lunedì 31 agosto 2009

Paolo Franchi: Prodi e quella severa analisi degli anni del riformismo

L' EX PREMIER E IL RIFORMISMO
Prodi e quella severa analisi degli anni del centrosinistra

Non sarà la bomba di cui ha scritto, commentandolo sull' Altro, Piero Sansonetti. Ma certo l' ultimo intervento di Romano Prodi (Messaggero, 15 agosto) avrebbe meritato e merita più attenzione di quanta, complice il Ferragosto, gliene sia stata dedicata. Riassumendo. Per oltre un decennio Prodi è stato il leader (contestato e dimidiato quanto si vuole: ma comunque il leader) del centrosinistra. A lui si attribuiscono molte responsabilità della sconfitta, ma sarebbe bene anche ricordare che è stato l' unico a vincere: si è imposto in due campagne elettorali, seppure la seconda volta, nel 2006, di un soffio, e anche meno, incarnando prima l' Ulivo, poi l' Unione. Ha guidato due volte il governo. Non è un politico a tutto tondo, almeno nell' accezione classica del termine, è vero, e si è visto. Ma pochi leader della sinistra e del centrosinistra europei hanno un curriculum così prestigioso. Colpisce dunque (o dovrebbe colpire) il fatto che sia proprio lui, ripercorrendo nell' ora più difficile gli anni dei successi italiani, europei e mondiali del riformismo, a sottoporli a una critica tanto spietata; e a individuare nelle politiche allora perseguite una delle ragioni, e anzi la ragione principale, non solo della sconfitta, ma dell' afasia politica e intellettuale di cui oggi visibilmente soffrono le forze di ispirazione progressista. Come se di quella stagione che ora bolla con tanta durezza non fosse stato un indiscusso e indiscutibile protagonista. In Italia e non solo in Italia. Come se (ma non vorremmo essere maliziosi) intendesse segnalare, ora che è fuori dall' agone politico propriamente detto, che, se fosse stato per lui, se i suoi partner e il clima politico dell' epoca non lo avessero condizionato, ben altre strade avrebbe battuto il riformismo. Ma queste sarebbero, nel caso, polemichette italiane (i famosi sassolini da cavare prima o poi dalle scarpe) che non appassionano davvero nessuno. Più interessante, semmai, è soffermarsi sulla natura delle critiche mosse da Prodi. Che notoriamente non è un socialdemocratico, né tanto meno un esponente della sinistra socialdemocratica, e che però sembra ragionare proprio come quest' ultima. Bill Clinton, Tony Blair, l' Ulivo più o meno «mondiale» di cui si dibatteva, o si favoleggiava, negli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo? All' apparenza, quella messa in campo era «una fucina di novità». Nella realtà, nuovo era solo il linguaggio, perché nella sostanza ci si limitava a imitare le politiche economiche e sociali sino ad allora perseguite dalle forze conservatrici, fondate sul «dominio assoluto del mercato», nella convinzione, o nell' illusione, di saperle gestire meglio. O, quanto meno, da questa ispirazione e da questa pratica (si trattasse della distribuzione del reddito o delle politiche europee, della pace e della guerra o dell' uso della leva fiscale) non ci si discostava. Dunque, argomenta Prodi, non c' è nulla da stupirsi se, di fronte a una crisi che dovrebbe fare in tutta Europa delle forze di centrosinistra una risorsa e una speranza, queste forze vengono sconfitte e sembrano balbettare assai più dei conservatori. Altro che riscoprire le virtù del centro. Se davvero si vuole rilanciare il riformismo, occorre uscire da questa subalternità e battere strade ben diverse, potremmo dire, in una parola, ben più radicali. E per trovare nuovi interlocutori nella società bisogna correre coscientemente il rischio di perdersi dei pezzi per strada. Su una parte almeno di una simile diagnosi chi ricorda l' entusiasmo da parvenu con cui una certa sinistra (non solo in Italia; e in Italia, va riconosciuto, non certo Romano Prodi) celebrava le magnifiche sorti e progressive del turbo capitalismo fatica a non convenire. Ma il giudizio di Prodi su quella stagione (e quei colleghi) suona ugualmente ingeneroso, al di là dell' assenza di ogni autocritica, anche per l' assenza dei necessari distinguo tra Paese e Paese, partito e partito, leader e leader; e la prospettiva che indica al centrosinistra italiano e europeo per ritrovare, con l' anima, il popolo, alquanto vaga. Ben difficilmente l' ex presidente del Consiglio diverrà, se non il leader, il padre nobile di qualcosa di simile a una nuova sinistra. E probabilmente non ha alcuna intenzione di candidarsi a un simile ruolo. Resta però da riconoscergli il merito di aver introdotto in un dibattito sin qui liquido al pari del partito che lo ha promosso in vista del suo congresso un tema cruciale e finora del tutto disatteso dai contendenti: senza una riflessione e un giudizio comune (non necessariamente il suo, si capisce) sul recente passato ben difficilmente si può costruire qualcosa di simile a un futuro comune. RIPRODUZIONE RISERVATA

Franchi Paolo


Pagina 8
(22 agosto 2009) - Corriere della Sera

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