Dall'Avvenire dei lavoratori
Ecco confutato
Carlo Marx
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Vedremo se con Monti le cose ora andranno meglio. Noi ce lo auguriamo, ma sarebbe bene convincersi subito che non esistono soluzioni tecniche ai problemi politici.
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di Paolo Bagnoli
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Le vicende italiane di queste ultime ore sembrano avere smentito una famosa affermazione di Carlo Marx che, nel saggio su Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, esordisce ricordando come tutti i grandi fatti e personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte “la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.
Silvio Berlusconi, che vede comunisti dappertutto intenti a tramare contro di lui sarà contento di aver confutato il principe del comunismo in quanto l’era berlusconiana, cominciata sotto il segno della farsa, sta finendo sotto quello della tragedia – tragedia per l’Italia, s’intende.
Nessuno avrebbe mai pensato, per quanto le cose nel nostro Paese abbiano una specificità tutta particolare, quanto sta succedendo. Siamo, infatti, alla dimostrazione di come, veramente, la nostra democrazia sia a rischio di bonapartismo. Sono i fatti a confermarlo visto che la presidenza del consiglio dei ministri – come ci dice l’incontro di Arcore di lunedì scorso – era divenuta un family business. Ora è chiaro quanto la questione del conflitto d’interessi non riflettesse un accanimento pretestuoso delle opposizioni.
All’inizio della storia, non degna nemmeno delle cosiddette “repubbliche delle banane”, Berlusconi non aveva nascosto il vero motivo della sua discesa in campo: salvare le proprie aziende dalla sinistra.
Triste primato l’essere arrivato a emarginare l’Italia dal contesto europeo e internazionale e, addirittura, l’aver messo il Paese sotto il rigido controllo di organismi internazionali che oramai dettano l’agenda politica italiana. Dall’indifferenza siamo passati al discredito dell’opinione pubblica internazionale che mai, e diciamo mai, si era vista così concorde e pure sprezzante. Gli hanno dato il benservito con insolita invasività.
C’è di che vergognarsi, ma gli italiani onesti debbono invece andare fieri di appartenere a un Paese che, pur con tutte le sue pecche, è pieno di energie positive. Certo che il prezzo, morale, economico, finanziario e di credibilità da pagare, sarà salato; a ciò non si sfugge.
Così, mentre Berlusconi deve mollare per colpa dei famigerati “mercati” – espressione impropria, ma l’educazione ci fa mordere la lingua – prima di lui un altro è stato mollato, ma non dai mercati, bensì dal suo movimento: vale a dire Umberto Bossi, contestato da buona parte del suo gruppo dirigente e dalla maggioranza di quelli che lo avevano votato.
La crisi, prima che formalizzarsi, si è materializzata. Sembra ormai certo che a Mario Monti verrà conferita la presidenza del consiglio. L’augurio è che il neosenatore ed ex rettore bocconiano riesca a lavorare con un governo di ampia convergenza democratica per gestire quanto resta della legislatura nella funzione di garante dei mercati e dell’Europa. E speriamo che il porcellum di Calderoli venga consegnato allo squallore politico dell’era berlusconian-bossiana.
Il fallimento della Seconda repubblica si porta con sé anche la fine dello sgangherato bipolarismo italiano. Dopo 4 governi in tre legislature e 3.333 giorni da primo ministro dal 10 maggio 1994 a oggi e con un carniere di 817 leggi fatte sotto il suo incontrastato dominio, Berlusconi “risale in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa sicurezza”, come lo sconfitto esercito austro-ungarico dopo Vittorio Veneto.
B non lascia soltanto un cattivo ricordo di sé, ma anche un Parlamento coriandolizzato tra gruppi, gruppetti e gente all’incanto che sarà difficile tenere insieme.
E’ l’effetto di una grande frantumazione da cui nemmeno l’opposizione esce del tutto indenne.
Vedremo se, da Tremonti a Monti, le cose ora andranno meglio. Noi ce lo auguriamo, ma sarebbe bene convincersi subito che non esistono soluzioni tecniche ai problemi politici.
3 commenti:
Cari compagni,
la conclusione di Bagnoli è assolutamente condivisibile: «non esistono soluzioni tecniche ai problemi politici». Eppure ci avviamo verso governi di esperti un po’ dappertutto in Europa: oggi abbiamo Papademos in Grecia e Monti in l’Italia, ma chissà che non succeda la stessa cosa in Francia, tra qualche mese o anno?
Nelle ultime settimane, Sarkozy e Fillon hanno moltiplicato i piani di austerità. La scusa è sempre la stessa: bisogna assolutamente conservare la tripla A, per contrarre prestiti sui mercati internazionali con dei tassi d’interesse sostenibili, che permettano alla Francia di «conservare l’attuale sistema di protezione sociale» – se l’attuale governo è tanto interessato alla giustizia sociale, mal si capisce la logica dietro l’aumento recente della soglia di imponibile per l’impôt sur la fortune (tassa sul patrimonio personale e generale delle persone fisiche «più ricche»), oltretutto in concomitanza con i tagli ai rimborsi della previdenza sociale ed all’aumento dell’IVA.
Se l’anno prossimo François Hollande sarà eletto presidente al posto di Sarkozy, la BCE, la Merkel, ed il FMI gli chiederanno di moltiplicare le cure di austerità – a maggior ragione perchè è socialista. Se Hollande avrà il «coraggio» di non piegarsi, costi quel che costi, magari anche rinunciare all’euro, in virtù del fatto che nessuno dei suoi elettori vuole che la Francia segua l’esempio di Papandreu e di Zapatero, vorrà dire che la democrazia ha vinto contro la «dittatura dei mercati». Se Hollande abbasserà la testa e farà il «lavoro sporco» che gli viene richiesto dalle cancellerie internazionali e...dalle agenzie di rating e dai boards delle banche d’investimento, allora la sua presidenza diventerà rapidamente impopolare, ci saranno disordini pubblici, governi tecnici, elezioni, ecc. ecc. Lo scenario lo conosciamo.
Gli uomini di stato non devono accettare di giocare il «gioco dei mercati»: 1) perchè, quasi mai, l’interesse pubblico coincide con gli interessi della finanza internazionale; 2) perchè per quanto i politici cerchino di piacere ai mercati, i mercati preferiranno sempre i tecnici ai politici – gli esperti rappresentano appunto le elites, i politici (efficaci o inefficaci, corrotti o onesti) sono il frutto della democrazia che, contrariamente a quanto credeva Milton Friedman, male di accompagna al liberalismo economico.
Ecco cosa scriveva negli anni Trenta il buon Salvemini sul «governo degli esperti». Ovviamente all’epoca non esistavano nè la BCE, nè il FMI, e la Merkel non era ancora nata, però l’analisi resta di grande attualità:
«Quando si lamenta il difetto di leadership in una democrazia e si cerca un dittatore, si presuppone che il dittatore sia in grado di risolvere ogni problema nell'interesse della comunità scegliendo per ogni questione gli esperti che possiedono il segreto delle soluzioni giuste. Il governo degli esperti è diventato ovunque il grido di guerra dei nemici della democrazia. Il mondo è pieno di esperti che propongono piani. E noi, sfortunati, malridotti, inesperti, siamo indotti a chinare il capo davanti a un dittatore che sa come scegliere i suoi esperti. Democrazia è la folla, un gregge di uomini e donne più o meno ignoranti. Come può una massa di persone del genere risolvere problemi che richiedono l'opera di esperti? Come può essa scegliere esperti ai quali affidare il compito di risolvere i problemi? La folla sceglie soltanto i politici, e i politici non sono esperti.
In realtà, anche il dittatore è un politico. Non meno dei politici della democrazia, egli deve affidarsi a esperti. E non più dei politici della democrazia è in grado di giudicare in anticipo la capacità dei suoi esperti, né egli sa meglio in anticipo quali risultati produrrà l'opera dei suoi esperti. Non può che attendere i risultati, giudicando l’albero dai frutti.
Chiedete a due esperti di risolvere un problema tecnico. Dieci a uno che essi non andranno d'accordo nel trovare la soluzione, e nessuno dei due ammetterà che la soluzione dell’altro potrebbe essere migliore della sua. Di norma l’esperto si ritiene infallibile. Inoltre egli trova spesso conveniente fare uso delle sue conoscenze non nell'interesse della comunità, ma per rimpinguare il suo portafoglio. Selezionare una commissione di esperti per risolvere un problema doganale, fiscale, bancario e così via; sotto qualunque tipo di governo, democratico o dittatoriale, è probabile che metà degli esperti siano specialisti di vedute ristrette, presuntuosi e ostinati, mentre l’altra metà sarà composta di gente che agisce per conto di banchieri, industriali o altri interessi occulti. Sarà un miracolo se si troverà fra loro qualche persona di larghe vedute e disinteressata.»
(Gaetano Salvemini, Il governo degli esperti, «Giustizia e Libertà», 21 settembre 1934 in Id., Sulla democrazia, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 42.)
Cari saluti socialisti,
Diego
Sempre Salvemini: provate a sostituire nel testo le parole «dittatore» e «dittatura» con «mercato», e «galera» con «default»...
«[...] di qui la necessità che tutte le classi abbiano uguali diritti politici. Tutti i cittadini si organizzano in partiti e affidano il governo al partito i cui leaders ispirano al momento maggior fiducia. Se questo partito tradisce la fiducia riposta in esso, se ne mette un altro al suo posto. Procedendo per tentativi ed errori – “venendone fuori in qualche modo”, come dicono gli inglesi – una via d’uscita la si trova.
La filosofia della dittatura si basa sull’assunto che l’umanità sia divisa in due parti disuguali: la massa, il “volgo”, che non sa e non capisce nulla, e una minoranza, i “pochi eletti” che, soli, sanno come risolvere tutti i problemi sociali. “I migliori devono governare gli altri”. Ma i “pochi eletti”, i migliori, devono essere scelti da qualcuno. Questo è compito del dittatore. “L’autorità scende dall’alto”. Il dittatore è infallibile. Egli è l’uomo del destino, il Salvatore, qualcosa di simile ad un uomo-dio, che governa ed esige obbedienza in forza della sua personale superiorità su tutti gli altri uomini e donne.
Il leader di un regime democratico dice ai suoi avversari: “Penso di aver ragione e che voi abbiate torto. Fatemi provare a vedere quali saranno i risultati delle mie azioni; se si dimostreranno insoddisfacenti, allora avrete l’occasione di fare diversamente”. Il dittatore dice: “Naturalmente ho ragione io e i risultati della mia attività saranno sempre buoni; o con me o contro di me; ma chiunque si ponga contro di me, si troverà assai presto in galera”.
[...]
In fondo, dietro alla contrapposizione intellettuale fra la filosofia della democrazia e quella della dittatura vi è un conflitto fra due diverse visioni morali. Se si ama fare i forti con i più deboli e si è pronti a inchinarsi di fronte a chi è più prepotente si è portati ad ammirare la dittatura. Se non si ama fare né subire prepotenze, si resta fedeli alla democrazia. La scelta dipende dal rispetto che si prova per gli altri e per se stessi.»
Gaetano Salvemini, Sulla democrazia, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, pp. 81-83.
Saluti socialisti,
Diego
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