mercoledì 27 agosto 2014

Gianni Cuperlo: il problema lavoro

La riflessione di Gianni Cuperlo, che trovate su Facebook - è interessante; anche se il problema dell'Italia è che il mix di interventi di cui ha bisogno è complesso; e quindi . diciamo così - i due diversi "approcci" alla crisi vanno calibrati, e non si escludono reciprocamente. FMM Ho letto i vostri commenti al post di ieri e volevo ringraziarvi dell'attenzione e cura che rivolgete a questo spazio. Oggi pensavo di tornare per un istante all'economia. Continuano i commenti al discorso di Mario Draghi dell'altro giorno, ma non è su questo che volevo soffermarmi. Le nubi sull'autunno si addensano e non basterà la battuta di spirito del premier sull'estate piovosa a toglierci dagli impicci. Penso alla nota di correzione del Def fissata al primo di ottobre, e poi subito dopo la legge di stabilità che a metà mese deve passare il vaglio della commissione di Bruxelles. L'emergenza è sempre la stessa, creare lavoro. Allora proviamo a ragionare di questo. Ci sono due modi per aggredire la creazione di lavoro. Uno è insistere sul fatto che le economie uscite meglio dalla crisi in termini di occupazione sono state quelle con più flessibilità (come quella tedesca, si dice sempre). L'altro mette in risalto un aspetto diverso. E cioè che non è bastata l'azione sulla flessibilità del mercato del lavoro a rendere più competitive alcune economie. La verità è che sono serviti investimenti pubblici e privati senza i quali non sarebbe aumentata la produttività, e dunque la crescita sarebbe stata semplicemente impossibile. Sono proprio due modi di approcciare la crisi. Il primo ha tra i suoi seguaci una lunga schiera di analisti ed esponenti della politica (da Ichino, Alesina, Giavazzi alla destra di Forza Italia e Ncd). Il secondo comincia a farsi largo anche sul piano teorico come dimostrano i saggi (spesso citati qui sopra) di Mariana Mazzucato o Thomas Piketty (a proposito, ma Bompiani si spiccia a mandare in libreria la traduzione?). Ora, per la verità anche l'uso disinvolto del modello tedesco merita qualche osservazione. È vero che in questi anni i salari in Germania sono stati tenuti a freno (e la cosa non è stata priva di conseguenze sul versante della domanda interna) ma quella è stata la conseguenza di un accordo tra capitale e lavoro per preservare i livelli occupazionali durante l'unificazione del paese nei primi anni ’90. Quell'accordo peraltro prevedeva di mantenere i livelli occupazionali, ma insieme a una riduzione dell'orario di lavoro (35 ore) e a investimenti in infrastrutture, ricerca e innovazione. Sono questi investimenti che hanno consentito alla Germania di distanziare altri paesi sul versante della produttività. Il vero disastro con il quale misurarsi non è, dunque, il costo del lavoro, ma la produttività. E infatti, se consideriamo il costo unitario del lavoro come la somma di due componenti (costo del lavoro e produttività) risulta evidente che la differenza più marcata tra paesi diversi non è tanto (parlando dell'Europa) nel costo del lavoro (in Germania i contributi sociali sono più alti), ma nel rapporto con la produttività. Noi negli ultimi 15 anni abbiamo avuto una crescita della produttività pari a zero (o addirittura negativa). Il punto (come scrive la solita Mazzucato) è che una maggiore produttività non si ottiene pagando meno i lavoratori. Si ottiene investendo in formazione, tecnologie, innovazione. Si ottiene anche coinvolgendo le forze sociali in una strategia di sviluppo (come è stata la strategia verde per l'economia tedesca, che implica modelli nuovi di produzione con investimenti consistenti). Per capirci, una nuova economia non è il prodotto di un decreto ministeriale ma di una visione che la politica dovrebbe coltivare. Senza investimenti nel pubblico e nel privato, senza un nuovo patto tra capitale e lavoro, continueremo a spendere meno in settori vitali come ricerca e sviluppo, investiremo meno nella formazione del capitale umano, preferiremo incentivare e sovvenzionare le imprese anziché investire in modo strategico in alcune aree a forte potenzialità di crescita (ma questi sono tutti concetti che qui sopra avete già avuto modo di incrociare, diciamo che repetita etc). Bene, se di fronte a questi problemi la risposta continuerà a essere solamente "liberalizzare, privatizzare, modificare costantemente la disciplina contrattuale del mercato del lavoro" non riusciremo a risolvere la crisi. E allora, giustissimo ridurre gli sprechi, introdurre elementi di equità e giustizia nel sistema previdenziale (a proposito, ricordatemi che devo parlarvi della categoria dei marittimi!), razionalizzare la burocrazia. Ma tutto questo deve essere accompagnato da investimenti massicci (una stima ragionevole parla del 2,5% del Pil dell'Ue). Servono nuove collaborazioni tra pubblico e privato per incrementare la produttività, garantire posti di lavoro e opportunità. E' la sola via per contrastare quella che già alcuni definiscono "una stagnazione secolare". La mia opinione è che il percorso del Jobs act debba collocarsi in questa dimensione. Si tratta di un disegno di legge che contiene cinque deleghe di ampia portata (revisione degli ammortizzatori sociali, politiche attive, semplificazione nella gestione dei contratti, riordino delle forme contrattuali, tutele per la maternità). Il governo ha preso l'impegno perché il pacchetto sia approvato entro l'anno. Poi il governo avrà sei mesi di tempo per esercitare le cinque deleghe. Vuol dire che le norme saranno pronte tra la primavera e l'estate del 2015. Sono tempi che non aiutano se pensiamo ai 3 milioni e 153.000 disoccupati effettivi di giugno (700.000 sono giovani tra i 15 ai 24 anni, vuol dire il 43,7%). Il che vuol dire che bisogna accelerare il riordino dei servizi per l'impiego e la costituzione dell'Agenzia nazionale per l'occupazione alla quale verranno attribuite le competenze gestionali delle politiche attive. Conosco io (e conoscete voi) i dati dell'impatto dei servizi per il lavoro nel nostro paese. Al Senato prima della pausa estiva la commissione Lavoro ha esaminato gli emendamenti a cinque dei sei articoli, avendo accantonato l'articolo quattro sul riordino delle forme contrattuali che impatta sulla disciplina dei licenziamenti e quindi sull'applicazione dell'articolo 18. Penso sia ragionevole la strada di una verifica che preveda l'introduzione del contratto unico a tutele crescenti ma con la piena e integrale applicazione dello Statuto dei lavoratori dopo il periodo di prova quantificato sino a tre anni di durata (per capirci, il modello Damiano). Ok, in questo quadro sui giornali di stamane vengono indicate le linee guida della "rivoluzione" della scuola. Mai più precari e supplenti, criteri meritocratici e premianti la professionalità degli insegnanti, l'intervento diretto di finanziamenti privati nel sostegno ai laboratori delle scuole pubbliche, effettiva garanzia della parità. Se capisco bene, l'intero pacchetto verrà approvato dal consiglio dei ministri di venerdì prossimo e quindi è giusto attendere di vedere gli atti e le deliberazioni del governo.

1 commento:

giovanni ha detto...

Perché l’Europa aiuterà Renzi solo dopo una grande frustata sul lavoro. Richieste della Bce. La flessibilità possibile sul debito pubblico. L’inevitabile destino (e riscrittura) dell’art.18. Parla Pietro Ichino
http://www.ilfoglio.it/articoli/v/120313/rubriche/riforma-lavoro-articolo-18-ichino-europa-aiuta-renzi-solo-dopo-una-grande-frustata-sul-lavoro.htm