C’è stato in questi ultimi due giorni in Italia un tale susseguirsi di colpi di scena che mi sento spinto io stesso per primo a una riflessione meno spicciola e meno cronachistica che possa aiutare a trovare il bandolo della matassa senza incorrere nell’accusa meschina di stare dalla parte del governo e del presidente del consiglio ma invitando a una produzione attenta di analisi critiche.
Mi riferisco evidentemente al fatto che in poco più di 24 ore un governo che sembrava non avere una forza e una maggioranza credibili ha fatto passare due provvedimenti, quello sul cosiddetto federalismo e quello di critica dell’azione dei giudici di Milano mostrando di avere una maggioranza relativamente sicura e perseverando nell’intenzione di proseguire il suo stesso impegno politico e legislativo con ulteriori provvedimenti ( è di oggi l’accordo, non accettato dalla Cgil, tra il ministro Brunetta e i sindacati Cisl e Uil sugli statali).
Credo sia in fin dei conti inutile gridare allo scandalo e al golpe e che occorra in ogni caso quanto meno prendere atto che il redivivo Berlusconi è tornato al contrattacco mostrando un notevolissimo tempismo politico che mette in difficoltà le opposizioni stesse. Naturalmente le grida, gli strepiti, le polemiche e le proteste son destinati a crescere ma, come si suole dire, il problema è politico e come tale va posto in tutte le sue implicazioni e complicazioni.
Quella che si rivela del tutto sterile e fallimentare è la proposta-richiesta delle dimissioni di B che ha alimentato tutti questi ultimi mesi. Il nostro ha una capacità di iniziativa e di scompigliamento, di contrattacco politico e di sparigliamento che non può essere sottovalutata in alcun modo poiché a una opposizione non può bastare sentirsi nel giusto, sentire di avere ragione ma occorre una capacità di tradurre una critica morale in proposta politica praticabile e non di limitarsi a deprecare ( qualcuno si ricorda le famose imprecazioni di Saragat sul destino cinico e baro?)
Mi spiego con un esempio letterario: quando ero ragazzo nei libri di scuola veniva pubblicata fra le altre anche la famosa poesia del PRODE ANSELMO ( mi sfugge adesso il nome dell’autore, un poeta lombardo, ma non fa niente).
PASSA UN GIORNO PASSA UNALTRO
MAI NON TORNA IL PRODE ANSELMO
PERCHE’ EGLI ERA MOLTO SCALTRO
ANDO’ IN GUERRA E MISE L’ELMO
MISE L’ELMO SULLA TESTA
PER NON FARSI TROPPO MAL
E PARTI’ LA LANCIA IN RESTA
ACAVALLO DI UN CAVAL
Provo a paragonare B. al prode Anselmo, troppo scaltro, con l’elmo sulla testa, furbo e ridicolo condottiero di una guerra fatta con la lancia in resta. Ma non intendo contribuire a mia volta alla sceneggiata delle barzellette e delle caricature, ne siamo già fin troppo bombardati. In ogni caso il prode Anselmo sa bene giocare le sue battaglie e le sue guerre, gli altri no e hanno fatto di tutto per farlo vincere.
IL FEDERALISMO OVVERO I CONTENUTI E GLI SCHIERAMENTI
L’errore esemplare riguarda il federalismo, cavallo di battaglia di Bossi e della Lega. Mentre l’amato-temuto-rispettato TREMONTI può parlare, a ragion veduta, di successo storico ed epocale del provvedimento sul federalismo, l’opposizione non è riuscita a spiegare sul serio se si tratta di un provvedimento positivo da appoggiare o di un provvedimento negativo e pericoloso da contrastare.
Discussioni di anni senza sbocco, gli italiani sanno che la Lega ha fatto del federalismo il suo cavallo di battaglia ma non sanno cosa ne pensano davvero gli altri partiti, che infatti ieri in commissione e in parlamento hanno traccheggiato, vedi Fini ma anche il Pd. Siamo disposti ad appoggiare il progetto federalista ma solo dopo, quando Berlusconi si sarà dimesso. Delle due l’una: o si tratta di qualcosa di serio e incisivo che cambia davvero le cose nel nostro paese, e allora andava e andrebbe appoggiato “ a prescindere”, come si suole dire, cercando semmai di concorrere in positivo alla sua realizzazione, o si tratta di demagogia, sciocchezze, contentini che comunque creano più problemi di quanti intendono risolvere, e allora va contrastato o corretto, riformato, rimesso in discussione. Ha prevalso il primato degli schieramenti sui contenuti ( qualcuno ricorda ancora la famosa formula di Pietro Nenni?). In questo modo l’idea di essere più furbi, tattici e accomodanti si è ritorta come un boomerang , di chi è la colpa? Di B. e di Bossi?
LA QUESTIONE DELLE DIMISSIONI, OVVERO 25 luglio e 8 settembre
La convinzione che la fuoruscita di Fini dalla maggioranza aveva inserto un colpo mortale e che la situazione era precipitata in termini tali che il governo non aveva più una maggioranza e poteva solo stare a galla per qualche tempo è il secondo grave errore politico ( il terzo è stato e rimane sempre quello di una linea “ giudiziaria” che si stava stringendo come un cappio al collo del prode Anselmo, un succedersi di accuse, processi in preparazione e processi in arrivo). Nell’insieme una lettura sul “ regime” alla fase finale, in cui si sarebbero coniugati insieme le crisi interne al gruppo dirigente con abbandoni e tradimenti (il famoso 25 luglio del Duce) e la crisi verticale nel rapporto tra masse e stato ( l’8 settembre, ma allora c’era un paese in guerra, oggi no). Da qui il crescendo sul rapporto denuncia-proteste-scandalo, sia per le questioni di malintesa offesa al corpo delle donne che per le questioni di etica pubblica di un uomo pubblico, senza mai prendere atto che esiste da tempo un paese diviso in due campi, antiberlusconiano e berlusconiano, senza che gli uni incidano sugli altri, tanto che alla protesta e indignazione degli antiberlusconiani corrisponde pur sempre una indifferenza dei berlusconiani nella convinzione che i problemi del paese non sono quelli ma altri e che questi problemi ( lavoro, crisi, sopravvivenza, sviluppo) non sono affatto automaticamente risolti dalle dimissioni del capo del governo, fino al punto di esprimere legittime riserve e ironie sul fatto che le diverse opposizioni ( dal terzo polo al centro sinistra alle sinistre altre) siano in grado di esprimere una maggioranza e una politica praticabile. Tutta da spiegare e da raccontare la vicenda per cui alla lotta politica su leggi e riforme si è sostituita la lotta morale e giudiziario ( il cosiddetto dipietrismo o giustizialismo) pensando che questa non solo fosse la via più breve per battere B. ma anche quella più praticabile e ragionevole.
E ADESSO, POVER’UOMO?
Alla fine in politica due più due fa quattro come in matematica. Servirà davvero una nuova levata di scudi e un succedersi di proteste e manifestazioni o la palla è stata rilanciata e il solo fatto di aver preso in tempo utile l’iniziativa di un contrattacco e di una conta riuscirà a spiegare come stanno davvero le cose? Si dirà che non è questo il momento di recitare il mea culpa e che ci sono appunto nuove urgenze e nuove priorità ma chi proverà a rispondere davvero e a fare una analisi della stessa politica di governo e berlusconiana come una politica che sa giocare le proprie carte e per questo va avanti?
7 commenti:
Credo che sul primo punto (vitalità/resistenza del governo e sopravvivenza di Berlusconi) si stiano usando modelli logici sbagliati e anacronistici. E' un errore che abbiamo commesso dall'inizio ma 16 anni di esperienze non ci portano ad approcciare il tema in modo diverso.
Non ha alcun senso interpretare la "resistenza" in parlamento di questo governo con i parametri parlamentari della prima repubblica. Il gruppo "politico" che fa capo al presidente del consiglio non ha niente a che fare con un partito politico, è un'organizzazione aziendale, retta secondo logiche verticistiche, che seleziona i propri "dipendenti" in funzione della loro fedeltà al progetto (nemmeno tanto alle loro capacità perchè ormai il parlamento non legifera più). E' una struttura che aziendalmente può agire sul "Mercato" ed è una struttura straordinariamente più ricca di quelle che in un eventuale ipotesi di vero mercato potrebbero essere in competizione con lei. segue
segue Intendo dire che avendo accettato di portare in parlamento persone non "scelte" dal popolo, ma indicate dai capi bastone si è creato anche un meccanismo perverso che porta le persone in parlamento a rispondere solo ai propri interessi (che poi questi siano etici, morali o economici sempre di interessi personali si parla). Se io da deputato eletto con il pd dovessi vendere me stesso al pdl non risponderei a nessun elettore, non avrei nulla da temere nel mio "collegio" elettorale, se per caso avessi interesse a rimanere nella prossima legislatura in parlamento con altra casacca tratterei semplicemente l'inserimento del mio cognome nella lista dei sicuri per il pdl in un qualsiasi collegio italiano e sottoscriverei un contratto "assicurazione" con il padrone che mi garantisca economicamente in caso di non elezione. Semplice, lineare e concretamente quello che sta succedendo. segue
segue CI dobbiamo stupire che il governo e il parlamento abbiano 314 deputati che stanno con la maggioranza? Qualcuno ha idea della potenza economica di Berlusconi? se uno può promettere ad una "escort" 5 milioni di euro, quante "escort" pensate siano comprabili per puntellare "responsabilmente" il parlamento? Quindi i voti non dimostrano nulla sulla "tenuta" del governo. I dati veri sulla tenuta sono i lavori in commissione, i provvedimenti legislativi, non certo i decreti legge. Qui, invece, la tenuta non c'è. Molte commissioni sono letteralmente paralizzate, alcune ormai hanno palesemente una maggioranza diversa da quella che governa il Paese, nel breve (e soprattutto usando sapientemente la leva mediatica) Berlusconi può cercare di spandere fumo come quando parla di modifica del 41, può fingere di intervenire sul fronte sud, può raccontare palle sul tema fiscale, ma nella sostanza la sua, già scarsa) capacità operativa in parlamento è quasi del tutto azzerata (e di questo se ne sta accorgendo Bossi la cui pazienza credo si stia esaurendo, accompagnata da un fiuto politico che gli permetterà di abbandonare la barca prima della fine - prendendosi pure il merito di avere posto fine al Berlusconesimo - ma questa è un'altra storia).
segue.
segue Il dato centrale è che il Paese (complice la sinistra) ha imboccato un modello politico lontano dalle tradizioni italiane, ha lasciato che al conflitto di interessi si associasse un processo selettivo al ribasso (che non dimentichiamolo ha portato in parlamento una caterva di funzionari di ex partito il cui stipendio non poteva più essere pagato, che ha infarcito le liste elettorali di fedeli esecutori dei leader nazionali, che ha completamente ignorato di investire nei giovani che non fossero già intruppati in qualche corrente etc etc etc), che oggi mostra drammaticamente i suoi limiti (nella prassi parlamentare e purtroppo anche nel dibattito quotidiano alimentato sempre e solo dai soliti vecchi e ritriti portatori di idee...).
segue
segue Il secondo punto mal impostato è la "resistenza" di Berlusconi. Anche qui sarebbe utile fare un piccolo esercizio di memoria, perchè, al solito leggere la Berlusconeide con i parametri della politica tradizionale non porta da alcuna parte. Silvio Berlusconi ha scelto di "scendere in campo" perchè chiuso in una tenaglia potenzialmente distruttrice per lui. Da una parte l'indebitamento pazzesco del suo gruppo (alcune migliaia di miliardi delle vecchie lire non legate a flussi di reddito in grado di portare ad un riequilibrio), dall'altra le decine di indagini che in quegli anni stavano scoperchiando il malaffare italiano e, naturalmente, quello del gruppo guidato dal cavaliere. La tenaglia, va ricordato, poteva essere agita per la venuta meno dei santi che dal parlamento "proteggevano" il modello Berlusconi (sul fronte economico tutto il mondo bancario ricorda che solo poco tempo prima di quei mesi la sospensione della richiesta di "rientro" nei confronti del gruppo arrivò direttamente da canali politica). segue
segue Venuti meno i "santi" la tenaglia era in grado di stritolare Silvio. Questa è stata la scelta e questa la motivazione. I mezzi li conosciamo (compreso quello indicato formalmente dall'inizio di investire nel marketing nella consapevolezza parole di silvio "che una non verità dichiarata e ridichiarata con forza diventa vera" - andate a leggere i giornali di allora!!-).
Quindi Silvio resiste perchè non ha altra scelta, non è un rumor, un craxi, un de mita, non è un politico è un uomo scaltro e potente che ha usato la politica per salvare la sua pelle impdenditoriale e il suo potere economico (anzi alla fine per incrementarlo in modo spropositato). segue
segue Silvio se esce dal potere politico è morto, lui, il suo sistema di gestione, il suo modello imprenditoriale. Silvio sa perfettamente di non potere "andare davanti ai giudici" non solo per le vicende delle escort, ma per quelle (molto più impegnative nella sostanza) di tutti i processi che potrebbero vederlo di nuovo indagato. Silvio sa!
E' quindi resiste con le due leve che ha sempre azionato. La prima negando e dichiarando con tutti i mezzi a propria disposizione la "sua verità" che, minzolini dopo minzolini diventerà la verità (o per lo meno nel passato ha finito per diventarlo per una bella fetta di compaesani). La seconda evitando di "presentarsi ai giudici comunisti" rinviando "sine die" il redde rationem, inventando di volta in volta scorciatoie legislative per scappare dalle aule e per potere tornare a raccontare balle sulle assoluzioni.
Non resiste "politicamente" resiste con le solite leve del berlusconesimo.
Che senso ha sorprendersi e trarre conclusioni politiche?
Può questo portarci a ritornare sulle scelte dell'antiberlusconesimo?
Come si può associare ad una necessaria esigenza di pulizia (non solo dai bunga bunga ma anche dai Bertolaso, dai Verdini, dai Cosentino, dai meccanismi di potere esercitati in liguria, lombardia, sardegna etc etc) una capacità di proposizione politica?
Credo prendendo atto che serve una capacità propositiva che affronti il Berlusconesimo per quello che è, ma che, nel contempo, porti a proposte serie e condivise di "innovazione". Ma qui casa l'asino, non esiste una sola proposta "alternativa" che una volta presentata non porti i vari "leader" del centro sinistra (iniziando da tutti i capi bastone del pd) a prendere le distanze, a proporre una soluzione "migliore", ad immaginare strade diverse. Vecchia politica leggendo il berlusconesimo e vecchia politica proponendo alternative.
La vicenda della firma separata sull'ipotesi di ripartizione dei sistemi premianti rientra in un altro contesto che, a mio avviso, rappresenta una grande opportunità per la CGIL.
Indipendentemente dal singolo accordo, ormai sta passando la logica che vede gli altri sindacati "piatti" sul governo, non è detto sia così realmente perchè non ci è dato sapere quanto il dibattito pre firme porti a modificare le idee dei vari Sacconi o Brunetta, quello che risulta essere chiaro è che (diciamo a livello di percezione) gli altri due sindacati "storici" finiscono con l'apparire piatti.
La cgil ha in mano la carta dell'innovazione nell'interesse dei lavoratori, rimane l'unico sindacato che fa il sindacato, ha mille e mille ragioni su cui basare la propria missione, deve evitare di cadere nella trappola del vecchio sindacalismo urlante, ma, a sua volta, deve essere in grado di diventare sindacato di proposta, di indirizzo, di soluzioni.
Ha lo spazio e le opportunità per colmare un vuoto sia di rappresentanza, sia di progettualità.
Ha l'opportunità di potere comunicare la propria capacità/volontà di non cadere nella trappola consociativa, ma per farlo deve comunicare efficacemente la propria posizione e deve immediatamente dare avvio alla circolazione di proposte, progetti, idee, alternative.
Non è la sfida tradizionale, non passa necessariamente dallo sciopero generale (la cui difficoltà di attuazione si associa all'oggettivo onere aggiuntivo che andrebbe ad appesantire i lavoratori), passa per le idee, le sfide, le soluzioni e tanta tanta comunicazione (possibilmente anche qui chiedendo ai troppi leaderini di complemento di non fare controcanti).
Credo che sia una grande opportunità di rilancio per il sindacato, penso che gli attuali vertici siano anche dotati di competenze e attitudini per coglierne le potenzialità, sperando che la "vecchia politica sindacale e no" eviti di cadere nella trappola dei distinguo improduttivi
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