La "diversità",
tra destra e sinistra
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di Andrea Ermano
dall'Avvenire dei lavoratori
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Che cos’è la destra? Prendendo spunto da Giuseppe Prezzolini la si potrebbe definire quella famiglia di posizioni politiche il cui presupposto consiste nel ritenere che gli uomini siano naturalmente diversi tra loro e nel ritenere che questa loro "diversità" sia altresì un bene.
Ci sono "diversità" che investono, per esempio, le persone appartenenti allo stesso consorzio sociale, ed ecco allora la partizione tra le generazioni giovani e anziane, o tra i generi femminile e maschile, o tra le classi povere e ricche, ecc. L’esistenza fattuale di "diversità" è praticamente ammessa da tutti. Le persone non di destra non sono però disposte ad accettare che queste "diversità" si traducano in un "bene" nel senso che intende la destra. Perché, al fondo del pensiero di destra sulla "diversità" c’è il parametro ideale del Vero Uomo, che è quel tipo d’uomo nel quale le potenzialità insite all’umano si ritrovano realizzate in massimo grado.
Che si tratti di un navigatore, di un santo, di un eroe, di un sommo artista o di un re taumaturgo – il Vero Uomo è comunque "più uomo" di un povero o di un imbecille, ma anche di un barbaro, di uno schiavo o di una donna. Qui s’intuisce che le "diversità" di genere, posizione sociale, ruolo e funzione che la destra constata in natura tendono a gerarchizzarsi. Comprendere e accettare queste "diversità" vincendo il demone dell’invidia sociale degli "inferiori" verso i "superiori" è per la destra dovere di tutti, in nome del bene comune, del buon ordine, della sicurezza e della stabilità.
Senonché ordine, sicurezza, stabilità possono apparire dei beni desiderabili anche alle persone non di destra, ma non a tal punto da giustificare una gerarchizzazione cementificata degli umani in "superiori" e "inferiori". Tanto più che sul piano inclinato della diversità tra "superiori" e "inferiori", che la destra prima constata e poi eleva a valore d'ordine, la disparità si tramuta inevitabilmente in copiose discriminazioni. Le quali possono eventualmente attenuarsi nei modi della clemenza, della compassione e della carità, ma anche scatenarsi in direzione opposta.
In questo senso non ha torto chi vede nella storia umana una vicenda di sopraffazioni dell’uomo superiore sull’uomo inferiore e di rivolte dello schiavo ribelle contro le angherie signorili. Chi si oppone alle sopraffazioni tenderà ad agitare la minaccia di apocalittiche rivolte servili. E chi desidera evitare le rivolte farà pendere la minaccia di repressioni ancor più trucide.
Nelle fasi armistiziali le due minacce tendono all’equilibrio e al cosiddetto dialogo tra le parti sociali. Anche perché, quando l’equilibrio si rompe, si salvi chi può. Perciò una destra seria tenderà a moderare la prevalenza dei "superiori" sia nella subordinazione degli "inferiori", sia nella competizione tra pari. Accanto al principio della giustizia retributiva – che assegna a ciascuno il suo e che riconoscendo l’eccellenza del merito superiore consente così un’osmosi sociale minima – una destra seria non meno di una sinistra seria prende molto sul serio il valore della carità, della compassione e della clemenza.
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Ciò premesso, veniamo al punto. Walter Veltroni è di destra? Nella conferenza stampa da lui convocata per rispondere a una critica di Nichi Vendola in tal senso, l’ex segretario dei DS e del PD ha rivendicato la lunga militanza comune nell’ex PCI.
Poi si è richiamato a grandi esponenti del socialismo italiano – Carlo Rosselli che non fu un "socialfascista", Filippo Turati e Giacomo Metteotti che non furono "socialtraditori", con buona pace delle infamie bolsceviche pronunziate contro di loro, finché il fascismo non li fece morire.
Veltroni ha poi evocato i comunisti eretici che negli anni Cinquanta presero posizione contro l’URSS: Giuseppe Di Vittorio tra tutti e Valdo Magnani (la cui moglie, Franca, scrisse pagine memorabili intorno alla vicenda di quell’eresia).
L'elencazione largamente incompleta di vittime dell'intolleranza ideologica secondo Veltroni culmina in Enrico Berlinguer, Luciano Lama e Bruno Trentin, bersagliati in epoche più recenti dai torvi slogan dell’estremismo rosso.
Che dire? Be', ci siamo un po' stupiti di fronte a questo Walter Veltroni che snocciolava Turati, Matteotti, Rosselli, Di Vittorio, Magnani, Berlinguer, Lama e Trentin. Ci siamo stupiti perché è tutta gente che credeva nel socialismo. Laciatecelo rilevare, visto che siamo rimasti soli e a mani nude a difendere l'ultima bandiera mai ammainata del socialismo italiano, quella che ancora sfida il tempo e l'arroganza del potere.
E tempo forse verrà in cui il popolo lavoratore potrebbe chiedere di sapere in che cosa credano i suoi deputati, se credono in alcunché. Ma fino alla settimana scorsa il nome dell'ex segretario dei DS e del del PD era associato all'idea di un uomo sereno, pacato, non facile all’ira, per nulla aduso a concionare i giornalisti con sanguigne perorazioni sui diritti dei metalmeccanici e degli immigrati.
Ma qual è il punto vero? Ce lo domandiamo in quanto non è facile ubicare il senso della galleria ideale veltroniana dentro un Belpaese in cui c’era una volta una destra storica – quella di Cavour, Minghetti, Sella, Spaventa e De Sanctis – che era stata una cosa talmente seria da destare, molto tempo dopo, l'ammirazione del fondatore della Repubblica (intesa come quotidiano). Il quale volle assumere proprio quella destra storica a proprio modello nell'opera immane di fare qualcosa di bello e di grande.
Fu sotto la guida di questo geniale epigono della destra storica che il PCI-PDS-DS-PD tolse la parola "sinistra" dalla propria denominazione e procedette allo scassamento finale della Repubblica (intesa come assetto costituzionale). La parola "sinistra" fu "tolta" dalla denominazione del PCI-PDS-DS-PD e dalla vita politica di quel Belpaese. Sì, ripetiamolo ancora, perché si fatica davvero a crederci: in quel Belpaese la sinistra fu "tolta" non solo dal nome del PCI-PDS-DS-PD, ma anche dal Parlamento, dal governo di Regioni e Città, dal sistema di alleanze europee.
Ne conseguì, ognuno ben lo comprende, il più pauroso spostamento a destra di tutto il dopoguerra. L’asse politico strambò a destra non solo in quel Belpaese, ma anche nel Continente di cui esso è tuttora comparte rilevante. Quando Walter Veltroni buttò giù il Governo Prodi per farsi sconfiggere dal maggior esponente dello schieramento avverso, i satelliti geostazionari registrarono, pacatamente, serenamente, uno spostamento a destra financo dell’asse terrestre. E questa è una metafora, non un'esagerazione.
Il che non toglie che l’on. Veltroni possa continuare a sentirsi un uomo di sinistra. Perché no!? Chi siamo noi, in fondo, per giudicare lui?!
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