lunedì 14 novembre 2011

Vittorio Melandri: Antisocialismo trionfante

Su la Repubblica di Domenica 13 novembre Michele Serra scrive fra l’altro che l’anticomunismo italiano ha avuto tante ottime ragioni, talmente tante che si può sorvolare dal citarne anche una sola.



L’antisocialismo che emerge nella prosa di Michele Serra come una sorta di fiume carsico, invece è sovente descritto nei dettagli, ma soprattutto pecca del “difettuccio” di fare di tutta un’erba un fascio, per cui socialismo e craxismo diventano tutt’uno, e i cattivi maestri non solo diventano proprio i peggiori a cui riferirsi, ma sono quelli con cui “una parte non trascurabile del mondo socialista intratteneva cordiali rapporti”.



Vien di aggiungere con una amara nota sarcastica, come per dar ragione a Serra basti pensare al maestro di Cicchitto, quel “peggiore dei peggiori” che rispondeva in vita al nome di Riccardo Lombardi, che sempre in vita arrivò addirittura a sostenere, anche se per un breve periodo, la segreteria del “Cinghialone”.



I comunisti italiani invece, come noto, si sono rifatti solo a buoni maestri illustri, e per criticarne educatamente qualcuno, hanno educatamente aspettato che gli crollasse in testa il muro di Berlino.



Ovviamente si sono ben guardati dall’accogliere l’invito di un altro cattivissimo maestro, forse il peggiore di tutti, quel tale Filippo Turati che sin da subito, sin dal 19 gennaio 1921 li ammoniva:



“…quand’anche voi aveste impiantato il partito comunista e organizzati i Soviety in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualche cosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga come elemento di società nuova, voi sarete forzati, a vostro dispetto - ma lo farete con convinzione, perchè siete onesti - a ripercorrere completamente la nostra via; la via dei socialtraditori di una volta….”.



Infatti i comunisti italiani forti della loro onestà hanno sì ripercorso a ritroso la via, ovviamente non quella indicata dal cattivo maestro Turati, bensì quella che li ha portati dritti dritti nella pancia della “balena bianca”, dove oggi fanno mostra di aver imparato tutte le buone maniere democratiche, quelle che da sempre consentono di distinguere quelli che vincono anche quando perdono da quelli che perdono anche quando vincono, sapendosi ovviamente collocare alla maniera dei primi.



I comunisti italiani, pardon, gli ex comunisti italiani, dispongono oggi anche di un garante “rispettato e rispettabile” per usare sempre parole di Serra, che siede pro tempore al Quirinale.



Giorgio Napolitano poco prima essere eletto Presidente della Repubblica diede alle stampe un saggio dal titolo “Dal PCI al socialismo europeo”. Il saggio fu raggiunto dal premio Benedetto Croce per la saggistica, scelto da una giuria, presieduta da Natalino Irti, e composta da Biagio De Giovanni, Ferdinando Di Orio, Paolo Gambescia, Costantino Felice e Dacia Maraini.



Da quel saggio si apprende anche come da sempre, sin da quando giovanissimo incrociò le ragioni della politica, Napolitano fu uomo politico a tutto tondo, capace di scegliere il suo impegno, al costo alto, e non sottaciuto, di “una seria incrinatura del rapporto umano” con il padre; tanto più seria, tanto più dovuta proprio al conflitto fra le aspettative del padre di vedere il figlio Giorgio avviarsi alla “professione di avvocato”, e la sua scelta di “schierarsi politicamente con i comunisti, e del suo avviarsi addirittura ad un impegno politico a pieno tempo nel PCI come funzionario”.



E questo avveniva calandosi in una Napoli caratterizzata da “punte di caotico plebeismo”, e forte e soprattutto consapevole, “dell’esempio morale e culturale che dal padre gli era venuto”, e uscendo dalla biblioteca paterna, “fasciata da imponenti scaffalature di mogano fino al soffitto, nelle quali aveva trovato …Croce …. le annate del «Corriere della Sera» …. e Balzac e Maupassant …..Zola e Proust.”



È lo stesso Napolitano dunque, che con il suo saggio, ci offre la prova che “il silenzio dei comunisti” è squarciato per sempre…..



MA…. la sua indulgenza nel vedere un PCI, non solo “difensore della Costituzione repubblicana”, ma anche di quella “libertà della cultura”, che ne avrebbe sancito sin dall’immediato dopoguerra, una “laicità”



……laicità che ancora oggi i suoi epigoni, non hanno fatto compiutamente propria……



……si ri-flette di luce propria nella parole dei tanti, dei troppi, antisocialisti, che si nascondono dietro le sagome cartonate dei Cicchitto dei Sacconi, e dei Brunetta e inforcano gli occhiali del craxismo, pur di non vedere l’effetto che fa…… ritrovarsi tutti democristiani.



Vittorio Melandri

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