giovedì 10 luglio 2008

vittorio melandri: il catalogo è questo

Caro Giovanni
Non c’è confronto ovviamente fra la mia minuscola, e la sua gigantesca, autorevolezza, ma come Gad Lerner anch’io non sono interessato a scegliere fra Di Pietro e Berlusconi, ma purtroppo per me, a differenza sua, oggi, il giorno dopo Piazza Navona II, non so proprio più da che parte sbattere la testa. Con questa ultima mia smetto di annoiarvi.

Ciao vittorio

Il catalogo è questo

Il “catalogo” che illustra il nostro disgraziato paese è molto più lungo del “bigino” da me qui sotto esposto. Ma gli “articoli” che ne ho spulciato credo proprio ne facciano parte a pieno titolo. Capita però che sia la “volgarità dei Grillo e delle Guzzanti”, l’imperizia antipatica dei Di Pietro, la saccenteria dei Travaglio, l’ingenuità dei Colombo ad essere infilzata sulle picche di chi trova comunque il modo di spassarsela da sempre (da destra dal centro e da sinistra) nella melletta in cui sempre più, tutti si affonda.

Sembra proprio insomma, che l’oscena volgarità della morte causata ogni giorno in mille modi diversi e senza soluzione di continuità sin da quando l’Italia ha cessato di essere una mera espressione geografica, non valga nemmeno la decimillesima parte della pur criticabile volgarità di un “blowjob” (magari solo mestamente virtuale) che si abbia l’ardire di evocare, o di quella presunta volgarità (meno criticabile e meno volgare) ma ancora più terrificante a quanto si legge, delle critiche che si possono rivolgere niente meno che ad un Papa o ad un Presidente della Repubblica.

Mi sento sempre più spaesato, perso, senza più punti di riferimento, senza il più fioco dei lumicini che mi segnali da che parte stia un qualsiasi, anche provvisorio, approdo.

Mi sento magari anche un poco vigliacco per quello che sto per fare, ma intendo farlo, anche se so che nel mio caso non interessa certo alle masse; prendermi una pausa di silenzio, non so quanto lunga, in cui continuare a parlare solo con me stesso.

Vittorio Melandri




2 aprile del 1985
-Pescando notizie in “rete”-

In località PizzoLungo (Trapani) Barbara Rizzo coniugata Asta, stava accompagnando a scuola i suoi due gemelli, Salvatore e Giuseppe di 6 anni, quando un’auto posteggiata, imbottita con 20 kg di tritolo, venne fatta esplodere proprio nell’istante in cui l’auto del giudice Carlo Palermo stava superando entrambe. L’auto di Barbara così fece da scudo a quella del giudice e venne disintegrata. Barbara, Salvatore e Giuseppe furono ridotti in pezzi. Si legge del corpo della madre sventrato e senza un braccio, del piede di un bambino nel cortile di una casa, del lobo di un orecchio sul comodino di una signora che aveva la finestra aperta.


5 dicembre 2007
-Dalla cronaca del direttore de la Repubblica, per l’occasione tornato cronista-

Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all'improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov'è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie, non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. "Avvisa tu mia moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare". Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono sotto choc e non servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra cadere a ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l'acido, i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in faccia: "Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando lì per terra". In quel momento Schiavone urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo, ma lui ripete come un matto: "Il fuoco lo sta mangiando". Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento chiamare: "Giovanni, Giovanni". Non ci credo, guardo meglio, non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasi si muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano: "Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com'è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?" Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perché da tempo erano diventati come invisibili.

8 luglio 2008
-Dal servizio dell’inviato Filippo Ceccarelli de la Repubblica (1) dell’inviato Paolo Franchi del Corriere della Sera (2) e del direttore de l’ Unità Antonio Padellaro (3)-

1) A Piazza Navona, all'imbrunire, il testacoda dell’antiberlusconismo che prima curva nel turpiloquio, prende ardore e velocità nello spettacolo, poi sbanda nella gara a quale artista del palcoscenico le spara più grosse. Quindi si rovescia su stesso, fino a perdersi nel delirio a sfondo apocalittico, sessuale, teologico e pagliaccesco. E addio politica, allora, addio opposizione, addio civiltà e addio a tutti ….. Nulla del genere si era mai visto e ascoltato, a memoria di osservatore. Ci si sorprende a pensare che continuano a spostarsi e a strapparsi i confini della vita pubblica. Dall'indignazione all'incazzatura con divagazioni sessuali e religiose è un passaggio che trascende il linguaggio per un movimento senza nome, senza destino e senza confini.


2) Forse più che verso la cosiddetta sinistra radicale, che ha tanti difetti e tanti guai, ma almeno da quello che impropriamente chiamiamo giustizialismo è in larga misura immune, è nei confronti delle bravissime persone che ieri si sono date numerose convegno a piazza Navona che andrebbe condotta quella che un tempo si chiamava una battaglia politica e ideale. Per sottrarne quante più è possibile all'egemonia di culture, chiamiamole così, e di leader che con il riformismo e la sinistra così come mediamente si intendono sotto ogni cielo non hanno niente da spartire. Non c'è riformista sulla faccia della terra a cui potrebbero passare per la testa le volgarità inaudite di Beppe Grillo sul presidente Napolitano, non c'è donna di sinistra che pronuncerebbe le parole riservate a un'altra donna, ancorché ministro del governo Berlusconi, da Sabina Guzzanti: e suonano un po' ipocrite le parole di dissociazione che, a cose fatte, alcuni illustri partecipanti alla manifestazione si sono sentiti in dovere di dire. Veltroni, prendendo le distanze da Di Pietro, ha detto nei giorni scorsi che delle alleanze si giudicano gli esiti, ma non ci si pente. Anche se pentimento in politica è una parola stupida e un po' equivoca, sbaglia. Quello fu un errore. Un errore serio e grave, destinato in partenza a produrre i guai che ha prodotto e che non riguardano solo quella buona creanza per cui non si dà del magnaccia al presidente del Consiglio. Riconoscerlo e tirarne le conseguenze (che non significa affatto alzare bandiera bianca sulla giustizia) sarà impopolare, ma è necessario. E i leader veri, e convinti delle proprie idee, sanno che ci sono momenti in cui l'impopolarità bisogna sfidarla.

3) Peccato! Se piazza Navona applaude Giorgio Napolitano e Beppe Grillo lo insulta, noi stiamo con la piazza e stiamo con il presidente della Repubblica. Noi stiamo con Furio Colombo che ha dato una scossa a quella folla azzittita da troppe imbarazzanti volgarità ricordando quello che tutti volevamo sentire. Che si era lì in tanti non per attaccare Veltroni o per deridere l’opposizione del Pd ma per protestare contro il governo dell’impunità e delle impronte digitali ai bambini rom. Siamo con Moni Ovadia che ha detto: «noi stiamo qui per esserci», condensando in cinque parole un sentimento comune di non rassegnazione. Stiamo con Rita Borsellino, donna di ferro. Stiamo con Andrea Camilleri e con le sue civilissime poesie incivili. È un vero peccato che Antonio Di Pietro non abbia capito che quella piazza chiedeva concordia e che l’aveva avuta nelle parole (anche sue) e nei toni e negli accenti, fino a quando una voce dall’aldilà non ha fatto piazza pulita di sentimenti e speranze sentenziando con un vaffanculo che era tutto inutile e che l’Italia era perduta per sempre. Se inviti Grillo avrai Grillo. Che non è il diavolo ma che persegue una sua personale profezia di sfascio e dissoluzione dalle cui rovine, figuriamoci, nascerà il nuovo e il giusto. Cosa aveva a che fare questa apocalisse condita di oltraggi al Papa con una manifestazione di protesta contro il governo, resta un mistero. Forse neanche Berlusconi aveva sperato in tanto: un girotondo che servisse alla causa del peggiore, la sua. L ’opposizione non è un pranzo di gala e forse ci voleva una piazza Navona per restituire la parola a una base lasciata troppo sola dopo la batosta elettorale. Ma l’opposizione non si costruisce né con le scorciatoie e né mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, magari per togliere qualche voto al vicino di banco. L’opposizione è soprattutto una scommessa sul futuro. Speriamo, ieri, di non averla perduta

2 commenti:

paola ha detto...

Senza rifletterci troppo, ma con un enorme disagio, una sofferenza del pensiero e delle emozioni senza precedenti, penso, sono assolutamente d'accordo con Vittorio Melandri.
Però dobbiamo continuare a scriverci ... "se non ora, quando?".
Ti capisco, non sai quanto ... ma dobbiamo vincere la tentazione oggi ammaliante del silenzio ...
Paola

vittorio ha detto...

Paola Meneganti con le sue parole “ti capisco, non sai quanto” mi concede un attimo di sollievo, non sa quanto, ma quella di tacere anche “il fil di voce” che sono in grado di esprimere, non è una tentazione ammaliante, ma conseguenza della straziante convinzione che il mio fil di voce non serva a nulla a nulla a nulla, che serva ancor meno del silenzio.



Condivido molto l’incipit dell’articolo di Curzio Maltese sulla prima pagina di quello che si è ormai ridotto ad horgan house dei gemelli del Campidoglio Francesco&Walter (in omaggio all’illuminata predilezione a suo tempo vaticinata dal suo Presidente-demolitore-d’aziende).



Scrive Maltese che “manifestazioni come quella di Piazza Navona dell´altro giorno sono show business. …..Non servono a cambiare le cose. Quindi non sono politica. I guai cominciano se si scambia lo show business per politica e lo si prende sul serio”.



Il fatto è però che alla manifestazione di Piazza Navona la “politica” era assente per sua “libera” scelta, perché quella che Maltese (ed io con lui, per quel che possa valere) considera “politica”, è del tutto assente dal nostro Paese da decenni ormai.



E che è così, facendo finta di descriverlo per assurdo, ma invece tratteggiandolo per davvero, che più davvero non si può, lo indica di par suo Emanuele Macaluso, quando ci spiega.......


.... che…

1) “….la "«Costituzione materiale», con una legge elettorale che consente l’iscrizione nella scheda del leader, ha ormai identificato la maggioranza parlamentare con quel leader investito dal voto popolare”.


Alla faccia del Presidente della Repubblica pro-tempore che dovrebbe essere il garante della “Costituzione e basta”, e si trova invece “eroicamente” a fare lo slalom fra l’una, la “Costituzione materiale”, e l’altra, la “Costituzione e basta”, e proprio come la seconda moglie del sig. Ponza, genero della signora Frola sembra ogni volta dire: «Io sono colui che mi si crede».



Alla faccia della Corte Costituzionale e delle sue sentenze rispettate solo quando fa comodo.



Alla faccia del Popolo Italiano che si è espresso più volte a sostegno di referendum che hanno abolito leggi poi puntualmente ripristinate, e che da ultimo ha detto di volere la “Costituzione e basta”, ma subito poi è stato costretto a ri-votare con la “Costituzione materiale”



.....ci spiega.....



.... che…

2) “…."il cavaliere «martirizzato»" da una eventuale sentenza di condanna, dovrebbe prima dimettersi da capo del governo, alla faccia dei consigli a non farlo di Angela Finocchiaro, e poi rivincerebbe a mani basse le elezioni, chiudendo così ogni possibilità di “riformare” la quarta Repubblica che andrebbe a presiedere.





Stando così le cose, e le cose stanno purtroppo così, ci vorrebbe subito una opposizione capace di fare “cartello” proprio come fanno le banche e le assicurazioni, in grado di dichiarare senza mezzi termini cosa rappresenta il Cav. Berlusconi:



una sorta di demonio, il più grave pericolo per la democrazia in Italia dopo l’altro Cavaliere, Benito Mussolini.



Fermo restando che anche quell’altro cavaliere, per quanto determinante come questo, non era certamente solo, ma con la drammatica certezza che quell’altro, sulla sua strada, un 25 luglio 1943 è stato sfiduciato dai suoi e non si è più ripreso, mentre questo dopo essere stato sfiduciato dai suoi il 22 dicembre 1994, è stato ri-portato in sella dai suoi ovviamente e da una sedicente opposizione che ancora oggi, per dirla con il “vecchio” Giorgio Bocca, non ha ancora capito che è vera “la progressione autoritaria (che) è stata denunciata nella manifestazione romana promossa da Di Pietro e dai girotondini e disertata dal Partito Democratico (e) che si riserva per quella da farsi in autunno. Ma se aspettiamo i giorni in cui cadono le foglie forse saranno anche cadute le nostre residue libertà”.



Mi ripeto, con una sedicente “opposizione” del genere in campo, che noi si parli o si stia zitti, non fa differenza alcuna, il muro di gomma che ci circonda ci isola completamente.



E per finirla per davvero (in gloria) ripesco un raccontino che ho scritto nel lontanissimo 2002, quando ancora nutrivo qualche speranza.



IL MURO



D’estate si esce più facilmente, dal bozzolo dove ce ne stiamo di solito riparati , si va fuori di più; e capita, soprattutto all’inizio, dell’estate, quando il ricordo di quella precedente è ancora intorpidito, che si abbia come un moto di sorpresa, per quello che troviamo.



C’è un “muro” la fuori.



Un “muro” così alto che separa tutti quelli che stanno di qua, da tutti quelli che stanno di là. Si sentono delle voci, ogni tanto, salire fino alla sua sommità; poi precipitano e sono raccolte da una parte (e forse dall’altra) da chi ancora si ostina ad ascoltare, ma sono inintelligibili, e accrescono la separazione, non la leniscono. L’unica speranza rimane il dolore, che non sembra proprio, da questa parte, (dall’altra non si sa), venire mai meno. Il dolore è energia, energia capace di far girare i motori più diversi, e più potenti. Se si potesse un giorno riuscire ad accenderne anche uno solo, si potrebbe con quello, sperare di far girare una trivella, né esistono già, si sa per certo, capace di perforare il “muro”. Poi si potrebbe anche abbatterlo. L’energia non manca. Il “muro” oltre che alto, è anche così lungo, che non si conosce dove finisce. Si narra di chi si è messo in viaggio, convinto di arrivarne a capo, ma non si hanno notizie di quelli che non sono più tornati; dai più, che stanchi hanno invertito il cammino, invece, sono state raccolte confidenze sconsolate; nessuna fessura è mai stata notata,né tanto meno una breccia che consentisse di passare di là. Solo, in alcuni casi, non si sa se definire più fortunati o al contrario più disgraziati, c’è chi ha raccontato di posti in cui, avvicinando l’orecchio al “muro” è possibile distinguere un brusio che viene dall’altra parte. Per qualcuno, forse, si dice, è stato possibile riconoscere anche intere frasi, aventi senso. Chi ha vissuto simili esperienze, è caduto come in sonno; in realtà, si suppone solamente che sia andata come si racconta, perché nessuna prova è mai stata resa, dai testimoni ormai addormentati. Cosa succede di qua dal muro lo sappiamo: tutti vogliono andare di là. Non importa ricordare che il “muro” un tempo non c’era, la cosa è certa; e nemmeno serve gridare, qualcuno ancora lo fa, che lo abbiamo costruito noi, il “muro”, noi, la nostra specie, i nostri avi, noi! Quelli di là non lo sappiamo. Non importa che una ragione, ci deve essere ben stata, per costruirlo; e quale se non la volontà, per paura o per coraggio non conta, di separarci da quelli di là. Oggi importa solo andare di là, ma “il muro” lo impedisce.



C’è un “muro” la fuori.



Un “muro” così alto che separa tutti quelli che stanno di qua, da tutti quelli che stanno di là.

Gli uni e gli altri, nessuno, sa chi sono!