sabato 20 settembre 2008

angelo d'orsi: dal revisionismo al rovescismo

Dal revisionismo al rovescismo

Iniziò Craxi plaudendo a De Felice. Poi arrivò Violante

Angelo d'Orsi

Da Il manifesto del 9.9.2008 p. 7

Difficile dare una data esatta, alla domanda: quando tutto questo ha avuto inizio? Ma arrischierei: tra dicembre 1987 e gennaio 1988, dunque prima del "crollo", dello sdoganamento dei missini, prima che la trasmutazione genetica del Pci fosse conclusa. Dunque a cavaliere del biennio in questione - l'87-88 Renzo De Felice rilasciava a un ex comunista come lui, della generazione seguente, Giuliano Ferrara, un'intervista sul Corriere della Sera . Il titolo recitava: «De Felice: perché deve cadere la retorica dell'antifascismo» (in prima pagina) e ripresa a pagina 2 col titolo «Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole». All'intervista seguì una pagina di commenti due giorni dopo, e quindi un dibattito su Raitre, sempre sotto la conduzione (come si può immaginare imparzialissima) di Ferrara: il suo titolo «Seppellire l'antifascismo?». Due squadre che difendevano, rispettivamente, come fondanti i valori dell'antifascismo (Scoppola, Spriano, Forcella, Pasquino) e, contro, gli abrogazionisti (De Felice, Galli della Loggia, Colletti, Mieli). La polemica da storiografica divenne ipso facto politica. Dopo e accanto agli ideologi, entrarono in campo, a gamba tesa, leader di partito, a cominciare da Craxi il quale si dichiarò d'accordo con De Felice; con lui il primo a complimentarsi per il coraggio dello storico fu un giovane politico destinato ad ascendere alla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, che addirittura proclamò, gongolante: «E' finito il dopoguerra». In un puntuale intervento a caldo su La Stampa , un giovane ottantenne, Sandro Galante Garrone, coglieva i nessi intricati, ma del tutto visibili a chi, come lui, avesse occhi per guardare, fra quel sommesso tramestio e il più rumoroso parlare che si faceva di "Grande Riforma", "Seconda Repubblica", "Nuova Costituzione"... Il «subdolo intento» - osservava il vecchio combattente - che emergeva dietro «certi artificiosi abbellimenti del passato, e reticenze, e inviti alla riconciliazione», era quello, in definitiva, di «sbarazzarsi di una Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza». Da allora il gioco si è fatto via via più duro ed esplicito, con il progressivo venir meno di mediazioni. E gli stessi capi dello Stato, garanti della Carta costituzionale, hanno dovuto accontentarsi di giocare, con minore o maggiore convinzione, di rimessa (sotto questo riguardo il mio riconoscimento più pieno va a Scalfaro). Era cominciato un massiccio uso politico della Storia, da parte dei media - la cui "indipendenza" in Italia, come si sa, è nulla o quasi - e da parte del ceto politico: la storia, e in specie il ciclo fascismo/antifascismo/guerra mondiale/resistenze, divenne una prateria dove ciascuno poté compiere impunemente le proprie scorrerie, senza cautela alcuna, senza serietà, né onestà intellettuale. La storia diventava semplicemente una clava da usare per delegittimare gli avversari o autolegittimarsi politicamente, magari ricorrendo, come fece la Lega di Bossi fin dai suoi albori, a grotteschi, ma non del tutto inefficaci tentativi di inventare una ridicola "identità" padana, con tanto di invenzione di inesistenti tradizioni e caratteri endogeni. Sebbene esempi importanti fossero giunti da Francia (Furet e la sua critica sempre più feroce alla Grande Révolution) e Germania (Nolte e il dibattito con Habermas, sul «passato che non passa», che finiva per condurre a un drastico ridimensionamento delle responsabilità del nazismo), fu proprio il Bel Paese il luogo ideale per il revisionismo politico. Con una forte accelerazione post-1989. E una nuova, ulteriore, post-"discesa in campo" del Cavaliere, che finì, anche su questo piano, per raccogliere le premesse poste dal suo grande padrino politico Bettino Craxi. In mezzo, all'inizio degli anni 90, toccò a un libro - frutto di un'approfondita ricerca di Claudio Pavone, storico e partigiano essere preda di caccia del nuovo revisionismo. Un furbesco espediente editoriale trasformando il sottotitolo in titolo, consentì una "rilettura" (come si cominciò a dire) del biennio '43-45 in chiave revisionistica: «Una guerra civile», fu il titolo editoriale; che in realtà era il sottotitolo originale dato dall'autore, mentre il titolo suonava: «Saggio sulla moralità della Resistenza». Trattandosi di un volume di oltre 800 pagine, pochi ebbero interesse a leggerlo, e si fermarono, non a caso, a quel titolo: «L'avevamo sempre detto», fu il commento delle vecchie destre, cui si aggiunsero le nuove, anche di diversa origine. Intanto c'era stata la Bolognina, e poi le varie catastrofi che portarono, dopo l'incompiuta "rivoluzione" di Mani Pulite, al berlusconismo. E a Luciano Violante che da presidente della Camera rese omaggio ai "ragazzi di Salò". Di là fu una china precipitosa, con o senza Berlusconi al governo: una gara a relativizzare il fascismo, a "problematizzare" la Resistenza, a insistere su Foibe (dando numeri davvero ridicoli, moltiplicando per fattore 100 o addirittura 1000 i morti, e dimenticando genesi e contesto di quei fatti; e fu sotto il centrosinistra che si arrivò al "Giorno del Ricordo" per gli esuli italiani...), triangoli della morte, giù giù fino ai casi penosi di "rovescismo", termine che mi onoro di aver coniato per definire la fase suprema del revisionismo, e che ha trovato in un giornalista, con velleità da storico (mancato) e da scrittore (fallito), il suo Zorro vindice dei poveri fascisti di Salò. Mentre il solito Galli della Loggia teorizzava l'8 settembre come giornata infausta: addirittura «morte della patria», riprendendo un'espressione di un dimenticato Sebastiano Satta, e volgendola ai propri scopi nient'affatto conoscitivi, ma ideologici. Sulla scena pubblica, intanto, amministratori locali si davan da fare con la toponomastica per ricuperare alle glorie patrie vecchi arnesi del Fascio, o aprivano circoli, facevano manifestazioni; memorabile quella recentissima nel cimitero Trespiano (Fi), per commemorare "i franchi tiratori" di Firenze, i cecchini fascisti che sparavano sulla folla, sui partigiani e sugli Alleati che entravano in città nel '44: in quel cimitero sono sepolti i Rosselli, Salvemini, Ernesto Rossi: quasi tutto il meglio dell'antifascismo italiano. O, infine, direttamente avviavano spedizioni punitive contro "comunisti", anarchici, extracomunitari (meglio se Rom), come s'è visto negli ultimi tempi a Roma, Milano e altrove, magari confortati da ammonimenti e benedizioni di Berlusconi, tra un rabbuffo e una barzelletta; mentre lui stesso, sul piano nazionale, tra riforma piduistica, norme legislative ad personam, e scudo spaziale contro la Legge in generale, mostrava in estrema sintesi, e con grande chiarezza, quale fosse l'esito, tutto politico, del revisionismo. Alemanno e La Russa, in un coretto di mezze figure tra accademia e parlamento (menzione speciale per Gaetano Quagliariello, fusione perfetta di accigliata mediocrità e trombonesca autoconsiderazione), ne sono soltanto gli ultimi, per ora, squallidissimi, quanto miserandi portavoce. L'ANTIFASCISMO NON È UN VALORE A fine anni 80 Craxi si schierò a favore della rilettura del fascismo dello storico De Felice e considerò chiusa l'era dell'antifascismo come valore fondante della carta costituzionale. FASCISMO NON È MALE ASSOLUTO Così il sindaco Gianni Alemanno domenica scorsa. Ha aggiunto:«Male assoluto sono le leggi razziali volute dal fascismo e che ne determinarono la fine politica e culturale». L'EX COMUNISTA E I RAGAZZI DI SALÒ Nel '96, da presidente della camera, fece un appello a «capire, senza revisionismi falsificanti», i motivi dei ragazzi che «quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dei diritti e delle libertà».

9 commenti:

vittorio melandri ha detto...

Su La Stampa di giovedì 6 dicembre 2001, Angelo D’Orsi iniziava così un suo articolo che compariva sotto il titolo “Il fascismo? Un’idea di Gramsci e Pirandello”:



“L’ultima spiaggia del revisionismo storico: Antonio Gramsci, fondatore del Pci, fra gli intellettuali di destra del Novecento Italiano.”



Allora Pierluigi Battista era “solo” editorialista a La Stampa, in cui era rientrato dopo essere stato “vice” di Ferrara a Panorama, ed è logico immaginare che non aveva potuto intervenire a correggere D’Orsi.



Battista riesce però nell’impresa a sette anni di distanza, e Sabato 13 settembre, sul Corriere (a cui dal 2005 è approdato ancora come “vice”, questa volta del “Cardinal-Mieli”), dimostra quanto sbagliasse allora D’Orsi a parlare di “ultima spiaggia del revisionismo storico”, e come in realtà il Corriere di Mieli-Battista sia nel frattempo sbarcato su almeno altre “mille ultime spiagge del revisionismo storico”.

Ma è l’ultimissima che fa impallidire tutte le altre, quella sulla quale Battista ha trovato niente meno che il “revisionista revisionato” …. da sé medesimo, appunto Angelo D’Orsi.



Al quale mi prendo la briga di rappresentare qui la mia modestissima solidarietà, anche se forse, essere caduti nel mirino di Battista, richiederebbe vivissimi complimenti.



vittorio melandri



P.S.



“Pigi” Battista nei suoi anni giovanili (dai 25 ai 27) ha partecipato all’avventura della rivista PAGINA, una rivista mensile, di politica e cultura, come si leggeva, sotto la testata. Fondata da Aldo Canale, e da lui diretta insieme ad Orazio Maria Petracca, sin dal primo numero, ottobre 1980, sino al diciannovesimo ed ultimo, dell’aprile 1982.



Vale la pena di leggere i nomi annoverati in quei diciannove mesi, fra i collaboratori della rivista stessa (e chiedo scuse anticipate per chi avessi dimenticato) e vien da chiedersi a cosa serva per molti, coltivare in gioventù, buone compagnie.



Federico Mancini (anche vicedirettore), Vito Apuleio, Pupi Avati, Mario Baccianini, Luigi Barone, Gianni Baget Bozzo, Orazio Barrese, Pierluigi Battista, Alfonso Berardinelli, Tiziano Bonazzi, Achille Bonito Oliva, Massimo Bucchi, Federico Bugno, Adele Cambria, Massimo Cacciari, Fabio Canale, Massimo Caprara, Enzo Cheli, Franco Chiarenza, Roberto Chiodi, Saverio Cicala, Giovanni Conso, Giuseppe Conte, Franco Cordelli, Mariano D’Antonio, Mario Deaglio, Fernaldo Di Giammatteo, Domenico Del Prete, Gregorio Donato, Vincenzo Ferrari, Massimo Fini, Gerolamo Fiori, Paolo Flores D’Arcais, Gaio Fratini, Paolo Garonna, Antonio Ghirelli, Giulio Giorello, Gino Giugni, Paolo Glisenti, Ruggeri Guarini, Duccio Guida, Mario Isnenghi, Patrizia Ippolito, Gad Lerner, Luigi Lerro, Sebastiano Maffettone, Empedocle Maffia, Enrico Magrelli, Marella Mancini, Luigi Manconi, Luciana Martinelli, Teresa Marchesi, Nicola Matteucci, Giuseppe Mazzei, Flavio Minervi, Gigi Moncalvo, Giampiero Muggini, Bruno Pagani, Gainfranco Pasquino, Daniela Pasti, Marcello Pera, Aldo Piro, Salvo Ponz de Leon, Paolo Portoghesi, Daniele Protti, Mario Raimondo, Marco Ramat, Aldo Rizzo, Aldo Rosselli, Stefania Rossini, Roselina Salemi, Michele Salvati, Mario Sanfilippo, Salvatore Sechi, Caterina Selvaggi, Mirella Serri, Stefano Silvestri, Gian Emilio Simonetti, Federico Stame, Gianni Statera, Antonello Talamanca, Giorgio Tinazzi, Giuseppe Turani, Sergio Turone, Paolo Ungari, Giuliano Urbani, Slavatore Veca, Guido Viola, Giovanna Zincone, Giuliano Zincone.



la Lista di Angelo d' Orsi Revisionista Revisionato

Ma quanta acribia e puntualità, nella lista nera dei revisionisti approntata dallo storico Angelo d' Orsi sul manifesto del 9 settembre. Ecco la galleria dei minimizzatori del fascismo, degli sdoganatori professionali, dei vessilliferi del revisionismo strenuamente contrastati dai custodi dell' ortodossia antifascista, dai sacerdoti della memoria sfregiata senza ritegno da politici clementi con i «ragazzi di Salò», storici in vena di «rovescismo», giornalisti abbacinati dalla tentazione del sensazionalismo. Ecco i nomi di chi ha offerto una lettura della storia fascista non arrestandosi nemmeno di fronte alla demolizione dei padri della patria. Tanti nomi, esibiti come i reprobi che hanno voluto demitizzare una storia sacra, fautori di un revisionismo che si è fatto metodo, posa, addirittura ossessione compulsiva. Tanti nomi, meticolosamente allineati. Tranne uno: quello di Angelo d' Orsi. Che ebbe una stagione in cui venne bollato come «revisionista», bersagliato come rovescista ante litteram perché con la sua rilettura (filologicamente ferratissima, peraltro) delle debolezze, delle compromissioni, delle contiguità della cultura torinese negli anni del fascismo fu accusato con modi molto bruschi di voler gettare fango su alcune delle figure più luminose dell' antifascismo postfascista. In quell' occasione d' Orsi, ora distrattamente dimenticato dal d' Orsi rinsavito e fervorosamente riallineato, sperimentò su di sé la severità del trattamento chiamato anche «dagli al revisionista». Ma ora ha imparato la lezione: mai più revisionismo, anzi ardente zelo antirevisionista. Fino alla cancellazione del se stesso di una volta. Cosa non si fa per rientrare nei ranghi: il revisionista autorevisionato.

Battista Pierluigi

Pagina 49
(13 settembre 2008) - Corriere della Sera

angelo d'orsi ha detto...

Cari amici (compagni!), non sono mai intervenuto su questa lista (non intervengo quasi mai su nessuna lista, nemmeno quella da me creata), se non una volta per errore rispondendo a Giovanni Scirocco, responsabile della mia cooptazione. Non lo faccio perché mi sento un po' estraneo a questo stimabile circolo di vecchi amici lombardi e lombardiani... Io non sono lumbard né padano, e non sono mai stato socialista. Ho avuto simpatia e stima e ammirazione per Lombardi, come tanti, ma sono rimasto agghiacciato da certe sue scelte (Craxi docet). Storia vecchia. Sono un cane scioltissimo, da sempre; un estremista-moralista, potrei definirmi; temperato, su entrambi i piani, dal mio gramscianasimo: di indole e di convinzione...
Non intervengo, ma leggo (quasi) tutti i vs interventi, con cui spesso concordo, talora dissento (in qualche caso, anche radicalmente), e comunque li trovo quasi sempre stimolanti, anche se non mi ritrovo nel clima di amarcord, che tuttavia guardo, da osservatore partecipe ma tutto sommato distaccato, con grande empatia. Anche se a volte mi fate venir voglia di buttarmi giù dal terrazzo. Non ci sono più i socialisti di una volta, già... E neppure i comunisti! e nulla è più come prima. Insomma, vi voglio bene, pur sentendomi estraneo.
Ciò detto,sollecitato indirettamente da Melandri ed esplicitamente da Giovanni, ringraziandoli per la solidarietà (ma Giovanni sa che ricevo almeno un paio di articoli di ingiurie alla settimana), invio per conoscenza il pezzo che ha fatto arrabbiare l'onest'uomo Battista (un nome perfetto, direi).
Sperando di poter continuare a condividere con voi sdegni e sogni, vi saluto con l'amarezza di una sconfitta che ci ha travolto tutti, ma ancora con un po' di speranza nella lotta, come si diceva un tempo. Nella resistenza?
Io cerco di fare, nel mio piccolissimo, la mia parte. Angelo d'Orsi

vittorio melandri ha detto...

Penso, con la dovuta ed esibita cautela dettata da un'umiltà intellettuale che nel mio caso non è di maniera ma di sostanza, che la "sconfitta che ci ha travolto tutti", venga da lontano. Da molto lontano.

Azzardo a dire che venga dall'incapacità di coniugare l'estraneità che ciascuno di noi nutre legittimamente nei confronti dell'altro, con la necessità a sinistra di volerci bene, ben oltre il "buonismo" cattivissimo e tanto abusato in tutte le salse, che ci affanna e umilia da decenni.

Penso che il coltivare insieme come mai siamo riusciti a fare, sdegni e sogni, sia davvero la più "logica" delle speranze rimaste alla generazione nata insieme alla Costituzione nata dalla Resistenza.

vittorio melandri

P.S.
Ringrazio Angelo D'Orsi per la cortesia implicita nell'aver raccolto la sollecitazione indiretta mia e quella diretta di Giovanni, anche perchè mi dà modo di fare ammenda per essere scivolato in occasione della mia precedente su un congiuntivo ..... perchè nel 2001 Battista editorialista de La Stampa..... è logico immaginare che non avesse (.... non.... non aveva) potuto intervenire a correggere D’Orsi.

luciano belli paci ha detto...

Spero di non incrinare la stima di d'Orsi per il Rosselli se gli rivelo che
non è un circolo di lombardiani.
Ci sono anche alcuni autorevoli e carissimi compagni lombardiani, ma forse
in questo momento ci sono più lombardiani (ex) con cariche di governo e di
partito al potere :-))
Peraltro, penso che anche i lombardiani del Rosselli vorranno unirsi a me
nel respingere il giudizio liquidatorio secondo il quale "Craxi ...
considerò chiusa l'era dell'antifascismo come valore fondante della carta
costituzionale".
Anch'io, saragattiano e craxiano, giudico severamente taluni elementi di
disinvoltura dell'ultimo leader del Psi.
Ma Bettino, con tanti difetti, quello di svalutare l'antifascismo proprio
non lo ebbe.
Nessuno di noi, lombardiani e non, sarebbe rimasto nel Psi un minuto di più
se il nostro segretario fosse scivolato su questo punto.

Luciano Belli Paci

giovanni scirocco ha detto...

Diciamo che ci marciò un po' con il socialismo tricolore, per calcolo politico...: andate a rileggervi le collezioni di MO di quegli anni o l'Avanti! che ospitava sogno...
E comunque sono anch'io d'accordo sul fatto che, non fosse altro che per storia famigliare, rimase personalmente sempre convintamente antifascista. Se permetttete una battuta, un antifascista di destra...
Un caro saluto a tutti e grazie ad Angelo
Giovanni

paola meneganti ha detto...

Già, per calcolo politico .. per la arrogante convinzione di essere in gambissima intelligentissimo fortissimo carismaticissimo quindi sostanzialmente immune da dubbi critiche e domande. Ha voluto essere "il" capo e ha pagato in quanto "il" capo.
Sì, antifascista .. ricordo che, in pieno regime pinochettista, andò a Santiago a deporre fiori per Allende, e che si oppose ai carabineros. Spero non solo per esibizione muscolare.
Sì, sono d'accordo: antifascista di destra
Paola (socialista lombardiana) (fuori tempo massimo? :-)))

vittorio melandri ha detto...

Cara Paola perdonami se succhio le tue ruote.

Il fatto è questo:

quando ci si trova dinnanzi un piano inclinato e ingrassato, e con "sprezzo" del pericolo ci si mette sopra anche un solo piedino, uno solo, perché ci si crede "citius! altius! fortius" più di tutti gli altri..... non c'è poi più verso di fermarsi e si arriva sino in fondo, anche se non si vuole.

Craxi aveva tutte le carte in mano all'interno del PSI e nssuno che non fosse lui medesimo poteva costringerlo a mettere il suo piedino sul piano inclinato che sapeva essere "ingrassato" e che aveva dinnanzi.

In fondo al piano inclinato di cui sopra, si è trovato anche per colpa sua quindi, una sinistra spaccata e debilitata, un "antifascismo in crisi" per dirla con Luzzatto, che all'appuntamento con la storia (quel muro di Berlino caduto..... -sopra la testa delle donne-.... secondo un esponente della Duma Russa) si è trovato debilitato a dover fronteggiare un "fascismo risorgente" sotto nuove vesti.

Se capisco bene poi il riferimento di D'Orsi, è vero che Lombardi proprio nella sua città a Torino, appoggiò Craxi. Ma nel marzo del 1980 solo due anni dopo diede le dimissioni da Presidente del Partito prendendo definitivamente le distanze da lui. Per fare un parallelo (magari improprio) Ingrao a prendere le distanze dal suo comportamento, pssso dirlo, poco "gramsciano", tenuto in occasione dell'espulsione dal partito di quelli de "il manifesto", ha impiegato un quarto di secolo.


vittorio

.....ancora socialista, lombardiano (contro la volontà di Lombardi che appunto non si diceva tale) ed oggi soprattutto, per dirla con Giolitti (ma forse qui mi ripeto) ..... "senzatetto di sinistra".

claudio vercelli ha detto...

Peccato che non ci sia più Aldo Aniasi poiché gli avremmo potuto chiedere la sua opinione. Comunque: che Craxi non avesse (più) in sé il Dna antifascista è impresa ardua se non impossibile da sostenere. Semmai la sua visione socialdemocratica (più che socialista) ne rafforzava interiormente il senso del lascito dei padri, a partire da Nenni e Saragat, pur declinandolo sul piano della sua possibile (post)modernità. Siamo fuori dalla logica Anpi, tuttavia, l'ultima che oggi pare rimanerci come orizzonte di senso (senza offesa per gli amici dell'Associazione, sia ben chiaro!). Il ragionamento fila, d'altro canto, a patto che si assuma come sussistente, nel medesimo tempo, un duplice e concorrenziale antifascismo (e senza vivere ciò come un anatema ideologico da scagliare contro quanti non esistono - quasi - più da tempo): da una parte quello liberale e democratico, nel senso rosselliano dei termini, volto a chiedersi quale sia il punto di sintesi tra valori dell'individuo e anelito alla giustizia sociale (questione che sta alla base di tutta la difficile traiettoria delle socialdemocrazie "reali" del Novecento); dall'altro, quello di impronta comunista, che identifica(va) nella componente della collettività e del collettivismo l'elemento cardine, contestando al fascismo soprattutto il suo rifarsi alla mitologia della nazione invece che a quella della classe (ma non necessariamente le funzioni di autorità e di guida intese come eterodirezione delle "masse"). Craxi sta nel primo, vivendone però lo stato di crisi nel momento in cui è l'idea stessa di società a subire una profonda torsione. Il discorso, peraltro, è difficile e scivoloso. Detto questo, e mi scuso per la banalizzante sommarietà, altro tema, invece, è la politica culturale (e al sua personale cultura della politica) - per così dire - che egli inaugurò dopo la conclusione della stagione di innamoramento con gli intellettuali d'area. Tanto per intenderci tra il 1978 (congresso di Torino, saggio su Proudhon, rapimento Moro) e il 1980 (Pci all'opposizione, terremoto in Irpinia, vicenda Fiat), quando al suo definitivo consolidamento alla guida del partito, in anni tumultuosi e calamitosi, si accompagnò la lievitante cognizione che gli equilibri repubblicani stavano per essere superati da qualcosa di tanto nuovo quanto incerto. E' lì che Craxi viene tentato dall'ipotesi di divenire colui che avrebbe cavalcato la trasformazione, dandogli un volto (il suo) e un non meglio definito indirizzo (la "grande riforma" insieme al cosiddetto superamento dell'arco costituzionale). Vuote parole, mi obietterete, serventi di una tattica (l'unica nella quale il Craxi politico era versato) di pura conquista/arrembaggio del potere. Purtuttavia Craxi coglie in quegli anni la disfunzionalità, (soprattutto rispetto ad una strategia politica non più di trasformazione della società ma di occupazione dei posti di potere), di un antifascismo piuttosto ossificato che è nel medesimo tempo cultura politica e garante idoelogico di un ciclo politico alla sua conclusione. Craxi è il primo politico della prima Repubblica (scusatemi il gioco di parole) a tematizzare l'esaurimento degli assetti sui quali essa si fonda (il secondo sarà Cossiga, in tempi a noi un po' più prossimi). Da questo punto di vista Bettino diventa, suo malgrado, (anche) un post-antifascista: mantiene in sé molti dei riferimenti valoriali di quella cultura ma li declina fuori dalla sinistra poiché pensa che sia l'humus culturale di certa destra, liberale e liberista nel medesimo tempo, a meglio soddisfare le esigenze del tempo. Siamo, non dimenticamolo, negli anni della inarrestabile rivoluzione conservatrice di Reagan e Thatcher: che ci piaccia o meno ne siamo diventati un po' tutti figli. Se volessimo nobilitare il discorso in chiave comparativa potremmo rifarci al calco del populismo gollista, sia pure ex post. In lui era pienamente introiettato il valore del momento decisionale (la centralità della funzione esecutiva di contro a quella rappresentativa; il "decisionismo" come stile di governo), la rilevanza del carisma personale, la politica come una dimensione totale e totalizzante (non a caso sarebbe morto, nel 2000, come il personaggio di una tragedia, convintosi di essere a tutti gli effetti un esule, del pari a quelle figure storiche ai quali sempre si rifece), la curiosità per l'innovazione sociale (il "nuovo che avanza") ma anche la sua sostanziale subalternità culturale. Il suo antifascismo, quindi, non era "costituzionale" bensì risorgimentale. Demandava a valori morali prima ancora che a quell'accordo politico che aveva originato il pactum societatis tra il 1943 e il 1948 (dall'8 settembre all'attentato a Togliatti). Craxi, peraltro, era insofferente delle mediazioni, pur essendone, alla resa dei conti, uno dei grandi sacerdoti. Fu quindi infine un antifascista crepuscolare, vivendo in toto la crisi degli ordinamenti istituzionali che da esso erano derivati dal 1945 in poi. In ciò facendo - e peraltro non a caso - si incontrò (e fu quindi lambito) anche con i progetti di trasformazione fraudolenta dei piduisti, con la tentazione di sdoganare il Msi non per quello che la sua subcultura politica rappresentava bensì per la porzione di voti così agibili sul mercato politico e così via.
Perché non chiamare il compagno (!?) Cicchitto, oramai renitente alla discussione, ad un confronto su queste cose? (Vabbé, lo dico per scherzare, eh che diamine!)
Claudio Vercelli

sergio tremolada ha detto...

Perché attardarsi su questioni che sono quasi storia mentre quella vera è ricreare in Italia un nuovo evento politico che parta dal socialismo e diventi, con una grande riforma" l'alfiere di un diverso progresso sociale, più consono a ai tempi ma altrettanto radicale?

Sergio Tremolada