venerdì 12 settembre 2008

fabrizio achilli: il dopo 8 settembre

Il dopo 8 settembre: le ragioni della storia - Libertà - 12/09/2008)







Per l'Italia si apre una stagione nuova e difficile

di FABRIZIO ACHILLI


All'indomani dell'8 settembre 1943 si apre per l'Italia una stagione nuova e difficile, carica di sofferenze e di lutti, ma che è anche la dura prova attraverso la quale essa maturerà la coscienza di dover voltare pagina, di lasciare per sempre alle spalle il fascismo e il suo corollario di ideologie e di falsità. Il vuoto in cui è lasciata nell'immediato la popolazione civile è un vuoto ideale che viene da lontano; il comportamento pavido e incerto del re è il simbolo dell'illusione di una gratuita sopravvivenza oltre il fascismo di una classe dirigente che si è piegata e collusa con esso.


Sulla guerra voluta dal fascismo, parte essenziale della pedagogia di massa del regime, iniettata come un virus nel corpo della nazione, gli italiani possono ora toccare con mano, con la forza dell'esperienza vissuta e non con gli strumenti della seduzione e dell'esaltazione che avevano inficiato il loro immaginario, la tragica realtà effettuale. Non è più soltanto, dunque, una minoranza di irriducibili antifascisti ad aver sempre più chiara la convinzione che la salvezza della nazione dovrà passare attraverso la sconfitta del nazismo e la sua cacciata dal suolo della penisola. Sarà questo il senso più profondo dei rifiuti, delle disubbidienze, dei no che si protrarranno anche e soprattutto dopo il tentativo di rilancio del fascismo.


La nascita, infatti, il 23 settembre, della Repubblica Sociale con sede a Salò, non fa che esasperare la situazione di divisione e spianare la strada ai compiti storici che l'antifascismo ora può assolvere. La conquista dell'indipendenza e la liberazione del Paese dagli occupanti diventa lotta contro i fascisti che collaborano con essi; la battaglia per la libertà e la pace è tutt'uno con la battaglia contro il nazismo e il fascismo; insomma è anche guerra civile.


La RSI, in realtà, ha margini assai ristretti di manovra rispetto al Terzo Reich, che impone leggi e scelte militari e concepisce per l'Italia una strategia funzionale ai propri interessi: un territorio occupato, con il doppio compito di baluardo militare (rispetto ai propri confini meridionali) e di fonte di risorse economiche ed umane. La cattura stessa, dopo l'8 settembre, degli oltre 650 mila soldati italiani sui vari fronti non è più solo una ritorsione contro il "tradimento" dell'alleato, ma è anche un piano per il trasporto coatto in Germania di una manodopera indispensabile allo sforzo bellico tedesco. Nel territorio italiano occupato il reclutamento coatto di civili verrà affidato alle autorità fasciste. Disoccupati, operai licenziati, studenti fermati durante i rastrellamenti, oltre che partigiani catturati, diventeranno un serbatoio di forza lavoro da trasferire in Germania al servizio del Reich.


La condizione di "alleato-occupato" del nuovo Stato voluto da Mussolini, il cui progetto risiede essenzialmente nel tentativo di giocare ancora una parte influendo sugli esiti della guerra anche di fronte ad una sconfitta, lascia al duce qualche chance politica, ma fa ricadere sul popolo italiano gli effetti e il peso dell'occupazione tedesca e della guerra civile.


Nelle vesti di uno Stato vero e proprio (Mussolini ha respinto l'ipotesi di un semplice governo militare collaborazionista formato da volontari), che decide di dotarsi di un esercito regolare con a capo Rodolfo Graziani la Repubblica di Salò impone la continuità di una guerra a fianco del nazismo e contro gli angloamericani che la maggioranza degli italiani è lontana dal sentire come propria. La coscrizione obbligatoria, con i bandi di chiamata alle armi per i giovani del '23 e '24 in congedo provvisorio e per tutti quelli del '25, proclamati a partire dal novembre 1943, ancorché successivamente attenuati nei toni e nelle minacce ai giovani e alle loro famiglie, rappresenta un punto di non ritorno per i drammi personali e collettivi degli italiani.


Inizia una "guerra ai civili" che nell'imposizione di una mobilitazione bellica in cui la popolazione non si riconosce si trasforma in una caccia ai renitenti destinata, prima ancora che ad ingrossare le file della Resistenza armata, a sfaldare le comunità locali, ad accentuare - nella rete di relazioni che coinvolge: famiglie, parroci, paesi - una disubbidienza di massa che assume varie forme ma che in primo luogo si configura come un rifiuto della guerra e che segna il distacco da ciò che è stato e da ciò che ha voluto essere per le coscienze degli italiani il fascismo.


Le scelte di campo indotte in un ordine quotidiano ormai sconvolto non sono comunque facili, portando con sé implicazioni del passato e visioni non facilmente chiare del presente e del futuro. Vi possono giocare fattori che hanno a che fare con la politica, con la rispettiva storia personale e familiare (si pensi ai tratti di guerra civile innescati dallo squadrismo e dalle persecuzioni fasciste) o con l'educazione delle generazioni cresciute sotto il regime, con l'adesione ai suoi miti, oppure con ragioni individuali o di semplice opportunità. In ogni modo, sono scelte che peseranno fortemente sul destino futuro dei protagonisti, sulla memoria loro e di quanti ne avranno condiviso opzioni e sorti. Così come peserà nella storia e nella memoria collettiva la divaricazione tra giudizi rispettivi e visioni contrapposte delle ragioni dell'altra parte che la vittoria della democrazia e la condanna storica del fascismo, entrate nel patrimonio comune della nazione, non hanno del tutto sanato.
Il nocciolo dei contrasti è rappresentato, come noto, soprattutto dal giudizio sulla RSI. Ma a contare al fondo è a ben guardare il giudizio, non ancora pienamente assimilato, sul fascismo e sul suo ruolo nella storia italiana.


La Resistenza, dal canto suo, ha saldato in un'unica causa la liberazione dall'occupazione nazista, la lotta al fascismo, la desiderata fine della guerra, innestandovi anche l'aspirazione ad una società più libera e più giusta. Ha saputo insomma fare di una lotta di una minoranza cosciente la causa di un intero popolo, ponendo le premesse condivise (anche nella pluralità delle sue componenti) per la costruzione di un nuovo Stato democratico. Con ciò l'antifascismo - non per nulla messo a fondamento della Costituzione - ha demarcato i confini tra i campi dei principi che coincidono con i campi di un'opposta (e sanguinosa) battaglia: chi per la democrazia e la nazione, chi per il nazismo e i suoi disvalori.


Il giudizio dei "vincenti" su Salò non poteva perciò che essere drastico, assommando memorie che venivano dalla violenza come arma politica messa in campo dal fascismo fin dalle sue origini ai comportamenti criminali verificati tra il '43 e il '45, alle corresponsabilità cioè di stragi, uccisioni, rastrellamenti, torture, deportazioni per finire agli stermini di massa in campi di concentramento. Una pagina buia della nostra storia nazionale. L'immagine che invece intendono accreditare i "vinti", i ragazzi e gli eredi di Salò, è quella dell'incarnazione di una generazione piena di speranze deluse, che ha voluto difendere i suoi ideali con coraggio e coerenza. Una pagina di storia patria, dunque, da rivendicare con orgoglio.


Lo storico, che deve tener conto di ogni interpretazione (e dare per scontata la "buona fede" dei protagonisti), ha il compito di verificarne la validità, cercando di capire su cosa esse siano costruite. Di fronte alla RSI egli, anche se (e forse tanto più) di matrice ideale antifascista, anche se (e forse tanto più) la ritenga una pagina buia, ha il compito di indagarne a fondo le ragioni, di ricostruire la logica delle posizioni e di capire come esse si inseriscano nella storia d'Italia. La storiografia - al di là delle semplificazioni e delle storture delle rappresentazioni mediatiche - sta facendo questo, a partire dall'identità di Salò, della configurazione culturale dei suoi aderenti, dei suoi radicamenti sociali, degli obiettivi politici, dei risultati. Ottimi studi hanno posto in risalto le varie e pure contraddittorie componenti, che non si esauriscono in coloro che volevano continuare a combattere accanto ai tedeschi (magari per "cercar la bella morte"), ma che coinvolgono anche ceti interessati a dare continuità al regime per conservare il proprio status, gruppi (specie giovanili) insoddisfatti per la caduta degli stessi valori fascisti delle origini, componenti tecnocratiche e sindacaliste che si mescolano ad elementi reazionari e razzisti.


Al di là delle motivazioni ideali ed individuali che costellano le adesioni alla formazione di Salò e la cui ricostruzione aiuta a formare un quadro utile a comprendere pulsioni e culture che vengono da lontano (dal fascismo ma anche oltre) e che pure fanno parte della nostra storia, emerge però con chiarezza la cifra di uno stato neofascista che non ha certo sepolto - sotto le insegne di una presunta difesa dell'onore della patria - le caratteristiche proprie del fascismo, calcandone anzi la dimensione totalitaria e razzista.


L'ultima frontiera, anzi, degli studi sull'antisemitismo, che sollecitando studi sui trascurati rapporti con la deportazione razziale (anche della stessa Resistenza) scoperchia la reale responsabilità italiana lungo la tragica evoluzione del razzismo dall'Etiopia e dalle leggi razziali del '38 all'accelerazione negli anni della RSI, mostra un quadro in cui la persecuzione ad opera del fascismo e senza bisogno della copertura della paternità nazista si snoda dall'abolizione dei diritti civili fino alla persecuzione delle persone, per accedere alla collaborazione con le SS per l'eliminazione fisica.


Lo Stato per cui hanno combattuto e a loro volta lasciato la vita quelli dell'altra parte, i partigiani, gli antifascisti, era uno Stato diverso, magari immaginato o sognato in modo differente tra loro, ma opposto a quello fascista e nazista nei principi cardine e nella raffigurazione dei rapporti con e tra i cittadini.
E' vero che i morti sono tutti uguali (anche se ha osservato uno storico, prima di essere morti sono stati vivi e a noi spetta valutare piuttosto i motivi per cui hanno combattuto) ma la morte non cancella (sul piano storico) la specificità dei percorsi tra chi si è sacrificato a sostegno del successo del nazifascismo e chi per la libertà della patria e degli individui. Al di là degli elementi comuni alle generazioni allevate nelle medesime strutture pedagogiche e propagandistiche (l'educazione guerriera, l'irreggimentamento delle coscienze, il culto della morte violenta), il raffronto tra i valori in campo evidenzia un abisso, non tanto individuale quanto tra le missioni storiche dei due schieramenti (si pensi alle parole del partigiano de Il sentiero dei nidi di ragno di Calvino) che non si può cancellare.


La giusta pietas per quei "morti sconosciuti", i "morti repubblichini", di cui scrive Cesare Pavese, il cui sangue versato va comunque placato, non può prescindere dal riconoscimento delle ragioni superiori dell'altra parte. E non in quanto questa ha vinto, ma perché ha sostenuto una battaglia, che ha sì comportato dei costi, in primo luogo appunto l'uccisione tra italiani, ma che ha conferito alla nazione, cioè a tutti, compresa l'altra parte, la possibilità di vivere e di convivere in una dimensione individuale e collettiva ben lontana da quella in cui avremmo dovuto vivere tutti se avesse prevalso quel progetto di Italia, di Europa, di mondo per il quale i ragazzi di Salò hanno voluto o si sono trovati a morire e a far morire.

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