Sulla vicenda Fiat-Fiom si sta producendo un enorme materiale che potrà ritornare utile in sede di organizzazione di una giornata o più di riflessione ed approfondimento sui nuovi scenari del mondo del lavoro, e della democrazia industriale e sociale nella società del welfare ed in quella globale.
Il caso Fiat non é non può certo essere considerato come l'emblema, il punto di svolta vivere o perire, perché esso é semplicemente uno degli aspetti che ovviamente il mercato in senso lato finisce per produrre, come si vorrebbe far credere col dispregiativo mercatista, bensì dagli effetti distruttivi quanto non devastanti del prevalere delle priorità della finanza sull'industria.
Lo indicano i compensi di Marchionne (scandalosamente esagerati come quelli di tanti altri soprattutto nella finanza) che sono riferiti ai risultati finanziari e non certo a quelli industriali.
La semplificazione del quesito: o si sta con la Fiom o con Marchionne, é un drammatico abbaglio, in quanto ciò che sta avvenedo non é la causa ma l'effetto di una sommatoria di disdicevoli insufficienze culturali e politiche che devasta e condiziona la sinistra italiana: politica e sindacale.
Quindi é politicamente strategico proporre un serio convegno, dove al di là ed al di fuori delle patologie dell'emotività si possa discutere del futuro industriale dell'Italia e dell'Europa, della difesa della capacità e della possibilità di uno sviluppo industriale, che per ora sembra poter sussistere solo grazie alla superiorità competitiva e tecnologica delle produzioni, in grado di reggere la concorrenza dei salari bassi ( un esempio nell'automotive sono BMW , Ferrari e Diamler o VW capaci di esportare manufatti ad altissimo margine contributivo); a relazioni industriali nate al di fuori dagli scenari ideologici e di antagonismo al capitale ed all'organizzazione produttiva, tipiche di una concezione minoritaria del rapporto capitale e lavoro; (vedasi il sistema renano), e/o la promisqua convivenza di protezionismo e mercato in quei sistemi Paese dove stato, mercato e protezionismo trovano o forzano i punti di equilibrio.
Nel florilegio di interventi scandalizzati di questi giorni compaiono anche note di riferimento alle relazioni industriali degli altri paesi europei, relazioni che sino a ieri erano considerate debolise confrontate alle nostre.
Marchionne é tutt'altro che un innovatore, però i suoi azionisti che anni fa avevano in mano un'azienda "industrialmente fallita", oggi possono intravvedere una propsettiva assai diversa; infatti tra il recapitare il "pacco" alla GM , prendere o pagare, (vedi la maestria di Fresco), la constatazione del fallimento industriale, economico e finanziario della FIAT salvata da (Unicredit e Intesa) , e la possibilità di ricostruire valore intorno alla Fiat Brasile ieri ed alla Crysler oggi, non poteva che esserci la scelta che Marchionne oggi impo/propone ai sindacati. Le cause vengono da lontano, non sono certo di oggi, negli anni 70/80 ed anche 90 la competitività della Fiat era legata alla svalutazione della lira, agli aiuti di Stato ed alla protezione diel mercato interno garantita da governi e sindacati (poi si dice che non sono corporativi).
Il cadeau dell'Alfa Romeo, un'azienda alla cui decottura hanno contribuito assai bene anche i predecessori della FIOM, era la conferma di un protezionismo di Stato senza controllo e controparte.
Oggi a mio avviso occorre realismo, solo una chiara capacità e volontà politica europea (PSE), potrebbe essere in grado di incidere perchè gran parte degli scenari sono internazionali ed i mercati in prospettiva, soprattutto quello dell'automobile non stanno in Europa, bensì in Cina, India, Sud America e per un cambiamento di modelli e taglia in USA. Se si va a New York si nota il cambiamento di taglia dei yello cab i taxi che non sono più mastodontici come una volta e che le vetture del lusso non sono quelle made in US bensì quelle europee del segmento alto dove solo con gli accessori il prezzo finale del prodotto sale di oltre il 25 o 30%.
Il caso Fiat ha un grande impatto sull' indotto dell'automotive, e non solo, ma anche sulla ricerca e progettazione e la sua scomparsa avrebbe ricadute sicuramente più ampie, se chiude Fiat chiude anche FIOM.
Ma a fianco di un discorso industriale vi é anche un discorso di legalità e di diritti non negogoziabili; ma i diritti non negoziabili in un sistema democratico sono solo quelli costituzionali, e non a caso le procedure di modificazione sono complesse e richiedono maggioranze qualificate; ma sotto questo aspetto la manacata individuazione regolamentazione in sede costituzionale é diventata una delle cause della cui responsabilità vi sono diverse paternità, figlie di diverse culture. Per questo nella vicenda Fiat non si stanno violando principi codificati o leggi, bensì contratti e consuetudini che poi sono stati assunti come diritti acquisiti di cui si é anche abusato senza concorrere alla loro emarginazione ( i diritti senza doveri).
In questa vicenda si assiste ad una complessa e contraddittoria interpretazione del concetto di democrazia: che non sembra valere quando riguarda le maggioranze e diventa fondamentale quando riguarda le minoranze, i cui effetti/diritti dovrebbero godere di extraterritorialità se dovessero produrre ricadute non condivise dalle maggioranze.
In democrazia il voto sia nell'elezione dei delegati e sia nelle consultazioni/referendum dovrebbero rappresentare un principio costituzionali e non postille di contratti nazionali.
Fiat é la punta di un Iceberg ingigantita rispetto ad altri problemi a mio avviso assai più gravi, infatti riguarda più che principi generali una minoranza di lavoratori del sistema industriale nazionale, mentre invece giacciono nell'oblio i problemi dei veri e tanti sfruttati dal sistema i giovani che non trovano lavoro, i lavoratori sfruttati tutto il giorno con paga miserrima e condannati a un tempo determinato, cornuti e mazziati, senza difesa né politica e né sindacale, unico caso in Europa.
Lo scenario é quindi complesso ed é assolutamente diverso rispetto al passato, le soluzioni antiche ma moderne ( le cooperative dilavoratori indicate da Fasce) possono rappresentare uno strumento valido da rilanciare ma anche da riconiugare nello scenario attuale come antidoto difensivo alla flessibilità, alla violenza della finanza sul lavoro che mina all'origine l'orizzonte strategico dei processi industriali.
E' chiaro che in Europa i paesi forti come Francia e Germania riescono a condizionare il sistema, l'Italia in questo contesto non conta assolutamente nulla sia per il discredito del suo premier, sia per l'ininfluente contributo nel parlamento europeo tanto dei popolari italiani quanto della sinistra che non c'é più.
Allora ben venga che i circoli del GDV affrontino in sede locale gli impatti e le ricadute politiche e sociali con impatto locale, soprattutto se fatto in periodi prelettorali, ma non può che diventare indispensabile su questo tema, che il GDV nella sua plenarietà sviluppi un serio e sereno convegno il cui riferimento dovrebbe essere la difesa della priorità industriale e del lavoro quale indispensabile fattore di sviluppo economico e sociale, nello scenario globale.
La cultura politica radicata sul valore democratico e strategico di una vocazione politica maggioritaria, non può non indurre che per affrontare e mitigare se non rimuovere gli impatti negativi della globalizzazione deteriore occorre una capacità/possibilità di "governance" centrale e sovranazionale, altrimenti le alternative non possono che essere le difese protezionistiche contrattate che ogni singolo Stato , in rapporto alla propria capacità contrattuale riuscirà a realizzare rendendo il sistema nel suo complesso instabile se non friabile.
La possibilità/capacità di andare il localismo nazionale e subnazionale, ed una più forte ed organizzata capacità autonoma di offrire lavoro e produttività dovrebbe rappresentare e consolidare il punto di equilibrio per coniugare produttività, democrazia e condivisione nel sistema industriale del XXI° secoli.
Un ambizioso obbiettivo del GDV, alla cui preparazione ognuno può contribuire sia in modo autonomo, sia segnalando contributi terzi degni di poter rappresenrtare un contributo alla confezione del progetto.
3 commenti:
Concordo, tra l'altro più approfondisco e più mi convinco, che avrei fatto propaganda per il NO, anche se non sono mai stato d'accordo con Cremasc hi, che ritengo tra i resonsabili della sconfitta del 2008. ieri a porta a porta il rappresentante della FIOM ha giganteggiato tra Angeletti e Marcegaglia, che mi hanno convinto che non hanno lketto la versione integrale dell'ACCORDO, cioè il loro consenso era preventivo e a prescindere.
Felice questa tua motivazione é incomprensibile. Se angeletti e marcegaglia hanno fatto una figura barbina per non avere letto l'accordo non significa che x questo l'accordo meriti un no. Perché non provi ad argomentare il no con riflessioni oggettive e concrete?
Non sara' un caso che il piano e' stato presentato alle borse e non ai lavoratori. Forse che sia che sono più interessati al mondo ( e ripeto mondo) della finanza e non tanto al sano dialogo, che può essere anche conflittuale, capitale-lavoro? Ma davvero pensi che una SUV assemblata a Torino con motori che vengono dagli USA e portata sul mercato USA sia un piano industriale che possa reggere? Come saprete la FIAT ha venduto qualche anno fa dei terreni a COMUNE REGIONE e PROVINCIA che hanno sborsato un bel po' del nostro denaro proprio per sostenere l'azienda. La FIAT si e' accollata la spesa delle bonifiche dei terreni a cui ancora oggi non ha provveduto ( un'operazione che ammonta ad alcuni milioni di euro). Dai giornali apprendiamo che gli avvocati della Fiat e degli enti pubblici stanno discutendo.
Anche li' c'era un contratto, sempre stando alle notizie dei giornali.
Mariagrazia Pellerino
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