venerdì 4 luglio 2008

stagnaro: il nucleare in Italia

Epistemes.org
Ieri 3 luglio 2008, 9.00.51

Il nucleare in Italia
Ieri 3 luglio 2008, 9.00.51 editor
di Carlo Stagnaro*
Il dibattito sul nucleare è uno snodo importante per il futuro del paese. La scelta di abbandonare questa tecnologia – che convenzionalmente si può far risalire al referendum del 1987, ma in realtà ha origine ben prima – ha segnato l’evoluzione del sistema energetico in Italia. Ha determinato, tra le altre cose e forse non senza dolo, il ricorso al gas naturale come fonte privilegiata nella generazione elettrica, e ha privato il paese dei frutti di investimenti tanto impegnativi come quelli negli impianti atomici. Ha, infine, causato la diaspora, l’indebolimento e poi la quasi estinzione di tecnici specializzati, lasciando oggi una drammatica carenza di know how soprattutto nella pubblica amministrazione (nel settore privato è più facile importare gli ingegneri dall’estero). Il meno che si possa dire, quindi, è che gli italiani ne siano stati penalizzati. La corretta comprensione – e un adeguato giudizio – sul passato è però solo il primo passo, e non il più complicato, di un lungo percorso. Il secondo passo, altrettanto necessario e altrettanto semplice, consiste nel giusto inquadramento del problema nella sua dimensione economica, finanziaria e politica. A partire dalla domanda di fondo: che non è se assegnare un ruolo all’atomo nel mix elettrico italiano (già ce l’ha, coprendo la quasi totalità delle importazioni di energia elettrica, pari a circa un settimo dei consumi), bensì se sia preferibile l’acquisto di energia nucleare dall’estero o piuttosto la sua generazione sul territorio nazionale.
Questa domanda, in un contesto liberalizzato, non può e non deve avere una risposta dalle istituzioni. Non può e non deve poiché la scelta di come comporre il portafoglio elettrico delle singole imprese che si occupano di generazione e importazione di energia non è più una scelta politica, come lo era nel passato, ma risponde a una strategia economica e finanziaria degli attori del mercato. L’interesse pubblico può essere quello di garantire un certo livello di sicurezza – come, è un altro discorso – ma non può insistere sul management delle imprese, il quale non spetta ai parlamenti ma ai consigli di amministrazione. Vi sono buone ragioni a favore dell’atomo (la stabilità e prevedibilità dei prezzi, per esempio) e buone ragioni contro (gli alti costi degli impianti, l’incertezza sui reali costi di chiusura del ciclo e la difficoltà a costruire consenso nelle comunità locali). La realtà è poi resa più complessa dal fatto che nessuno intende trasformare il parco generazione italiano da “niente nucleare” in “tutto nucleare”. Il tema di cui si discute è se sia utile inserire una quota – necessariamente minoritaria, anche se significativa – di energia atomica.
Ma, ancora una volta, questo è un problema che dovrà essere risolto dalle imprese e dai loro azionisti. La politica può ritenere che il mercato compia scelte “sbagliate”, ma se pensa che sia così dovrebbe non già avviare discussioni o lanciare crociate settoriali, bensì rimettere in dubbio la scelta europea delle liberalizzazioni. Altrimenti si rischia un’incoerenza di fondo che non può essere foriera di benefici.La questione politica è di natura diversa, e si pone – o si dovrebbe porre – in termini assai più neutri e trasversali: è opportuno che il paese consenta la realizzazione di impianti nucleari? Se la risposta è affermativa, allora sono necessarie e urgenti – ma non così urgenti da farle avendo la fretta come unico consigliere – alcune riforme che riguardano la ristrutturazione delle norme, delle regole, delle competenze pubbliche. Il governo dovrebbe definire il percorso autorizzativo degli impianti, le regole d’esercizio, quelle relative alla loro realizzazione e sovrintendenza, gli standard ambientali e di sicurezza (i quali devono adeguarsi a quelli internazionali), decidere quali uffici debbano far cosa e dotarli delle necessarie competenze specifiche. E tutte queste cose non possono essere fatte a colpi di maggioranza, perché il mercato vuole certezza e non può accettare il rischio che alla prossima legislatura tutto sia rimandato all’aria.
Ammesso che Pdl e Pd abbiano la volontà, la forza e la capacità di fare tutto questo, se cioè si riuscirà a definire una cornice per il nucleare, il nostro paese tornerà all’atomo? Potrebbe farlo. Una forte obiezione è quella secondo cui le peculiarità finanziarie del nucleare sarebbero incompatibili con un regime liberalizzato. Lo sostiene, tra gli altri, un nuclearista come Alberto Clò, il quale ha scritto:
“le convenienze di mercato disincentivano oggi investimenti di lungo periodo, come sono tipicamente quelli nel nucleare. Piaccia o no, ma è così. Non a caso, l’unica centrale in costruzione in Europa, in Finlandia, è stata realizzata grazie ad un modello societario che bypassa il mercato (e grazie ad aiuti di Stato che la Commissione Europea ha messo sotto indagine), attraverso una partnership chiusa tra produttori e grandi consumatori che si sono impegnati a ritirare la produzione nell’intera vita della centrale a prezzi ancorati ai costi remunerati. Quel che ha azzerato ogni rischio di mercato, con la disponibilità delle banche a finanziare la centrale a tassi la metà di quelli altrimenti praticati”.
C’è, naturalmente, della verità nelle parole di Clò, anche se non è detto che, in uno scenario di prezzi del greggio stabilmente alti (che sembra essere ritenuto credibile dagli analisti di molte utilities, anche italiane), il nucleare non sia finanziariamente attrattivo. La via finlandese è, da questo punto di vista, molto interessante: al netto degli aiuti di Stato, l’essenza del modello sta in una sorta di contratto bilaterale di lungo termine tra l’esercente l’impianto e i grandi consumatori. Questo non è, a ben guardare, uno strumento fuori dal mercato, ma una soluzione di mercato al problema dell’incertezza, che consente di riconciliare la natura di lungo termine dell’investimento all’esigenza di certezza. Si tratta di una sorta di contratto take or pay che garantisce una ragionevole distribuzione del rischio di mercato, e in ogni caso nasce dalla libertà di mercato.
L’obiettivo centrale di una politica energetica saggia, comunque, non dovrebbe essere quello di avere (o non avere) un apporto nucleare al mix energetico; dovrebbe piuttosto essere quello di avere un mercato efficiente e un sistema energetico solido. L’efficienza è possibile solo quando tutte le porte sono lasciate aperte, eventualmente senza essere utilizzate. Ridurre la libertà di scelta perché una tecnologia sembra, o è alle attuali condizioni, non vincente sul piano economico è miope. Ci sono più cose tra cielo e terra di quante ne stiano in un decreto legge.
_____________________
*Carlo Stagnaro (1977) è ingegnere per l’ambiente e il territorio. È direttore del dipartimento Energia e ambiente dell’Istituto Bruno Leoni. Fa parte della redazione della rivista Energia. Ha curato, Sicurezza energetica (2007); assieme a Margo M. Thorning, Più energia per tutti (2005); e, con Kendra Okonski, Dall’effetto serra alla pianificazione economica (2003). Collabora con numerosi quotidiani nazionali e internazionali.

4 commenti:

pierpaolo pecchiari ha detto...

Bella pensata, quella di invocare l'autonomia di manager, aziende e loro CdA. Peccato, però, che anche in America le centrali nucleari debbano essere fortemente sussidiate dal governo federale (in questo caso nella forma di finanziamenti che coprono il 50% dell'investimento iniziale).

Notazione di costume: personalmente sulla scelta nucleare si/nucleare no sono ancora agnostico: la ritengo una scelta che dovrà essere motivata da ragionamenti di carattere tecnico ed economico. Bisogna perciò interpellare degli ingegneri, e aver la pazienza di studiare e capire cosa dicono. Articoli come questo di Stagnarò, invece, servono solo a confondere le idee citando - guarda un po' - la necessità di genuflettersi alle regole del libero (?) mercato.

Ma, forse, questo è solo il mio personalissimo parere...

Ecco invece, come funzionano le cose negli Stati Uniti.

Saluti,

Pierpaolo Pecchiari

P.S. Come vedete, in una democrazia vera si giudica fondamentale che l'elettore sia informato sul voto dei suoi rappresentanti (in questo caso gli eletti al Senato degli Stati Uniti). In Italia, purtroppo, ci basta sapere come la pensano due o tre capi-bastone dei nostri pseudo-partiti per intuire come andrà a finire...




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Published on Wednesday, June 11, 2003 by the Associated Press
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Senate Gives Billions to Subsidize Nuclear Industry




WASHINGTON - U.S. taxpayers may underwrite a new generation of nuclear power plants now that the Senate has endorsed the idea as part of a broad energy bill.

How Did Your Senators Vote?
To strike the provision relating to subsidizing new nuclear power plants.
Nay 50

Alexander (R-TN)
Allard (R-CO)
Bennett (R-UT)
Bond (R-MO)
Breaux (D-LA)
Brownback (R-KS)
Bunning (R-KY)
Burns (R-MT)
Carper (D-DE)
Chambliss (R-GA)
Cochran (R-MS)
Coleman (R-MN)
Cornyn (R-TX)
Craig (R-ID)
Crapo (R-ID)
DeWine (R-OH)
Dole (R-NC)
Domenici (R-NM)
Enzi (R-WY)
Fitzgerald (R-IL)
Frist (R-TN)
Graham (R-SC)
Grassley (R-IA)
Hagel (R-NE)
Hatch (R-UT)
Hollings (D-SC)
Hutchison (R-TX)
Inhofe (R-OK)
Inouye (D-HI)
Landrieu (D-LA)
Lincoln (D-AR)
Lott (R-MS)
Lugar (R-IN)
McConnell (R-KY)
Miller (D-GA)
Murkowski (R-AK)
Nelson (D-FL)
Nelson (D-NE)
Nickles (R-OK)
Pryor (D-AR)
Roberts (R-KS)
Santorum (R-PA)
Sessions (R-AL)
Shelby (R-AL)
Specter (R-PA)
Stevens (R-AK)
Talent (R-MO)
Thomas (R-WY)
Voinovich (R-OH)
Warner (R-VA)

Yea 48

Akaka (D-HI)
Baucus (D-MT)
Bayh (D-IN)
Biden (D-DE)
Bingaman (D-NM)
Boxer (D-CA)
Byrd (D-WV)
Campbell (R-CO)
Cantwell (D-WA)
Chafee (R-RI)
Clinton (D-NY)
Collins (R-ME)
Conrad (D-ND)
Corzine (D-NJ)
Daschle (D-SD)
Dayton (D-MN)
Dodd (D-CT)
Dorgan (D-ND)
Durbin (D-IL)
Edwards (D-NC)
Ensign (R-NV)
Feingold (D-WI)
Feinstein (D-CA)
Graham (D-FL)
Gregg (R-NH)
Harkin (D-IA)
Jeffords (I-VT)
Johnson (D-SD)
Kennedy (D-MA)
Kerry (D-MA)
Kohl (D-WI)
Kyl (R-AZ)
Lautenberg (D-NJ)
Leahy (D-VT)
Levin (D-MI)
McCain (R-AZ)
Mikulski (D-MD)
Murray (D-WA)
Reed (D-RI)
Reid (D-NV)
Rockefeller (D-WV)
Sarbanes (D-MD)
Schumer (D-NY)
Smith (R-OR)
Snowe (R-ME)
Stabenow (D-MI)
Sununu (R-NH)
Wyden (D-OR)


Voting 'Present' Allen (R-VA)
Not Voting 1 Lieberman (D-CT)
E-Mail Them Here...
Under the measure, the government would provide loan guarantees for at least a half dozen advanced design commercial nuclear power plants expected to cost about $3 billion each. The government would guarantee half the cost.

An attempt to strip the loan guarantees from the Senate bill fell short Tuesday, 50-48. Critics called the government help a giveaway to a mature industry that should be left to succeed or fail on its own.

The guarantees are part of a broader package of pro-nuclear measures in the bill, which may be approved within weeks, including a plan for the government to build a $1.1 billion reactor to make hydrogen and $865 million for research into reducing nuclear waste.

The measure marks the most ambitious attempt to energize the nuclear industry in decades and goes much further to help nuclear power than House legislation passed in April.

Sen. Pete Domenici, R-N.M., architect of a package of pro-nuclear provisions, said the government help is needed sustain the role of nuclear power in the country's energy picture.

No utility has tried to build a new power reactor since the 1979 nuclear accident at Three Mile Island. Several companies have filed papers with the Nuclear Regulatory Commission declaring an interest in building a new-design reactor in the near future, probably at locations with an existing a nuclear power plant.

Industry representatives have argued that the government safety net is needed at least for the first group of reactors now that the electric power industry is in transition from highly regulated to competitive markets.

"The time has come to quit playing around with energy and say, wherever we can, we are going to produce more energy," argued Domenici. Nuclear power has long been neglected, he said, and that has been "a giant mistake."

He said that nuclear energy is "clean, affordable and reliable ... and offers a potential and promise for this country and the rest of the world that I believe we have never really tapped." The new reactors will be smaller, safer and more efficient than plants built in the past, he said.

The legislation calls for supporting enough new reactors to produce 8,400 megawatts of power. That would be enough to build seven reactors similar in size to many of the large commercial power reactors now in operation, but could also be used to build more smaller reactors.

Sen. Ron Wyden, D-Ore., who led the opposition to the loan guarantees, said it's "not a question about whether someone is pro-nuclear or anti-nuclear" but whether "to put at risk the taxpayers of this country" if the reactor projects flop.

Sen. John Sununu, R-N.H., a co-sponsor with Wyden of the amendment to block the loan guarantees, said "power plants should be developed on a level playing field without government subsidizing one industry over another."

They cited a 50 percent estimate by the Congressional Budget Office that reactor projects might default, leaving taxpayers left with a $16 billion bill - half the total cost of the construction loans.

Industry representatives dispute the CBO analysis and contend private companies also would stand to lose billions of dollars and would not pursue the ventures unless they are shown to be viable.

In addition to the loan guarantees, the energy bill calls for:

- A requirement that the government purchase power from the new-generation reactors that would be built.

-Construction of a $1.1 billion government-owned reactor in Idaho to produce hydrogen.

-Authorization for an additional $865 million to speed research into ways to alter reactor waste chemically to reduce its volume and long-term radioactivity.

-Increases in other nuclear research spending by tens of millions of dollars over current levels.

Even without the loan guarantees, the measures amount to $3.7 billion in additional government support for the nuclear industry over five years, estimated the Taxpayers for Common Sense, a private advocacy group on tax issues. It called the bill "one of the largest corporate welfare handouts in our nation's history."

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The bill is S.14.

© 2003 The Associated Press

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Matteo Varisco ha detto...

Prova di un commento.

Anonimo ha detto...

Ha ragione sia Stagnaro, sia Pierpaolo.
Secondo me è stato un gravissimo errore uscire dal nucleare, mentre è molto più difficile dire cosa convenga fare oggi, anche perché non ho ben capito quanto dureranno le scorte di uranio.
Ma perché è stato un errore uscirne?
Soprattutto per aver rinunciato a quella che era una vera eccellenza italiana (il Paese di Fermi, etc. etc.)
Saremmo probabilmente stati co-leader mondiali nella vendita di know how, senza nessuna realistica possibilità di concorrenza asiatica per numerosi decenni.
Non solo non avremmo comprato energia dall'estero, ma avremmo venduto all'estero la nostra tecnologia.
Non staremmo oggi a chiederci se acquistare centrali di terza, quarta o quinta generazione, perché i numeri delle generazioni, li avremmo creati noi.
Alcuni sostengono (ed è verosimile) che essere usciti dalla ricerca sulla fissione nucleare, ci abbia anche estromesso da quella sulla fusione nucleare (la futura forma di inesauribile energia pulita).
Bel risultato.
Poi continuiamo a lamentarci che la Cina è più competitiva di noi a fabbricare fazzoletti e giocattolini di plastica.
Certo, la domanda “nucleare sì, nucleare no” è ridiventata di attualità.
Ma proporrei di guardare anche oltre l’attualità e di porci quest’altra domanda: stiamo imparando qualcosa dai nostri errori?
Forse no, perché anche su altri temi stiamo compiendo scelte ideologiche condizionate da oscurantismo pseudo-ambientalista.
Mi riferisco ad esempio alla ricerca sugli OGM.
Con la paura di essere scambiati per ingenui nei confronti dello strapotere delle multinazionali, ci tappiamo gli occhi (diventando ingenui all'estremo opposto) sugli emergenti poteri dell'"eco-business" che si nutre di allarmismo anti-industriale, anti-tecnologico e, spesso anti-scientifico.
Lo stesso allarmismo che ha combattuto la scoperta e l'utilizzo del fuoco, della stampa, della macchina a vapore, del computer, e chi più ne ha più ne metta (non ho citato la televisione perché mi darei la zappa sui piedi…).
Il mondo sta già pullulando di Istituti scientifici (ed a volte pseudo-scientifici) che fanno allarmismo per auto conservarsi, dato che ottenere un finanziamento è molto più facile se si crea terrore nell’opinione pubblica.
Posso procurare qualche esempio al riguardo, in altra sede, per non dilungarmi troppo.
L’arma che viene utilizzata è il cosiddetto “principio di precauzione”, espressione che produce nei cittadini una confortevole sensazione di paterna protezione da parte dei legislatori e degli amministratori, mentre, nelle sue varie formulazioni (almeno quelle da me conosciute), contiene un “baco” filosofico.
Sempre, in quel principio, in un modo o nell’altro, si fa riferimento a “certezze scientifiche”.
Certezze senza le quali sarebbe necessario comportarsi come se una sostanza, una tecnologia, un processo siano pericolosi.
Certezze senza le quali sarebbe necessario astenersi, rimandare, rinunciare, retrocedere, chiudere gli occhi.
Rinunciare ad ogni innovazione, anche solo a livello sperimentale.
Peccato che i padri delle scienze sperimentali moderne (scienze al plurale e con la esse minuscola), Galilei e Bacon, ci abbiano insegnato che il termine “certezza” e l'attributo “scientifica”sono incompatibili. Le scienze moderne offrono modelli possibili e confutabili, MAI certezze.
Le certezze appartengono alla metafisica.
Ed infatti il principio di precauzione è pura metafisica.
Nessuna scoperta sarebbe stata applicata, e molte non avrebbero visto la luce, se questo principio fosse stato sistematicamente applicato nella storia dell’umanità.
“In assenza di certezze scientifiche” è uguale a “sempre”.
Un vero e proprio esorcismo contro il progresso.
O no?
Scusate la (apparente) faziosità e grazie per la pazienza.

Stefano Bazzoli

sergio tremolada ha detto...

Penso che il vero errore (voluto dalle compagnie petrolifere) sia stato l'arresto del prof. Ippolito precuersore in Italia del Nucleare, provare ad informarsi sul "caso Ippolito"

Sergio Tremolada