venerdì 3 ottobre 2008

Lopez: Pansa se n'è gghiuto

dal suo sito



L'analisi
PANSA SE N'E' 'GGHIUTO
E SOLI CI HA LASCIATI
di BEPPE LOPEZ

02/10/2008 15.10.52



Verrebbe voglia di dire: Pansa se n’è ‘gghiuto e soli ci ha lasciati... Ma la decisione di Giampaolo Pansa di assumere finalmente una decisione conseguente al suo progressivo e ormai consolidato distacco dalla sinistra (dall’Italia della democratizzazione di massa, della discriminante antifascista, della solidarietà attiva con lavoratori, disoccupati e precari) e dal giornalismo di cronaca e di inchiesta introduce almeno un qualche elemento di chiarezza nella immagine professionale e culturale del popolare giornalista e scrittore. Naturalmente, la decisione di abbandonare l’Espresso Pansa l’ha condita con il fumo di contraddizioni, di spacconeria e di goliardia di cui da tempo è entusiasta produttore. E soprattutto con la scelta non di approdare, più coerentemente, al Giornale o a Libero o a Panorama, ma in una testata accreditata dall’etichetta di “centrosinistra”, vale a dire il Riformista di Antonio Polito e, soprattutto, di un editore “molto motivato e libero” (assertiva e avaloriale definizione dello stesso Pansa) come Giampaolo Angelucci, della nota famiglia proprietaria di cliniche e del giornale di Feltri che aveva tentato di acquisire anche il controllo dell’Unità.

La poco credibile, quasi risibile motivazione addotta dall’interessato, per questo passaggio, la dice lunga sulla confusione che egli, si spera consapevolmente, fa sulle vere ragioni dell’evento. Non dice: non mi riconosco più – da anni, da decenni – nel centrosinistra e a maggior ragione nella sinistra, di cui l’Espresso è da sempre espressione giornalistica e culturale, e che pure, oggettivamente, negli ultimi anni, negli ultimi decenni ha di molto annacquato le proprie posizioni e le proprie scelte, diventando sempre più “liberale”, liberista e moderata. Non dice: questa sinistra è assai poco liberale, liberista e moderata, rispetto al cammino verso il centro e la destra che io ho fatto, come testimoniano i miei scritti degli ultimi anni e i miei libri “dalla parte dei vinti”, e quindi me ne libero e libero essa dall’equivoco della mia fastidiosa insistenza a dichiararmi elettore e intellettuale “di centrosinistra”.

No, questo Pansa non lo dice. Vuole ancora far credere - si spera, almeno che non abbia bisogno di crederlo ancora egli stesso in cuor suo – di stare dalla parte del “centrosinistra” e in particolare del suo settore più liberale, liberista e moderato di cui il Riformista si propone infatti come espressione e bandiera. La scarsa credibilità della motivazione è documentata proprio dalle parole di Pansa. In sostanza, afferma di lasciare lo storico settimanale fondato da Scalfari e Caracciolo perché esso “negli ultimi tempi sembra aver fatto della guerra al Caimano Berlusconi l’unica ragione della sua esistenza”, imboccando una “deriva girotondina”.

Ma come si fa a prendere sul serio Pansa, su questo? E’ a tutti noto che proprio sino ad epoca recente, sino all’affidamento della direzione del settimanale a Daniela Hamaui – e certamente per tutto il periodo della direzione di Claudio Rinaldi (che Pansa ha amato e definisce ancora “un eroe del giornalismo”) e della condirezione di Giampaolo Pansa (sì, del Pansa di cui stiamo parlando!) – all’Espresso venivano semmai attribuiti un eccesso di interesse per la politica e per il Palazzo, e un maniacale anti-berlusconismo. E’ a tutti noto che la direzione della Hamaui fu motivata e si è poi caratterizzata proprio sull’abbandono della linea politicistica, in favore delle inchieste e di una descrizione della realtà in tutti i suoi aspetti, anche di quelli più “moderni” e tradizionalmente meno praticati e apprezzati a sinistra.

La verità è che è Pansa ad essere cambiato e non ha il coraggio di dirlo, perciò pretende che gli altri siano cambiati, che l’Espresso sia cambiato. Ma poi è lui stesso a raccontare dell’imbarazzo in cui metteva Ezio Mauro con i suoi ultimi articoli su Repubblica (di cui era stato vice-direttore ai tempi delle più severe campagne di Scalfari contro Berlusconi!), prima di decidere di interrompere anche quella collaborazione. Anche Mauro in “deriva girotondina”? Tutti in “deriva girotondina”? Tutti cambiati, dalle sue parti, meno lui? Sarebbe più onesto e corretto ammettere o magari rivendicare: voi siete sempre gli stessi, più o meno, ma io sono cambiato e me ne vado…

Il resto è colore. Pansa, capricciosamente, valorizza i suoi 31 anni nel “gruppo” ma poi si pretende anche “zingaresco. Sono il più grande cambiagiornali”. Si scaglia contro “la retorica autocelebrativa” dei giornalisti ma poi enfatizza la testatina della sua rubrichetta di colore sull’Espresso (“Mi porto via anche il Bestiario. E’ un copyright mio, credo che a un vecchio signore come me consentiranno questo trasloco”), il leggendario binocolo “Zeiss, made in Ddr” con il quale seguiva i congressi di partito, la strabiliante invenzione delle “truppe mastellate”… Confonde la “ricetta suggerita da barbapapà Scalfari: ‘Un settimanale dev’essere libertino’”, per indicare “un prodotto imprevedibile, capace di contraddirsi e stupire”, col suo battutismo rubricario e con i suoi libri, prima tutti tagliati sulla vulgata dei “vincitori” e poi – imprevedibilmente, contraddicendosi e stupendo - tutti schiacciati sulle ragioni dei “vinti”…

Detto questo, la parabola seguita da Giampaolo Pansa appare, per molti aspetti, una metafora del declino dell’impegno, della lucidità e dell’intelligenza giornalistica italiana. Da brillante cronista e arguto inchiestista – in particolare sul Giorno, sul Corriere della Sera e nei primi anni di Repubblica – si è via via innamorato di se stesso e delle parole, riducendo le proprie cronache, appunto, in colore e sempre più massicciamente in battutismo, sino alla superficialità e alle arbitrarie, assertive e goliardiche ultime esibizioni sull’Espresso, specie nell’autocelebrato Bestiario e nei rari pezzi di “situazione politica” scritti a tavolino. Era evidente che l’antico “giornalista di sinistra” si riconosceva sempre meno nella sinistra e si sentiva sempre più stretto in un ruolo di ”bastian contario” senza spessore; che si riconosceva sempre meno nel lavoro di cronaca e di inchiesta pure da lui esercitato con rara bravura sino a qualche decennio fa. Di qui, probabilmente, il suo accentuato impegno come narratore, dove ha potuto sviluppare in libertà (e con crescente convinzione) le sue indubbie capacità di scrittura e i suoi nuovi orizzonti e ripensamenti politico-culturali

2 commenti:

francesco somaini ha detto...

Non vedo la fonte di questo intervento di Beppe Lopez.
Su questa invettiva anti-pansiana (che peraltro in buona misura condivido) esprimo però due riserve.
La prima è che avrei francamente lasciato perdere l'antipatico titolo di sapore togliattiano.
La seconda, è che pur non apprezzando in nulla il summentovato Pansa (acritico paladino dei "vinti", quando sono peraltro diventati a loro volta "vincitori") mi riesce in effetti assai difficile riconoscermi in una così ferma difesa delle testate del gruppo L'Espresso-Repubblica: gruppo che credo si possa pacificamente annoverare tra i primi responsabili del più grosso guaio che si sia abbattuto sulla Sinistra italiana da molto tempo in qua (l'infausta costituzione dell'orrendo PD, che ha regalato il Paese a questa ancor più orribile Destra).
Il punto, ahimè, è che qui non ci manca soltanto un partito in cui riconoscerci (faccio mia l'osservazione di Belli Paci, che citava a sua volta André Heller, sul fatto che "un partito per il quale il mio cuore o la mia ragione potrebbero impegnarsi, purtroppo davvero non c'è in questo momento in Austria [scil. in Italia]").
Ci manca pure un giornale di cui - con o senza Pansa - si possano davvero apprezzare taglio, impostazione e linea politico-editoriale.

Un saluto,
Francesco Somaini

felice besostri ha detto...

Se qualcuno, a sinistra, ha avuto comprensione per i compagni che sbagliavano con la deriva terrorista, si può essere più indulgenti per Pansa. Dobbiamo continuare criticarlo, invero più per le cose che non dice, che per quelle che scrive. La sua decisione di lasciare il gruppo Repubblica- L'Espresso non è un titolo di merito, men che mai di demerito. De Benedetti ha liquidato recentemente il direttore editoriale del gruppo, per ragioni sue di imprenditore. Se le sorti della sinistra dipendessero dalla fedeltà alla Repubblica ed all'Espresso, saremmo frtti, anzi siamo già stati fritti e senza spewranza per il futuro.----------