venerdì 24 dicembre 2021

Paolo Bagnoli, Un urlo contro un sistema ingiusto

Politica - la biscondola da >>> nonmollare un urlo contro un sistema ingiusto di Paolo Bagnoli In Italia di una riforma fiscale che renda il sistema delle tasse più giusto si sente parlare da tempi lontani; già, se ne sente però solo parlare, perché poi non succede niente. Il Paese è ingessato in una rete statica che ne gli conferisce il primato di essere quello nel quale il rapporto tra imposte e Pil è praticamente stratosferico; residente in una stratosfera drammatica se ci si sofferma sul dato che il suddetto rapporto è ben al 42,9%. Il dato viene dalla “Revenue Statistics 2021” dell’Ocse. Esso indica un peggioramento che ci avvicina ai punti europei più alti in materia. Il primo posto è occupato dalla Danimarca con il 46,5% - da notare, però, che nel 2019 era al 46,6% - seguita dalla Francia con il 45,4% - prima era al 49,9% - e dal Belgio passato dal 42,7% al 43,1%. Con il nostro quarto posto in classifica superiamo, così, Paesi quali la Svezia, al 42,6%; l’Austria, al 42,1% e la Finlandia al 41,9%. Sono tutte tassazioni alte, ma il livello del welfare è certamente assai migliore del nostro. Se scorriamo le statistiche vediamo che, per l’Italia, il 2013, con il 43,8%, sia stato l’anno con la tassazione più alta mentre il più basso, per restare nel ventennio, è il 2005 con il 39%. Abbiamo, in ogni caso, superato la Svezia: una sintesi che dice un po’ tutto. Per quasi sei mesi quello che viene guadagnato va in tasse: ecco la morale che ci dice come il sistema, se non vogliamo, dopo essere scampati alla pandemia, soffocare a causa delle tasse, necessiti di una seria riforma; continuare ad annunciarla per non farne di nulla aggrava solo la sfiducia popolare nelle istituzioni; alimenta l’antipolitica; incentiva l’evasione e l’elusione e allarga la forbice tra ricchi e poveri. Questo è il succo politico della questione. Il messaggio che ci viene dal recente sciopero indetto da CGIL e UIL in fondo è un urlo motivato su un sistema ingiusto che, anche con aggiustamenti marginali, non esce dalla logica generale per la quale chi ha di più, di più dovrebbe contribuire alle entrate dell’erario. E, a proposito dello sciopero, non si può non osservare quanto le giustificazioni sulla sua inopportunità visto il momento siano di maniera poiché in Italia, a ben vedere, il momento per scioperare non è stato mai giustificato. Esso è nella dialettica della democrazia, tanto più valida, quanto più si richiama il ritorno alla normalità; poi, ad ogni parte in causa, l’assumersi le proprie responsabilità. Certo che si tratta di una questione complessa, ma essa è tra quelle centrali per permettere al Paese di esprimere tutte le sue positività; investe l’idea stessa che si ha dell’Italia e, quindi, della politica, ma se a essa non si è messo mano quando la politica era in campo, figuriamoci oggi che la politica latita. La modestia della cosiddetta “classe politica” - quella predominante e non certo a Mario Draghi che ha, se non altro, il merito di tenere alto il nome del Paese ridandogli credibilità internazionale come riconosce anche l’“Economist” - lo dimostra più di ogni altra considerazione storica, sociologica o politologica che sia. Da tempo sosteniamo che dalla lunghissima crisi politica in cui siamo usciremo non con aggiustamenti, populismi, sovranismi o governismi, ma solo ripensando il nostro essere compiuto quale Stato moderno e con un’attenta rilettura della Costituzione che è, e rimane, la bussola della Repubblica e della democrazia repubblicana. Il Paese va ripensato nel suo insieme per conferire cifra rifondativa al sistema democratico, alla concretezza della libertà, a disegnare un profilo di civiltà adeguato ai tempi e, pure, a mettere le ali all’Europa il cui sistema comunitario così non va, impedendole di assolvere a quel compito che dovrebbe avere liberandosi di ogni retorica e dimostrando di essere, nel concreto, all’altezza degli ideali che hanno messo l’Europa in cantiere. Quanto ciò sia vero lo si vede sulla questione dei migranti. Possibile che non si capisca che quando i popoli si mettono in movimento non c’è niente che li possa fermare? Ma se il processo non viene governato, tanto per rimanere al presente che più brucia, ossia a quanto sta succedendo al confine tra la Bielorussia e la Polonia, viene come naturale segnando una vergogna –non certo la prima – che rimarrà impressa per sempre nella coscienza della “civile” Europa. Abbiamo accennato a problemi che si tengono in una filiera piuttosto stretta e che dichiarazioni da cui siamo quotidianamente bombardati nemmeno sfiorano e niente creano se non annunci, ma la volontà vera di porsi le questioni vere non emerge da nessuna parte. Noi, in sincerità, non le vediamo.

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