lunedì 18 febbraio 2013

Franco Astengo: L’EGEMONIA DELLA TECNICA ECONOMICA SULL’AUTONOMIA DEL POLITICO

L’EGEMONIA DELLA TECNICA ECONOMICA SULL’AUTONOMIA DEL POLITICO (dal sito: http://sinistrainparlamento,blogspot.it ) Le complesse vicende della crisi finanziaria esplosa a livello globale e il loro riflesso sul pensiero e la realtà politica dell’Occidente, e in particolare, dell’Europa hanno prodotto l’affermarsi di una vera e propria egemonia della tecnica economica sulla realtà di governo a livello comunitario e, sia pure in maniera articolata, dei singoli Paesi: al riguardo dei quali, in ogni caso, appare sfumare quell’accelerazione nel processo di dismissione della realtà dello “Stato-Nazione” che molti avevano pronosticato avvenisse in tempi brevi. La pretesa dell’affermazione piena del marginalismo quale fattore teorico fondamentale su cui si è basata l’offensiva neo-liberista fin dagli anni’80 ha quindi prodotto, nella realtà geo-politica che si sta esaminando, effetti molto precisi dei quali forse si comincia soltanto adesso a rendersi pienamente conto. A livello comunitario e nello specifico di un rinnovato “caso italiano”, tanto per portare all’attenzione gli esempi più evidenti, siamo di fronte ad una sorta di rappresentazione matematica del mercato, trasformando la metafora smithiana della “mano invisibile” in un sistema di equazioni, con l’obiettivo di considerare espressioni come l’economia pura, la scienza economica come una disciplina autoreferenziale che assorbe ogni tensione conflittuale proveniente dal mondo della politica, e si occupa – assumendo integralmente un ruolo di governo – del funzionamento del mercato concepito come istituzione autoregolata, in grado di massimizzare le proprie utilità esclusivamente secondo le curve della domanda e dell’offerta. Insomma: “l’economics” al posto della “policy”. Ne risulta così completamente spiazzato il concetto di “autonomia del politico” che aveva egemonizzato, almeno a partire dagli anni’80 del XX secolo, qualsiasi prospettiva teorica riguardante l’azione politica e di governo della società, accompagnando – appunto – il ciclo liberista con il compito, anteposta la funzione di “governabilità” a quella di “rappresentanza”, di sfoltire la domanda sociale, riducendone al minimo il rapporto proprio con la politica, ridotta al ruolo dello Stato, sulla linea del funzionalismo strutturale di Luhmann. Una vittoria piena, all’apparenza, della riflessione di Heidegger sull’essenza della tecnica. Una sconfitta, altrettanto piena, per chi pensava di costruire un’ipotesi diversa, attraverso una strategia di “contenimento” del prevalere dell’economia sulla politica, dimenticando la lezione di Hilferding sul prevalere del fenomeno della finanziarizzazione che è quello che sta alla base dello stato di cose in atto, come qui si è cercato di descrivere. Siamo di fronte sul piano politico alla creazione di una nuova oligarchia, indifferente alla realtà democratica e alle istanze sociali. Come può essere possibile contrastare questa egemonia, attraverso la quale sul piano concreto si sta cercando di porre quasi “al di fuori dalla storia” milioni di persone considerate semplicemente come oggetti da sfruttare esclusivamente in funzione della creazione e dell’appropriazione del plusvalore ? Non sarà sufficiente riproporre la realtà di un’organizzazione politica degli “sfruttati” posta al di fuori e “contro” la realtà dell’unificazione tra economia e politica: una realtà di organizzazione politica della quale, comunque, si sono smarrite le coordinate nel corso di questi anni. Riprendendo Claudio Napoleoni nel suo “Discorso sull’economia politica” (Bollati Boringhieri 1985) l’obiettivo dovrebbe essere quello di riguadagnare tutta intera la dimensione politica dell’economia rovesciando completamente l’impostazione oggi egemone. Per avviare, però, un processo di costruzione di una soggettività politica posta in grado di porsi, nel tempo, questo tipo di obiettivo è necessario tornare a introdurre, nel rapporto tra il contesto sociale e quello politico, il principio di “contraddizione sistemica”, in una visione di “distinzione – opposizione” che non riguardi soltanto le finalità, per così dire, “ultime” nella prospettiva di costruzione di una società diversa, ma nell’immediato la ricostruzione di un principio di dialettica politica. Una dialettica politica non annullata dall’egemonia dominante, ma che, anzi, pur nella scansione obiettiva di finalità limitate all’interno di successivi passaggi di transizione, si risulti in grado di proporre un diverso, alternativo, edificio sociale. In questi anni le forze della sinistra hanno finito con l’acconciarsi al ribadimento della catastrofe, senza riuscire in qualche modo ad allontanarla: se si pensa che sia ancora possibile, invece, un movimento di liberazione da quella stessa catastrofe che stiamo vivendo allora bisogna porsi, ancora, il tema del guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo rispetto a quello stabilito, e apparentemente obbligato, dalla triade sfruttamento- appropriazione – dominazione. Franco Astengo

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