sabato 18 ottobre 2008

Pecchiari: dopo Galliate

Alcuni spunti di riflessione oggi più attuali che mai, da un articolo di Napoleone Colajanni per la "Rivista del Manifesto".
Un migliorista vero, che finì - vista la pochezza della sinistra italiana - per scrivere i suoi ultimi pezzi per "Il Sole 24 Ore", dove teneva una rubrica fissa settimanale.

So già che mi etichetterete come "vetero", ma ho le spalle forti (poi non dite che non vi avevo avvertito...), perciò "si apra il dibattito"!

Mi piace far notare, assai malignamente e con soddisfazione neanche tanto nascosta, che l'articolo è del 2002.

Buona lettura,

Pierpaolo



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numero 32 ottobre 2002 Sommario

I miti del neoliberismo

LA CRITICA DI UN ‘MIGLIORISTA’
Napoleone Colajanni


1.Ragionare sulla crisi della sinistra europea, evidente per le sconfitte elettorali che si sono susseguite, è certamente assai importante, ma rischia di rimanere un impegno circoscritto a una parte minoritaria della stessa sinistra. Pesa sulla produzione culturale della sinistra, di tutta la sinistra, l’abbandono del concetto di struttura che per un secolo e mezzo è stato il suo punto di forza per l’analisi della realtà. Anche se una elaborazione esplicita è mancata, si è ritenuto che il concetto di rapporti di produzione significasse proprietà dei mezzi di produzione, come è stato per un certo periodo del capitalismo. Quando sono intervenuti i profondi cambiamenti della società contemporanea, che hanno esteso enormemente il controllo sociale sulla produzione, si è pensato che capitale e lavoro diventassero concetti astratti, mentre l’unica cosa concreta diventava il mercato. Come se il mercato non comportasse una struttura che è andata cambiando nel tempo e il mercato dei banchieri fiorentini avesse regole di funzionamento comparabili a quelle del mercato globale di oggi. E come se la proprietà dei mezzi di produzione, qualitativamente trasformata dall’estendersi del capitale finanziario, non avesse più alcuna importanza per lo sviluppo delle forze produttive. E come se la composizione della produzione, il tasso degli investimenti, la qualità degli investimenti, la composizione della forza lavoro, non dipendessero dai rapporti di produzione, ma fossero determinati dal caso o da forze oscure.
Di fatto, anche se non lo si ammette, da questo mutamento intellettuale la sinistra ufficiale ha tratto la conseguenza che il capitalismo, fatto coincidere con l’economia di mercato, non solo è l’unico sistema efficiente, ma è destinato a durare in eterno e perciò l’unica cosa che si può fare è cercare di correggerne gli squilibri.
Sono certo di essere abbastanza isolato se dico che anche nella sinistra non ufficiale si accetta il punto di vista che non è prevedibile il superamento del capitalismo in tempi ragionevoli, e si trascura l’impatto del capitalismo contemporaneo sullo sviluppo delle forze produttive ponendo l’accento sulle ingiustizie, sulle emarginazioni, o su un concetto assai difficile da definire, come i diritti dei lavoratori, che variano storicamente, e rifarsi a quelli vecchi non serve a niente.
2. Non credo sia il caso di riaprire una vecchia diatriba sul superamento del capitalismo, ma credo debba porsi il problema se ci si debba accontentare di correggere il capitalismo, in pratica di migliorarlo, ponendo in primo piano non la ripresa dello sviluppo delle forze produttive, ma la redistribuzione del prodotto a favore degli emarginati, dell’ambiente, o di quant’altro la sinistra, tutta la sinistra, vuole, oppure se si debba cercare di comprendere quali siano le contraddizioni reali del capitalismo com’è oggi per partire da queste. Una parte della sinistra non ufficiale sta cercando di lavorare su questa seconda linea, ma senza una coerenza intellettuale, con atteggiamenti che richiamano quelli del luddismo agli albori del capitalismo. In passato una piccola parte del Pci cercò di fare delle riforme mirate allo sviluppo delle forze produttive il punto centrale di un programma politico. Fu definita con l’appellativo ritenuto infamante di ‘migliorista’. Mi sarà concesso di costatare che tale appellativo oggi può essere facilmente applicato non solo ai Ds ma anche a buona parte della sinistra non ufficiale, che fa della ripartizione del reddito prodotto, e non delle modificazioni della struttura, il punto centrale di un impegno politico.
Quel che mi pare evidente è che nell’analisi della realtà economica l’abbandono del concetto di struttura porta a risultati devastanti. Non si può comprendere nulla dei fatti di oggi se non se ne cercano le radici nei fatti precedenti e non si colgono le differenze tra momenti diversi, appunto nella struttura. E la cosa non ha soltanto un significato attuale, ma ha anche risvolti squisitamente politici. Per fare un esempio: se non si capisce che l’avvento dello Stato sociale è stato reso possibile da una determinata fase dello sviluppo del capitalismo, nelle trenta o meglio venti gloriose annate antecedenti al 1971, e che, passate quella fase e quella determinata struttura delle forze produttive, dello Stato sociale bisogna rimeditare la natura, ci si trova oggi in un vicolo cieco. Le condizioni in cui crescevano insieme salari e profitti, produttività e occupazione, e si creava un surplus sociale che rese possibile il Welfare State, non torneranno più almeno per chissà quanto tempo, e una popolazione che cresce e invecchia (fatto strutturale) pone problemi che non si possono risolvere alla vecchia maniera.
Non mi sembra che nessuno sia stato in grado di dire perché proprio allora si ebbe uno sviluppo senza precedenti nei paesi capitalistici avanzati, sviluppo che nemmeno i fastigi della New Economy è riuscita a raggiungere. La crescita eccezionale di quel periodo è dovuta al fatto che allora la domanda, una volta assicurato un adeguato approvvigionamento alimentare, si andava spostando verso i beni di consumo durevole, e la produzione di questi richiedeva uno sviluppo dell’industria dell’energia, elettrica e petrolifera, di acciaio, di prodotti chimici, tutti settori in cui esiste un forte effetto di scala. Con l’aumento della produzione diminuivano i costi unitari e si creavano quindi i circoli virtuosi che hanno permesso i miracoli economici e l’avvento del Welfare State.
I guai sono cominciati quando per questi beni ci si è avvicinati alla saturazione della domanda. Per capire cosa questo significhi basta tener presente che nel 1955 in Italia c’era un auto ogni 70 persone e nel 1973 una ogni 6. La domanda si è andata spostando verso beni di natura diversa, più sofisticati e verso i servizi, sanità, svago e tempo libero, viaggi, mentre per i beni di consumo durevole è rimasta la domanda di sostituzione. La crescita della popolazione è andata rallentando e gli investimenti nell’industria sono andati diminuendo, e dato che gli investimenti nei servizi sono assai bassi in confronto a quelli dell’industria, gli utili delle imprese hanno preso la via della finanza.
Il processo di cambiamento non è stato semplice ed è passato attraverso la stagflazione degli anni settanta e la oscillante ripresa degli anni ottanta. Ma il processo in atto in quegli anni gettava le basi per la struttura economica di oggi. La ricerca di profitti maggiori di quelli che l’industria poteva offrire spingeva all’innovazione e agli investimenti finanziari, lo sviluppo del capitale finanziario portava alla globalizzazione, il cui carattere finanziario è tuttora, checché ne dicano tanti suoi sprovveduti critici o apologeti assolutamente, prevalente. Il risparmio delle famiglie veniva sempre più socializzato dalle partecipazioni delle banche nelle imprese, dai fondi di investimento e dai fondi pensione nel mondo anglosassone, o rastrellato dallo Stato attraverso l’indebitamento, per finanziare lo Stato sociale. In termini veteromarxisti si è andato accelerando un processo di socializzazione e una produzione di surplus in misura sempre crescente a livello sociale e non a livello d’impresa, come era nel capitalismo di due secoli fa. Solo che l’appropriazione del surplus si verifica anch’essa a livello sociale, attraverso la funzione dello Stato e lo strumento della democrazia parlamentare. Alla contesa per l’appropriazione partecipano i gruppi sociali più diversi, compresi quelli che sono espressione degli interessi corporativi dei lavoratori, cosa che la sinistra si guarda bene dal combattere.
3. I caratteri più rilevanti del capitalismo contemporaneo sono la società dei servizi e la preponderanza del capitale finanziario. All’espansione dei servizi si è arrivati, come si è detto prima, attraverso i mutamenti nella struttura della domanda. Le conseguenze sono che, dato che la produttività dei servizi è sensibilmente inferiore a quella dell’industria, la crescita della produttività complessiva si è ridotta, e quindi, a parità di occupazione, il reddito da ripartire è diminuito rispetto alle società a struttura industriale, e questa è una delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Gli Stati Uniti hanno contrastato questo processo alimentando la crescita attraverso un’occupazione a bassi salari ma di grande volume, alimentata dall’immigrazione, con forme di flessibilità particolarmente spinte. È per questa ragione che il reddito ha continuato a crescere. In Europa questo non è stato possibile, non solo per la presenza di un movimento operaio che non accettava bassi salari, ma anche per le resistenze all’immigrazione.
Il rafforzamento del capitale finanziario ha portato alla riduzione degli investimenti industriali, dato che i profitti che si realizzano nella finanza sono particolarmente elevati, non tanto grazie ai dividendi corrisposti dalle società, quanto attraverso la crescita di quello che si è convenuto di chiamare il valore d’impresa, cioè la capitalizzazione nel mercato finanziario. Si è avuto un processo di deindustrializzazione che ha riguardato gran parte dell’industria tradizionale, e ha risparmiato soltanto i settori di elevata tecnologia, lo svago e il tempo libero, i pubblici servizi, per esempio le telecomunicazioni.
Per gli Stati Uniti la deindustrializzazione ha avuto una conseguenza assai pesante: il disavanzo della bilancia commerciale ha fatto degli Stati Uniti il maggior, e di gran lunga, debitore del mondo poiché la domanda di beni di consumo non veniva meno nella società dei servizi mentre la produzione si spostava verso altre parti del mondo. Insieme alla formazione del mercato finanziario mondiale è questa la caratteristica principale della globalizzazione. Secondo la teoria classica del commercio estero dovremmo avere un dollaro in continua svalutazione. Se questo non avviene è per due motivi: uno politico, lo strapotere degli Stati Uniti nel mondo, e uno economico: il continuo flusso di investimenti finanziari dall’Europa e dal Giappone, alimentato dal mercato finanziario in continua crescita. L’Europa continua ad essere esportatrice, ma i suoi tassi di crescita e di occupazione sono nettamente inferiori.
Si è insistito sul fatto che la New Economy potesse essere un modello permanente e che esso potesse essere esportato in Europa. I teorici della ‘terza via’ sostennero appunto questa tesi. In realtà non solo il modello non è esportabile, ma si è dissolto all’interno degli stessi Stati Uniti. La New Economy era sostenuta da due forze motrici: gli investimenti in informatica e la Borsa in crescita ininterrotta, che finanziava la domanda di una certa parte di consumatori. I primi si sono saturati mentre, a Wall Street, la bolla inevitabilmente si sgonfiava. Tutte le imprese che avevano fatto del valore d’impresa l’obiettivo principale si sono trovate in difficoltà e alcune hanno fatto ricorso agli imbrogli. Ma è stupido ritenere che punita la disonestà di alcuni il sistema possa riprendere ai livelli precedenti.
La stagnazione dell’Europa ha un’origine diversa. Il tasso di accumulazione è sceso sensibilmente, l’innovazione è in ritardo, i numeri magici imposti da Maastricht, dalla Banca Centrale Europea e dall’Unione bloccano in pratica ogni possibilità di politica economica e affidano tutto a una imprenditorialità che per il momento è latitante. La deindustrializzazione è meno accentuata che negli Stati Uniti, e quindi le condizioni della bilancia dei pagamenti sono migliori. Resta il fatto che il mantenimento dello stato sociale è reso problematico da una insufficiente formazione di risorse.
4. Le contraddizioni del capitalismo quindi esistono e sono rilevanti. La globalizzazione reca dentro di sé l’instabilità e aumenta la possibilità di crisi che cominciano con un carattere finanziario per invadere successivamente il campo dell’economia reale, come sta accadendo nell’America Latina.
Il modo di affrontare queste contraddizione è naturalmente diverso per l’Europa e per gli Stati Uniti. Per questi ultimi la possibilità di mantenere un tasso di crescita sufficiente – sostenendo la domanda attraverso l’immigrazione e l’elevata occupazione e usando la potenza militare per sostenere il disavanzo – è senz’altro reale. Naturalmente, occorre dimenticare i tassi della seconda metà degli anni novanta, e accettare quella che a molti può sembrare una stagnazione. Ciò comporterà inevitabilmente un ritorno del disavanzo pubblico – come accadde con Reagan – e quindi un pericolo di inflazione. Gli strumenti per combatterla però ci sono. I pericoli reali per gli Stati Uniti possono venire da una profonda crisi finanziaria mondiale o dal collasso di un numero rilevante di grandi imprese. Nel 1929 la crisi della Borsa colpì direttamente le banche e attraverso queste l’economia reale; oggi la sofisticazione del sistema finanziario offre maggiore protezione.
L’Europa, poiché il mercato unico ha già dato tutto quello che poteva, ha necessità di aumentare il tasso di crescita e quindi di inserirsi in misura sempre più rilevante nell’economia globale. Non credo che il punto di partenza possa essere un rilancio della domanda interna, dato che se a questo non fa riscontro una diminuzione della propensione alla liquidità e una crescita degli investimenti, si arriva soltanto a un deterioramento della bilancia dei pagamenti. L’Europa ha tutto l’interesse a sfruttare pienamente il processo di globalizzazione aiutando a rendere effettiva la potenziale domanda globale e aumentando il proprio ruolo nella finanza mondiale. Se si proverà a sottrarsi all’egemonia del dollaro, allora le scelte politiche diventeranno prevalenti. Il punto chiave è, in ogni caso, la propensione a investire. Il dato, strutturale, è l’indebolimento della capacità imprenditoriale, che ha la sua manifestazione più evidente nel ritardo dell’innovazione. I liberisti vecchi e nuovi, anche nella sinistra ufficiale, pensano evidentemente che il mercato susciti di per sé le nuove forze imprenditoriali, il che non è vero. Era vero in altri periodi storici, non oggi. Piaccia o no, quella che torna in discussione è la funzione dello Stato in rapporto allo sviluppo delle forze produttive.
Questo mi sembra essere oggi il punto nodale per la sinistra, ufficiale e no. Non vedo che sugo ci sarebbe a discutere in astratto di tecniche di intervento e di politiche specifiche se non si fa una scelta preliminare in questo campo. Una elencazione non presenterebbe molte difficoltà: dall’abbandono del liberismo per i movimenti di capitale, alla politica monetaria che non può essere avulsa dalla politica economica, alla politica per l’innovazione, alle infrastrutture alla possibilità di intervento diretto in servizi come le telecomunicazioni, dove il liberismo sta portando al fallimento le imprese.
Questo mi sembra un terreno reale di iniziativa per la sinistra, terreno tradizionale quanto si vuole, ma che da un’analisi del capitalismo contemporaneo non corriva ai luoghi comuni riceve nuova vitalità.

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