrezzarsi, agire. Convincere che: pensare con la propria testa è bello e fa bene a noi e a tutto ciò che circonda.

Ma le resistenze in difesa del concetto di sviluppo sono ancora forti c’è chi bizantinamente, moderno cercatore del sesso degli angeli, va cercando di trovare la differenza tra il concetto di crescita e quello di sviluppo. E’ questa la ricerca di una distinzione lessicale che tende soltanto a dilatare nella pratica la distanza economico-produttiva tra i due termini. Salvando così non solo nominalmente, ma sostanzialmente un modello economico che al concetto di sviluppo si rifà comunque e che ha avuto nei suoi vari momenti sempre questa etichetta per indicare i vari piani, ma che è entrato anche nel linguaggio comune come ad esempio ‘paesi in via di sviluppo’, ‘processi di sviluppo’, occasione per lo sviluppo’.

Nella relazione della Commissione Speciale per l’Ambiente e Sviluppo delle Nazioni Unite da cui nacque il rapporto “Il futuro di tutti noi” fu inventato un nuovo concetto di sviluppo, fatto proprio dal mondo politico ed economico, esso era lo “sviluppo sostenibile” visto come uno sviluppo che sia in grado di soddisfare le esigenze del mondo contemporaneo senza compromettere la capacità delle generazione future di far fronte ai propri bisogni. In definitiva era l’accettazione del modello socio-economico che ci sta portando alla catastrofe con qualche aggiustamento di facciata.

Possiamo accettare il concetto di sostenibilità come fattore di giustizia nei confronti delle generazioni future (equità intergenerazionale), e nello stesso tempo come eguaglianza fra le componenti di quella presente (equità intragenerazionale). Si tratta in definitiva, non di un processo di arretramento ma l’estensione spaziale e temporale del concetto di equità all’interno processi economici.

Inoltre, ed e questo l’aspetto essenziale, la sostenibilità cerca un equilibrio costante con i cicli e i vincoli naturali del sistema terra. Va invece rigettato invece il concetto di sviluppo; in natura tutto tende ad una armonia dinamica non ad una crescita o sviluppo.

Dunque ecco che nasce il concetto di ‘società sostenibile’. La sostenibilità l’abbiamo vista prima; il concetto di società, che prende il posto di quello pericoloso di sviluppo, implica che tutti i componenti del sistema terra formino una ‘società’ in cerca costante di un equilibrio vitale in un reciproca interrelazione.

Abbiamo dunque bisogno di un benessere completamente diverso: un benessere che non sia, come è visto nell’ottica sviluppista, come un ben-avere ma sia un ben-essere ecologicamente compatibile tra bisogni fisici e psichici e l’ambiente in cui siamo inseriti e di cui facciamo ineluttabilmente parte.

Allora immaginiamo come devono essere le nuove strutture eco-compatibili. Tenendo, però, presente che le società non si costruiscono a tavolino; possiamo dare indicazioni di massima sulla evoluzione che con la nostra intelligenza e cultura possiamo dare alla società; indicazioni che valgono essenzialmente per la società occidentale.

I paradigmi concettuali di base devono essere:

* la crescita non è illimitata
* le risorse non sono infinite
* lo sviluppo non è ininterrotto


Il paradigma per la riconversione sociale che superi l’egoismo della tradizione culturale dell’uomo ‘Oeconomicus Europeo’ e dia forza alla correlazione responsabile tra gli uomini è:

* Tutti siamo legati a tutti gli altri


Tutto questo presuppone che bisogna usare meno auto, meno energia, meno città, meno vacanze industrializzate: ‘semplificare la vita per avere ancora più vita’ questo deve essere lo slogan e la base concettuale per la riconversione ecologica dell’economia e della società. Ed è questa la base per la ‘Società sostenibile’

Riconversione ecologica per progettare, costruire e gestire una società sostenibile significa avere come linee portanti la qualità della vita, dei rapporti umani, una società che indichi nuovi modelli culturali che accettino la diversità e le contaminazioni di queste diversità.

Riconversione ecologica significa rompere la linearità progressiva e dissipativa dell’economia classica figlia della rivoluzione concettuale del ‘700/’800, e formare un processo circolare come produzione/consumo/riciclaggio/produzione, simile ed armonizzante con quelli naturali.

Riconversione ecologica dell’economia e della società significa controllo dell’utilizzo della tecnologia (medica, sociale, informativa, lavorativa). La rivoluzione telematica ed informatica, le nuove scoperte dell’ingegneria genetica, con la capacità di manipolare il genoma umano sono gli avvenimenti che hanno cambiato totalmente il modo d’essere dell’uomo sulla Terra. I vecchi schemi etici, economici, culturali sono profondamente mutati e dunque i mezzi di controllo non possono rifarsi a vecchi schemi e a vecchi rapporti di forza.

La rivoluzione tecnologica che tendenzialmente affranca l’uomo dalla fatica e dalla fame è gestita esclusivamente dall’uomo occidentale in modo egoistico è alla lunga autodistruttivo.

La telematica e l’informatica hanno la peculiarità di essere più vicine ai bisogni di una società sostenibile: l’elettronica ha bisogno di meno energia, può ‘dematerializzare’ le merci conservando nel software la produzione pronta ai bisogni, evitando di produrre in modo irrazionale e caotico, distruggendo le risorse.

Ma le nuove tecnologie hanno in sé potenzialità devastanti, se non gestite oculatamente. L’uomo è un animale culturale e l’approccio per un nuovo rapporto uomo-tecnologia passa per una revisione culturale di questo rapporto. E’ un nuovo modello etico a cui si deve giungere come ha scritto Hans Jonas nel suo ‘Il principio responsabilità’ (Einaudi Editori):

‘...dall’euforia del sogno faustiano della modernità l’umanità si è risvegliata in un mondo freddo ed insidioso, nel quale non è più la nuda natura ma il potere conseguito per dominarla a minacciare l’individuo e la specie. In queste condizioni in cui l’uomo è diventato per la natura più pericoloso di quanto un tempo la natura lo fosse, la tecnologia cessa di essere una sfera neutrale dell’agire umano e diventa ineluttabilmente oggetto dell’etica...’

La società sostenibile deve essere una società che progetta, realizza e organizza anche la scienza in funzione del proprio ambiente, opera scelte che non possono essere gestite solo da addetti ai lavori - fatta salva la libera ricerca teoretica - o dai politici, ma ove dovrà esservi il controllo sociale della gestione delle finalità della scienza.

Così si delinea la società eco-compatibile che deve essere, dunque, a misura dell’uomo naturale, dell’uomo complementare ed in unità con l’ecosistema terrestre, cioè delineando i suoi spazi, i suoi limiti, le sue reali possibilità e i suoi bisogni.

Deve essere una società che non spreca risorse e utilizzi l’energia dolce: solare, geotermica, eolica. Una società che lascia libero spazio all’economia, ma dove questa non dovrà mai avere la priorità dinanzi a profitti che si scontrino con gli interessi generali.

Ma per giungere a ciò occorre partire dalle città, i luoghi ove l’uomo si aggrega e vive ed ha formato il suo habitat in modo quasi esclusivo. Sono stato coordinatore della Commissione per l’abbassamento dei gas serra alla Conferenza Mondiale sull’Ambiente e Sviluppo (UNCED) tenuta a Rio de Janeiro a giugno del 1992 da quella Commissione uscirono importanti documenti sulla riconversione delle città, documenti che sono stati poi estremamente sintetizzati in pochissimi punti per quanto concerne le città Italiane.

La città sostenibile, la città che dobbiamo definire Ecopolis deve essere:

a) Una città che arretra la crescita quantitativa, che consuma il suolo e che aggrava ogni altro problema e nel contempo riqualifichi l’esistente. Anziché creare nuovi ghetti è necessario procedere al risanamento dei centri storici, sottraendoli alla terziarizzazione selvaggia che espelle gli abitanti, distruggendo il tessuto della memoria storica che unisce la popolazione e che nel contempo richiama nel centro storico sempre più macchine (dunque niente mega-parcheggi nei centri delle città)

b) Ristrutturazione delle periferie costruite nell’ultimo mezzo secolo, costruite con densità inumane dotandole di tutti gli spazi, i servizi le strutture che mancano

c) Coibentazione delle case per abbassare al minimo il consumo di energia e renderle autosufficienti sul piano energetico col fotovoltaico

d) Salvaguardia di tutte le aree libere nelle maglie dell’abitato e tutele di quel che vengono indicate come ‘irrinunciabili’ i grandi comprensori naturali ancora esistenti per la realizzazione di cinture e sistemi verdi. Alberatura di vie e piazze (la città dovrebbe essere. Per paradosso,un bosco con un alta densità di edifici al suo interno).

e) Utilizzazione al meglio il patrimonio di immobili ed aree che vengono dimessi perché servano più agli scopi originari (industriali, militari, ferroviari etc.) da destinare a fini di utilità pubblica, centri sociali, day hospital (per decentrare e razionalizzare il servizio di base)

f) Decentramento amministrativo ed informatico in modo che la popolazione non debba spostarsi continuamente e possa vivere il proprio territorio e nel contempo controllarlo.


Come si legge il centro del problema della vivibilità nelle città e nella sua estensione moltiplicativa a tutto il pianeta è l’abiura dell’automobile come mezzo di trasporto indispensabile, il riuso generalizzato dei mezzi pubblici può dare di nuovo la città ai propri cittadini per una rinnovata socializzazione degli spazi urbani e di un abbassamento enorme dei gas che provocano l’effetto serra.

In quest’ambito è urgente in Italia la riconversione del trasporto merci, oggi quasi del tutto affidato al trasporto su gomme, occorre potenziare il trasporto su ferro e via mare ed affidare a questi mezzi la circolazione delle merci come avviene in quasi tutta l’Europa.

Da questa visione possiamo ricavare l’azione che dobbiamo svolgere ora e subito sul piano globale il progetto di intervento è stato così elaborato e riassunto per la riconversione ecologica della società:


a) Sostenere un uso responsabile dell’energia e delle risorse naturali. Va data priorità alle energie rinnovabili e ai prodotti non inquinanti sia a livello sociale che ambientale

b) Promuovere una nuova politica nei consumi energetici: è oggi urgente una riduzione netta dei consumi nei paesi industrializzati e in particolare del traffico su strada (con l’obiettivo di un taglio di almeno il 70% entro il 2010) privilegiando le fonti rinnovabili di energia

c) Adottare una soluzione radicale, giusta e tempestiva del problema del debito dei Paesi del Sud del mondo, con immediata cancellazione del debito dei paesi più poveri

d) Sostenere modifiche strutturali delle relazioni economiche che rendono possibili meccanismi di commercio equo fra Nord e Sud, Est ed Ovest. Le nuove regole del commercio internazionale dovranno tener conto della protezione dei diritti sociali e dell’ambiente

e) Chiedere una netta riduzione delle spese militari (almeno il 50% entro il 2010) utilizzando i fondi che si rendono disponibili per programmi di salvaguardia ambientale, di integrazione economica e di intervento sociale

f) Salvaguardare la diversità biologica, la protezione dei sistemi ecologici e delle specie animali e vegetali a livello locale

g) Scegliere e sostenere un’agricoltura che rispetti le condizioni del terreno e le necessità di base a livello locali (ecocompatibili eliminando pesticidi e fertilizzanti chimici)

h) Salvaguardare le diversità culturali e l’integrità delle culture, ed in particolare vigilare affinché vengano rispettati i diritti delle popolazioni indigene

i) Assicurare possibilità di partecipazione attiva e democratica delle comunità locali alla determinazione delle decisioni sul proprio futuro. In quest’ambito è fondamentale rendere possibile una partecipazione attiva a livello locale, nazionale ed internazionale

l) Promuovere accordi internazionali che proibiscano l’esportazione ed il commercio di prodotti e tecnologie dannosi per la società e per l’ambiente, e in particolare dei rifiuti nocivi



Un diverso approccio culturale all’ambiente

Alla luce delle sintetiche cose scritte è chiaro che la linea della Nuova Sinistra deve essere caratterizzata da un approccio culturale che imponga nelle scelte politiche una visione che consideri l’ambiente nel suo significato più ampio.

Considerando l’ambiente con i suoi limiti e leggi che rendono vivo l’habitat nel micro e macro sistema del pineta l’ineluttabile margine dell’agire umano. L’equilibrio della vita si dispiega in varie dimensioni, fragile e complesso, non oltrepassa certi limiti.

Ambiente dentro e fuori la città, dentro e fuori delle fabbriche, ambiente di vita, ambiente naturale, modello dei consumi e dell’utilizzo delle risorse, modello che superi quello in crisi dello sviluppo, ri-definizione dell’interrelazione tra nord e sud.

Questioni su cui la sinistra deve spendere le sue tensioni di ricerca, ideali e prospettive imponendo la consapevolezza che l’uomo provoca un squilibrio nelle variabili naturali, così come l’industrializzazione, l’uso delle risorse, l’urbanizzazione, i prodotti, sono la causa del degrado ambientale.

La prevenzione deve essere l’obiettivo principale, favorendo la più ampia partecipazione dei cittadini alla sua realizzazione e da ciò giungere ai limiti dell’agire umano in prospettiva quantitativa per averne una qualitativa.

Si avrà così una nuova cultura per una nuova società. Una cultura non più desiderosa di superare le ‘Colonne d’Ercole’, ma di vivere nella qualità e di evolversi entro i limiti dettati dalla natura. E sarà importante ascoltarla, altrimenti rischiamo di fare un bel capitombolo e, siccome l’irreversibilità è nelle cose della natura, potrebbe essere un capitombolo irreversibile.

Nessun commento: