mercoledì 29 aprile 2015

Francesco Maria Mariotti: Ottimi pensieri

​In primo luogo, l’idea che lo storytelling , come oggi usa dire, e con esso la capacità di comunicare ottimismo, possa davvero rappresentare il centro della politica. Con tutta l’importanza che va riconosciuta alla necessità di infondere speranza in un Paese piegato dalla crisi, se si esagera, la realtà con i suoi problemi si prende poi una rivincita. In secondo luogo, è il progetto stesso della «buona scuola», a ben vedere, ad essere in fondo poco riformista. Il nostro sistema scolastico coinvolge un milione di dipendenti, tra docenti e non docenti, più milioni di studenti con i loro genitori. È un sistema complesso in cui operano stratificazioni legislative e norme non scritte, che risente (e come potrebbe essere diversamente?) della cultura e dei codici di comportamento, dei valori o disvalori esistenti nella società circostante, che non è la stessa a Bergamo o a Scampia. Eppure sono decenni che ogni nuovo ministro arriva con la sua riforma, con l’idea che la vita di milioni di persone possa cambiare dall’oggi al domani grazie all’articolato delle sue leggi. Ma il riformismo non dovrebbe consistere nell’operare in questo modo, rischiando ogni volta che la vita scolastica venga inutilmente terremotata. Il governo, dunque, avrebbe forse fatto meglio a concentrarsi su pochi punti che giudicava essenziali. Se ci si lascia guidare invece dalla pretesa o dal mito della grande riforma della scuola, si rischia di dare attuazione a una parte soltanto dei propri intenti, e magari non necessariamente ai migliori. http://www.corriere.it/editoriali/15_aprile_28/scuola-merita-piu-rispetto-b4b2a412-ed6d-11e4-91ba-05b8e1143468.shtml È un’evidente forzatura. Renzi ha dalla sua un argomento formidabile: a furia di cercare mediazioni, non si riesce mai a portare a casa il risultato. È vero. Ma solo fino a un certo punto. Il Porcellum, per dire, non è stato varato in tempi lunghissimi. Fu anch’esso il frutto di un decisionismo spiccato, solo in parte temperato dai correttivi suggeriti e poi imposti dall’allora presidente Ciampi. Oggi un Parlamento che la Corte costituzionale ha dichiarato essere stato eletto con una legge elettorale che ha violato più di una norma della Carta ha il dovere di ricercare un’intesa più ampia. Che senso ha appellarsi alla «dignità» di un partito se sono in gioco delicati equilibri costituzionali e il varo di regole del gioco che devono valere per tutti e che dunque meriterebbero un consenso il più ampio possibile? E poi l’argomento della «dignità» è un’arma pericolosa. Che significa, che chi non è d’accordo con la lettera e lo spirito di una legge elettorale dentro il Pd, è automaticamente portatore di una posizione «indegna»? Il dissenso va contro la «dignità» di un partito? Oppure «dignità» viene usata come parola che equivalga a «determinazione», «velocità», «decisione», «immagine». Ma allora è un’altra partita. Legittima, forse anche sacrosanta dal punto di vista del presidente del Consiglio, ma che con la «dignità» ha davvero poco a che spartire. http://www.corriere.it/opinioni/15_aprile_28/trappola-dignita-8f8fa44e-ed74-11e4-91ba-05b8e1143468.shtml

Nessun commento: