Per verificare il tremendo effetto ansiogeno vedasi
http://www.brunoleoni.it/
Sulla impetosa diagnosi nulla da eccepire.
La questione è che non si propone nessuna terapia e dunque si lascia
ad intendere che si debba agire con le manovre liberiste già in atto
che pure hanno difficoltà a essere attuate.
Mi sembra la storia dello spot sul nucleare ... quello che il garante
ha definito come" pubblicità ingannevole".
E pur tuttavia come sinistra cosa possiamo inventarci di diverso ?
Personalmento a quella tavola rotonda ho messo in evidenza che gli
stati non possono più agire sulle imprese multinazionali perché più
che multinazionali sono sovranazionali e fuori da ogni controllo
statale. E una sinistra deve proporre leggi che annullino quelle
libersiste esistenti riprendere il controllo degli stati sulle
imprese.
Ma volendo agire anche direttamente per diminuire gradualmente il
debito pubblico cosa proporre come sinistra ?
Ecco la mia proposta per il concorso di idee di sinistra.
Visto il nodo gordiano esistente propongo (prendendo l'esempio della
votazione al parlamento europeo per la tassa sulle transizioni
finanziarie) che si faccia una legge per cui tutte le fondazioni
bancarie, banche nazionali, istituti finanziari e assicurazioni
annualmente, in proporzione stabilita, versino un fondo per il
ripianamento del debito pubblico.
Così non si mettono le mani in tasca dei cittadini né dei lavoratori
né delle imprese già fin troppo tartassati.
Altri idee di sinistra ?
Un dialogante fraterno saluto.
Luigi Fasce
46 commenti:
Senza entrare (per ora) nel merito delle proposte di Filomeno e Luigi, mi sembra significativo che entrambi citino proposte provenienti da think tank liberisti.
Ciò vuol dire che l'agenda, almeno in Italia, continuano ad averla loro.
Ora, mi sembra giunto il momento che anche noi passiamo ad una fase successiva. dopo aver, bene o male, ricostruito (con il gruppo di Volpedo, il Network, le varie mailing list) una rete, dovremmo passare alla proposta. Qualche strumento l'abbiamo (ad esempio la casa editrice Biblion, che tra poco inaugurerà, con un testo di Paolo Bagnoli, una nuova collana, più di intervento politico. Speriamo di pubblicare lì anche i testi del seminario della Garbatella). Contiamo di averne a breve altri (qualche consigliere comunale, un mezzo cartaceo...). Insomma, dobbiamo fare un passo avanti. Forse non sarebbe male organizzare un seminario interno dedicato proprio al tema: "Strumenti. Dalla protesta alla proposta" (in cui magari inserire anche una riflessione sulla forma-partito, cara a Sergio e ad altri).
Un caro saluto
Giovanni
Caro Giovanni, posso dare qualche contributo sui seguenti argomenti: Responsabilità giuridica dei partiti e costi della poltica; Economia illegale e criminale( un terzo della ricchezza prodotta) e Precariato( cinque milioni di precari legali senza futuro). Sono tre temi sui quali insieme ad altri movimenti presenteremo tre leggi di iniziativa popolare. Elio Veltri
non è una battuta: mettiamo in vendita tutti i beni della chiesa che non
pagano tasse. Non le hanno volute pagare? va bene, però quando c'è bisogno,
si devono vendere. Guardate che la chiesa , che ragiona per secoli, non
sarebbe così contrario. il patrimonio si ricostruisce con le eredità, loro
non sono molto bravi a gestire, preferiscono non pagare le tasse e farsene
portare via una fetta ogni 100 anni.
Secondo vantaggio, una riduzione dei prezzi degli immobili, perché ce ne
sono tanti sul mercato.
Volendo, si può fargli un'offerta che non possono rifiutare. venderli come
alloggi ai giovani sposi, anche se solo in chiesa, anche se solo etero,
l'importante è che paghino il mutuo.
Caro compagno Giovanni Scirocco,
si penso proprio che siano necessari seminari interni di
approfondimento ... preceduti da almeno un paio di verifica dei
risultati fino a oggi ottenuti in termini di nuova cultura politica
del socialismo.
Segnalo pertanto ai coordinatori che ci leggono in copia la tua
proposta perchè possa essere messa all'odg per la prossima assemblea
GdV dell'8 aprile a Alessandria.
Utilizzando la risorsa editoriale indicata, oltre alla pubblicazione
di quanto prodotto alla Garbatella, propongo che si pubblichino anche
gli atti del convegno di Livorno.
Un dialogante fraterno saluto.
Luigi Fasce
scusatemi, ma che la Chiesa non sia tanto brava a gestire i soldi - o farli
fruttare - è un ossimoro di prima grandezza. Assicuro i lettori tutti che
invece è insuperabile.
Vediamo che sa bene cosa fare e dire per non tirarli mai fuori i soldi. Nei
suoi alberghi e residenze poi i costi sono tali e quali al mercato, o giusto
un pelo sotto. Inoltre non credo che arrivino altrettanto copiose del
passato le eredità immobiliari... Semmai, di molto minor rango. In questo è
stata sostituita da imprese e cordate finanziarie etc specializzate a
ramazzare il mercato convincendo gli anziani proprietari senza eredi. E'
alle cronache lo sfratto agli inquilini di sempre di un palazzo del centro
di Roma venuto nella disponibilità della Chiesa. Per non fare i lavori di
ripristino, c'è la formula dell'usufrutto di 99 anni (o cosa) in cambio
della ristrutturazione alle condizioni concordate: la proprietà presegue nei
secoli.
Le tasse relative alla proprietà, non le pagherà mai. Quanto al frutto, c'è
una disposizione, una norma (non credo una legge) in base alla quale sugli
immobili di rilevanza storica i parametri sui quali calcolare etc. sono
quelli minimi catastali previsti per quella zona. Una cosa così. Cioè se ho
capito bene, un fior fior di palazzo affittato fa tasse con me un modesto
mezzanino...
S
Concordo in toto con Giovanni.
Propongo il modello "Altreconomia" http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=1431
"una cooperativa composta essenzialmente dai lettori della rivista. I soci a fine 2010 sono oltre 450. Un esempio pressoché unico nel panorama editoriale italiano, una straordinaria garanzia di indipendenza e correttezza dell'informazione."
"Altreconomia è [anche] una casa editrice che pubblica circa 20 titoli l'anno: saggi, inchieste, biografie, guide all'economia solidale. I libri sono venduti in tutte le librerie, nelle botteghe del commercio equo e sul nostro sito, anche in versione elettronica."
La proposta di Fasce è stimolante ed anche il primo contributo è interessante. Vorrei solo fare una precisazione, che forse è inutile e che riguarda la frase “riprendere il controllo degli stati sulle imprese” che penso vada intesa nel senso di controllo della finanza e delle politiche monopolistiche, e non, spero, sulla gestione. Questo non perchè penso che non ci sia nulla da “fare” sulla gestione, ma perchè credo che quello che ci sia da fare su tutti gli altri aspetti sia stimolare la libera iniziativa.
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Sono un liberista? Boh! Io non vedo solo opposizioni tra liberismo e socialismo, ma anche, oltre alle opposizioni che ci sono e sono grandi, vedo un filone comune, che se volete è quello espresso dalla frase del Manifesto di Covatta e Teodori. “l'uguaglianza dei punti di partenza”.
Ovviamente viene subito in mente l'uguaglianza rispetto alla gestione del'economia che è la disuguaglianza più grande Questo dovrebbe essere l'obiettivo di una società migliore, senza essere utopica: stimolare le capacità di tutti gli individui al meglio delle possibilità sociali. Ovviamente praticamente tutte le imprese hanno una rilevanza economica, ma questo non vuol dire necessariamente avere tanti soldi. Oggi il costo maggiore di molte imprese innovative (economiche o no) è il lavoro mentale umano che vi è impiegato e questo può essere acquisito anche a costo zero.
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Considerate il cosidetto software libero. Oggi sul mercato ci sono due “ambienti” dominanti Windows della Microsoft e Linux della comunità degli sviluppatori, offerto liberamente a tutti. Uno è costato svariati miliardi di dollari, l'altro nulla. In uno si pagano lautamente le ore di lavoro di professionisti del software, l'altro è stato realizzato dal lavoro gratuito di professionisti non meno bravi e non meno pagati nelle aziende in cui lavorano. Ma non è un aspetto etico, volontaristico. Gli specialisti che lavorano al software libero, hanno aperto un mercato nuovo, che crea esigenze nuove e nel quale operano come consulenti o con migliaia di piccole aziende.
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L'attenzione dei media è puntata sulle aziende che hanno avuto successi eclatanti come a suo tempo la stessa Microsoft o oggi Google, ma questa è dovuto alla deformazione dei nostri media e alla carenza di un controllo antimonopolistico. La realtà produttiva, non è quella dei monopoli che non innovano più, ma quella di migliaia di piccole aziende che innovano nei prodotti e nei servizi. Oggi le grandi aziende non fanno quasi più ricerca. La lasciano fare alle piccole aziende ed agli start up universitari (dove le università funzionano). Poi quando la piccola azienda sforna l'innovazione se la comprano.
La finanziarizzazione delle aziende ha avuto effetti contraddittori. Uno predominante, negativo, che, gettando fuori delle aziende le aree non direttamente legate al prodotto o servizio che l'azienda commercializza ha prodotto un enorme precariato, che l'incapacità dei sindacati e della sinistra ha lasciato abbandonato a se stesso, ma che comincia ad organizzarsi autonomamente. Ma anche uno, che se intelligentemente supportato può diventare un elemento positivo di avanzamento culturale e sociale e soprattutto contribuire all'eguaglianza dei punti di partenza, di cui si parla talvolta senza rendersi conto che è un obiettivo, che se fosse perseguito, sarebbe veramente rivoluzionario.
Oggi infatti a seguito dell'espulsione dalle aziende vi sono migliaia di consulenti o di microaziende che sono di fatto cooperative di 2 o 3 soci che dall'esterno, in situazioni di precarietà estrema, per l'incapacità della politica e del sindacato gestiscono con compertenze e capacità imprenditoriali, parti importanti dei processi produttivi o di servizio alla produzione. Sono cioè lavoratori sfruttati, perchè non gestiscono le forze di produzione e subiscono le scelte economiche e produttive delle grandi aziende, rivolte spesso ( direi piuttosto sempre almeno in Italia) all'interesse speculativo dei proprietari (vedi FIAT). Un universo di precari sfruttati che però hanno le competenze e le conoscenze per poter diventare una nuova classe dirigente maggioritaria e
Allora cosa fare? Riprendere, con la maggiore conoscenza nel frattempo acquisita, il classico ciclo Keynesiano. Investire con un welfare serio e responsabilizzato sulle capacità tecniche ed imprenditoriali dei lavoratori e delle microaziende, rilanciando quindi le capacità di consumo di un ceto produttivo, che alimenta di fatto se stesso e date le sue dimensioni maggioritarie, la società tutta.
La proposta è qui solo delineata, ma ormai ci sono tutti gli elementi di analisi teorica e sociale e di consapevolezza diffusa necessari per praticare questo obiettivo. Sull'aspetto sociale del precariato ci sono i lavori di Sergio Bologna, completi, precisi ed illuminanti, per la pratica “sindacale” ormai consolidata ci sono organizzazioni come San Precario, per l'aspetto della teoria economica c'è tutto il lavoro di Sylos Labini. Cii sono le manifestazioni di consapevolezza delle forze sociali, ad esempio e ne cito solo una , un manifesto pubblicato sui giornali due anni fa da un gruppo di professori universitari di informatica che ricordava ad una classe politica completamente ignara, che gli investimenti da fare per recuperare terreno in un campo di innovazione importante come l'informatica sono minimi e i ritorni enormi. Manca solo una cosa: una classe politica consapevole. Anzi dobbiamo dircelo, abbiamo una classe politica che esistendo solo per gestire diritti ormai superati e purtroppo spesso vere e proprie clientele, non solo non è in grado di capire la nuova realtà, ma non può che esserle avversa se vuole sopravvivere
Mi sembra che qualche novità si articoli anche nei Partiti socialisti europei, forse un po' sommessamente ma meglio di niente.
Concordo con questa proposta di lavoro che dovrebbe articolarsi in temi nazionali e temi "amministrativi" locali; mi viene in mente, ad esempio, la questione del governo dell'area metropolitana milanese.
Ciao
SergioTremolada
sul debito pubblico e le politiche europee segnalo questi interventi di s.cesaratto
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Economisti-tedeschi-i-consigli-tragici-7915
http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/e-noi-faremo-come-schroeder/
però on fate che proponete le solite cose.
l' "agenda" l'hanno gli ultraliberisti, i grillini, i rossobruni perchè lasciano circolare soluzioni(dal loro punto di vista) a problematiche che le culture tradizionali non vogliono vedere.
Caro Filomeno, spesso le "solite cose" sono più nuove del nuovo....
E poi i PS europei hanno inseguito per vent'anni i liberisti copiando le
soluzioni dalle loro agende: i risultati li abbiamo visti...
l'eguaglianza dei punti di partenza è una astrazione. Il manifesto Covatta-Teodori, a perte il fato che è fermo agli anni 80 è sostanzialmente vuoto.
Perchè non si può fare un discorso astorico ed astratto su "principi astratti" ed astorici sull'eguaglianza.
Che significa eguagliabza dei punti di partenza in una società dove la distribuzione della ricchezza e del potere è rerribilmente diseguale. Farebbe bene ogni tanto rileggersi Marx da non considerare un feiccio ideologico ma uno che ci ha insegnato a leggere i condizionamenti che i rapporti di forza esercitano sulla realizzazione dei nostri ideali. Se non combattiamo imecanismi che generano ingiustizia e diseguaglianze tutto diventa chiacchiera accademica, come nella peggiore tradizione del postcraxismo martelliano.
Trovo molte delle cose dette da Saccone molto interessanti e ne condivido molti aspetti. Ma sono del tutto d'accordo con Peppe Giudice su quanto dice riguardo al marxismo, all'astrattezza analitica sui "punti di partenza", a Martelli e ancora di più al manifesto Covatta-Teodori (che però non deve meravigliare: sono nel comitato editoriale di "mondoperaio" e dopo alcune riunioni mi sono fatto l'idea che appunto ciò che si vuole è un richiamo generazionale che ripete gli anni Ottanta: non c'è alcuna consapevolezza dei limiti di quel clima intellettuale e politico, che sono gli stesso richiamati da Peppe Giudice. Si vuole soltanto rientrare nel giro politico sperando nel crollo di tutto l'esistente post-tangentopoli...).
Quindi cosa voglio dire? Voglio dire che investire sulla conoscenza in modo specifico e specialmente sulle piccole aziende e gli start ups, è VITALE (qui è giustissimo quanto dice Saccone(!!!!). Ma poi Marx e i classici della socialdemocrazia (non Martelli e le astrazioni liberal-socialiste) servono più del pane per capire che:
a) Il welfare, anche e soprattutto quello classico (pensioni, indennità di disoccupazione, sanità pubblica, istruzione pubblica, asili nido pubblici ecc.) servono perché rafforzano il lavoro dipendente, condizione senza la quale altrimenti il capitalismo preferisce inevitabilmente (o comunque in eccessiva misura) investire in flessibilità e intensità di sfruttamento della manodopera piuttosto che in conoscenza. Il sindacato forte assolve alla stessa funzione. Vorrei far notare che "ricardianamente" lo pensava anche Sylos Labini peraltro... Ciò corrobora l'idea che indicava Giudice
b) La finanziarizzazione (coi suoi disastri, che non sono affatto finiti!!!) è appunto una manifestazione del capitalismo "impaziente", che appunto non vuole avere a che fare con il condizionamento democratico dell'investimento, solo con i tasti di un computer che spostano miliardi in pochi secondi. Anche questo non lo si capisce leggendo Teodori o Martelli, servono Marx e i classici della Socialdemocrazia (non Kautsky-Hilferding però...). INOLTRE: l'insostenibilità del welfare classico è spessissimo esagerata dai giornali del capitalismo elitista (A cominciare da Repubblica), e laddove essa è reale dipende dalle scelte di finanziarizzazione prevalenti: senza cambiare queste non c'è "eguaglianza dei punti di partenza" che tenga.
c) Per questo l'impresa e la mano pubblica SERVONO MOLTISSIMO per indurre un investimento ANCHE PRIVATO in innovazione spesso di lungo periodo (che oggi il capitalismo se non indotto appunto dalle scelte dello Stato e magari della UE non intende fare a sufficienza, e che incrementerebbe sia il lavoro salariato "tipico", sia i suoi salari: l'investimento di lungo periodo non si fa coi CO.CO.CO). Senza il decisore pubblico e anche L'IMPRESA PUBBLICA non ci sono attori sufficienti che diano una direzione alle piccole imprese di innovazione esistenti citate da Saccone. Peraltro faccio notare, da storico, che infatti (nonostante le amenità ideologiche neo-liberali, e talvolta anche liberal-socialiste o pseudo-tali) anche da noi l'innovazione nell'impresa pubblica eccetera fu DI GRANDISSIMO VALORE. Prego leggere Mucchetti...
Ringrazio Giudice e Borioni per le osservazioni e le critiche precise, ma debbo ribadire che la diseguaglianza dei punti di partenza non è un problema astratto, è il problema concreto che incontrano oggi tutti quelli che hanno obiettivi ed idee da realizzare, imprese (non solo economiche, ma anche culturali, scientifiche, sociali) da intraprendere e non appartengono a ceti “privilegiati”. Un grande risultato che i nostri padri, operai, contadini, artigiani, con le loro lotte hanno ottenuto è stato che oggi i loro figli non combattono solo più per la sopravvivenza (per quella c'è sempre da combattere) ma associano sempre più la loro sopravvivenza ad idee, progetti, ambizioni.
Il non rendersi conto della maturità e della modernità di questo stato di cose, che tra la'ltro inzia in Italia in molti settori già dagli anni 70, è tipico della sinistra che è rimasta al solo lavoro operaio, mentre oggi lo sfruttamento del lavoro nelle aree di capitalismo avanzato, come è in parte l'Italia, riguarda sempre di più il lavoro fatto con la testa e quindi coinvolge sempre di più i lavoratori nei contenuti del loro lavoro, con una contraddizione tra capacità, obiettivi e scopi che è la vera caratteristica del nostro tempo.
Se le forze politiche non si rendono conto di quello che è oggi il precariato, che non è caratterizzato dalla mancanza del posto fisso, ma proprio dalla diseguaglianza dei punti di partenza, perchè è li che il figlio di un operaio o di un impiegato verifica la propria inferiorità sociale, nella mancanza di capitale economico e sociale. Cito un episodio che credo importante. Prima delle primarie i 4 candidati sindaci della sinistra si sono incontrati alla Casa della Cultura con i precari organizzati. Hanno iniziato tutti e quattro con il solito discorso della lotta al precariato, con le frasi fatte che fanno parte ormai dello sciocchezzaio della sinistra. La risposta dei precari è stata chiara e semplice. Si certo c'è in Italia un precariato pretestuoso che va cancellato, ma credere che si possa abolire una realtà che è profondamente inserita negli sviluppi della produzione capitalista, in primis nel fatto che oramai il lavoro intellettuale fa parte integrante della produzione capitalista, vuol dire fare solo demagogia.
Ciò di cui i precari hanno bisogno è un welfare responsabile, che copra i periodi di non lavoro e permetta loro l'adeguamento professionale continuo che le aziende ormai non si accollano più ed è il supporto alle loro inziative “imprenditoriali”. Si imprenditoriali, perchè oggi i 2 o 3 ragazzi che mettono su una srl per lavorare nell'informatica, nella comunicazione, nel marketing, sono imprenditori, perchè oltre al lavoro tecnico gestiscono anche delle imprese con tutti i problemi connessi e le competenze, esclusa quella dello sfruttamento del lavoro degli altri, perchè sono sfruttai ne più ne meno dei loro colleghi impiegati produttivi a tempo indeterminato e degli operai.
Certo Marx non ha mai parlato di sfruttamento del lavoro intellettuale, ne di imprenditori sfruttati, ma di Marx ci interessa la lettera della parola o il metodo di ricerca e di analisi che ci ha lasciato? La lettera della parola è tutta ben catalogata nel marxismo leninismo, nel materialismo scientifico ed in simili assurdità di cui Marx non ha nessuna responsabilità, perchè quelle parole le usava in contesti ben diversi. Il metodo è ancora vivo e lo si ritrova dovunque ci siano persone che studiano la realtà e non i dogmi. C'è più Marx in uno studioso del precariato come Sergio Bologna ( a cui rimando per la comprensione del precariato oggi in Italia) che mai lo cita e mai lo prende a garante delle sue conclusioni, che in tutti i “ragionamenti” marxisti della sinistra marxista e post marxista da Fausto Bertinotti a Nichi Vendola.
per prova provata, suggerisco anche io un paio di argomenti e relative tematiche:
1) AREE SOGGETTE A SPOPOLAMENTO
a) perdita di tradizioni locali
b) ridimensionamento di agricoltura da "coltivatore diretto"
c) aumento della richiesta di case in aree urbane con relativi danni (aumento prezzi,cementificazioni, problemi di rete idrica/elettrica/...)
d) difficoltà dei giovani di venire a contatto con cultura ed innovazioni tecniche in temi rapidi (assenza di eventi cuturali, digital divide...)
2) QUESTIONE MASCHILE
a) minore speranza di vita maschile
b) maggiore dispersione scolastica maschile
c) assenza di figure maschili di riferimento nelle scuole primarie
d) padri separati come nuova categoria di poveri
e) assenza di politiche statali ad hoc per le difficoltà maschili
3) TECNOSCIENZA
a) perchè l'intellettuale deve essere un umanista?
b) diffusione della cultura scientifica e tecnologica nella scuola
c) ritorno del neoluddismo
d) bioetica solo cattolica e laicista?
Marx nel Capitale parlava (me lo ha insegnato andrè Gorz) di Arbeiter (lavoratore) e non di werker (mi sembra si duca così) .operaio. Per Marx dal manovale all'ingegneri erano tutti lavoratori soggetti alla produzione di plusvalore. E' con Kautsky che si inizia a parlare di "classe operaia"
Grazie compagno Saccone per l'apprezzamento della mia idea che è
pensata e ripensata visto che siamo in un nodo gordiano.
Però devo una risposta alla sua bonaria "interprestazione" del mio
"riprendere il controllo degli stati sulle imprese" ... che va
proprio inteso come controllo di cui per parlare di noi italiani la
nostra costituzioni così detta
Non a caso questo governo vuole sopprimere questo articolo perché
così si cancella anche il principio costituzione del controllo
sull'economia perché in realtà le leggi liberiste fin qua attuate
hanno messo in frizer questo articolo e non solo questo.
Penso che prima di ogni seminario di approfondimento come bene ha
proposto Scirocco sarà bene verificare, prima cosa abbiamo fin qua
prodotto, poi se siamo tutti d'accordo sul titolo terzo parte
economica della nostra costituzione. Invito ancora una volta a
leggere il mio contributo dato al convegno di Livorno perché mi pare
di grande utilità per questo chiarimento.
Solo dopo possiamo pensare di approfondire questo e quello.
Invito.
Un dialogante fraterno saluto socialista.
Luigi Fasce
attenzione.è vero che una parte di precariato contiene esperienze di imprenditorialità che non trovano adeguata comprensione e promozione dell'attuale contesto politico e economico,o che per altre vie vengono sfruttate dalle grandi imprese.Ma è anche vero che il grosso del precariato è solo mercato del lavoro di serie B o C,forme di sovrasfruttamento e manifestazione della riorganizzazione del capitalismo attraverso il downsizing,l'appalto e il subappalto interno alle imprese e l'accresciuto potere in confronto al lavoro.Difficile dire ai ragazzi dei call center che devono sviluppare la loro vocazione imprenditoriale.
Ecco: anche questo richiamo assai realistico di Lanfranco mi pare colga nel segno. E infatti io volevo dire proprio questo: per parlare di mercato del lavoro e di precariato bisogna modificare in profondità il modo in cui il capitale investe e tratta l'Arbeiter (opportuna la citazione di PeppeGiudice, che conferma la utilizzabilità di Marx PROPRIO in questo contesto di precarizzazione).
Il welfare, quindi, va certo pensato come garanzia per il periodi di non-lavoro, ma bisogna andare molto oltre: deve diventare uno dei momenti di rafforzamento del lavoro salariato (precario e non precario) al fine di condizionare il capitalismo ad investire ben diversamente da come fa oggi. A questo si aggiunga poi il PRIMATO della politica, che sulla base dell'art. 41 giustamente citato da Fasce deve ricominciare a individuare il modo di competere con il minimo sfruttamento del lavoro umano... E questo non è solo aspirazione umanistica, è il ruolo dell'Europa OGGI nella divisione del lavoro mondiale. STANNO COMINCIANDO A PRETENDERLO ANCHE I LAVORATORI CINESI, è ASSURDO (economicamente prima ancora che "umanisticamente") pretendere che noi invece andiamo verso il basso...
Credo che le cose vadano distinte. I call center sono un esempio di forme di sfruttamento da combattere, il downsizing e l'appalto e aggiungo l'outsourcing, sono invece forme di ristrutturazione che non hanno solo elementi negativi.
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Avvengono anche perchè le imprese prendono atto che esiste oggi una competenza diffusa, che è una qualità positiva in se, che fa si che non sia necessario farsi tutto all'interno come si faceva fino agli anni 90. Se le aziende hanno cominciato a fare outsourcing dei sistemi EDP, lo hanno fatto per risparmiare sui costi e aumentare i profitti, (che qualcuno forse considera cosa negativa ma che a me non sembra ne negativa ne positiva, ma solo naturale), ma lo hanno potuto fare perchè le competenze un tempo rare e difficili da trovare e conservare erano diffuse e disponibili, e queste competenze diffuse e disponibili erano il risultato dell'accesso alla scuola ed alla università di migliaia di giovani figli appunto di impiegati, operai ed artigiani.
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Ora di negativo in questo c'è solo l'assenza di un welfare che aiuti i lavoratori nelle fasi di bassa attività ad esempio fornendo copertura economica a fronte di un piano di formazione o di innovazione e questa è una mancanza di cui è responsabile più la classe politica che non gli imprenditori.
E' poi vero che il grosso del precariato è lavoro di serie B? Onestamente non lo so con sicurezza.
So però che le microaziende italiane sono oltre 4 miloni e danno lavoro a più di 9 milioni di lavoratori. Quante di queste sono le nuove microaziende innovative e quante le vecchie? Non lo so, ma so che qui a Milano, da dati della Camera di Commercio riferiti al 2006, che ogni anno 35 mila giovani tra laureati di tutti i livelli e diplomati finiscono il loro ciclo di studi. Di questi 25 mila accedono al mondo del lavoro e di questi solo il 17% hanno contratti a tempi indeterminato, per cui più o meno ogni anno 20 mila giovani con formazione professionale significativa entrano nel mondo del lavoro a Milano e in Lombardia, con contratti a termine, come PIVA, soci di srl ecc. E' un mercato del lavoro di serie B non per i contenuti del lavoro, ma per la mancanza assoluta di regolazione di questo mercato. Rimando al bel saggio di Sergio Bologna per l'approfondimento di questi temi.
www.lumhi.net/TESTI%20collegati/bologna1.doc
Finisco tornando ai Call Center. Il vero problema del lavoro precario è la bassa qualità dei prodotti e servizi forniti dal sistema Italia. Credo che tutti più o meno abbiamo avuto la penosa ed irritante esperienza di parlare con un call center della telefonia.L'oligopolio della telefonia a cui tiene bordone l'autority preposta, può prendere in giro gli utenti con un servizio di assistenza indegno. Che bisogno hanno di avere professionalità nei call center? Nessuno! possono appaltare il servizio pagando 4 lire a pseudo imprenditori che buttano allo sbaraglio i giovani del Call Center.Se gli oligopollisti si beccassero delle multe milionarie ogni volta che le carenze mettono in difficoltà gli utenti, comincerebbero a mettere penali agli appaltatori e questi sarebbero obbligati a curare la professionalità degli addetti. E li assumerebbero per non perderne le competenze. I ragazzi acquisirebbero esperienza e conoscenza e su queste potrebbero progettare il loro futuro.
Il controllo della qualità dei servizi e dei prodotti è una forma di controllo sociale dell'economia, che funziona in un paese ad economia capitalista, e funziona abbastanza bene anche se non risolve tutti i problemi.
Con questo non voglio dire che, come mi sembra abbia inteso Fasce, che lo stato non debbe fare attività di controllo sulle imprese. Quello che non gli compete è il controllo sulla gestione interna delle imprese, come appunto la possibilità di fare outsourcing o di dare appalti.
Non vorrei dare l'impressione di una particolare simpatia per la borghesia imprenditoriale italiana, che considero una delle peggiori del mondo, ne di considerare il sistema liberale capitalistico come il sistema migliore ed insuperabile, mi sembra però che ci sia poca la consapevolezza di come questo sistema non sia più lo stesso di un secolo fa, e non per aspetti tecnologici o meramente produttivi, ma per il ruolo che i lavoratori giocano al suo interno, e che sono effetto delle loro lotte. Questo non vuol però dire che questo sistema capitalistico sia intrinsecamente migliore di quello ottocentesco, vuol dire semplicemente che le opportunità che si aprono ai lavoratori sono maggiori, che la loro partecipazione alla società e all'economia ampiano i loro spazi di democrazia, di azione e di progettualità.
Purtroppo questa è una percezione che manca totalmente alla classe politica italiana che continua a muoversi in uno spazio politico che non esiste più e che anche quando esisteva non era certo dei migliori.
Mario Saccone
So bene che la gran massa dei precari rimpiazza lavoro dipendente, a costo basso e tutele zero, e che le esperienze di microimprenditorialità ivi presenti sono numericamente marginali. Ma a non essere insignificanti sono le aspirazioni (e qui sono d’accordo con Mario Saccone): si tratta in gran parte di giovani qualificati, che hanno tentato o aspirano al “mettersi in proprio”, o quanto meno a rapporti di lavoro subordinato dignitosi e nei quali intelligenza e sapere abbiano un ruolo significativo.
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Ciò porta a forme di rapporti alienanti che travalicano i confini della fabbrica e della catena di montaggio, riguardo alle quali Marcuse aveva avviato la sua critica della società moderna, e che riguardano anche settori non piccoli della lower middle class.
Questo fenomeno può esser combattuto unicamente in due modi: A)-quello dirigista e massimalista di non riconoscere per legge forme di lavoro non rispondenti a determinati canoni, con le conseguenze che si possono immaginare. B)-quello empirico di rendere per le imprese meno appetibile sul piano retributivo e contributivo il lavoro precario, e di estendere al lavoro precario le tutele sociali. In altre parole: se l’impresa trova utile il ricorso a forme di lavoro precario in ragione della flessibilità, non può unire a questa utilità anche quella del minor costo retributivo e contributivo (e quest’ultimo dovrebbe essere destinato unicamente all’estensione delle tutele e della previdenza dei precari) rispetto alle forme di lavoro tradizionali. Altrimenti, l’inevitabile sbocco, confermato dall’esperienza attuale, è il precariato a tempo indeterminato.
Altra questione è il diffondersi delle micro e piccole imprese subordinate alle imprese maggiori, fenomeno anch’esso connesso alle esigenze di flessibilità e di trasformare in costi variabili aliquote crescenti di costi fissi. E, in più, connesso alla possibilità di non doversi far carico diretto di questioni, norme e prescrizioni di sicurezza, ambientali, etc. (basti vedere il dilagare delle piccole imprese di verniciatura conto-terzi). In questo campo possiamo trovare di tutto: dalle microimprese fornitrici di apporti materiali o immateriali di elevato contenuto tecnologico e di conoscenza, a volte ad elevata intensità specifica di capitale, a quelle che rimpiazzano servizi o produzioni di contenuto tecnologico povero ed a bassa intensità di capitale, che forniscono essenzialmente lavoro. In altre parole, si va da chi fornisce software, processi industriali, o componenti sofisticati, a chi fornisce servizi di pulizia.
Comune a queste imprese è lo sbilanciamento nei rapporti contrattuali, che non si manifesta solo nella questione delle condizioni di pagamento, ma nella forma stessa del rapporto, che prevede impegni vaghi da una parte e stringenti dall’altra, clausole di rescissione unilaterali, diritti di esclusiva, prezzi-capestro. E comune a queste imprese è il fatto di non avere adeguata tutela giuridica e sindacale: la prima è affidata ai principii generali del Codice Civile(salvo le deroghe contrattuali), del diritto commerciale e fallimentare ed alla prassi della giustizia civile italiana; la seconda, semplicemente non esiste.
Per questa via, non viene posta al di fuori dell’impresa maggiore solo una parte della produzione e/o dei servizi connessi, ma anche una parte del conflitto sociale, del rispetto delle norme di sicurezza ed ambientali, di quelle sui diritti del lavoro, senza che ciò trovi adeguato corrispettivo contrattuale ed economico. Questa è un’ulteriore forma di precarizzazione, se vogliamo indiretta, ma non per questo meno evidente: quante volte decine di dipendenti si sono trovate all’improvviso senza lavoro perché la piccola impresa da cui dipendevano ha visto di punto in bianco rescisso il proprio contratto, magari sostituito da uno analogo ed a prezzi inferiori con un’altra piccola impresa?
Se è vero, come riporta Saccone, che questa tipologia di imprese riguarda milioni di imprese e 9 milioni di lavoratori non sindacalizzati, credo che una sinistra moderna, e ripeto moderna (termine che non piace ad alcuni), debba porsi qualche domanda al riguardo. Oppure la loro utilità economica e sociale non deve interessarci?
Gim Cassano (17-03-2011)
A mio giudizio il lavoro a termine pone il lavoratore in uno stato di tal soggezione nei confronti del datore di lavoro da costringerlo a soggiacere alle pretese più insopportabili, oltre che negargli il futuro, non potendo rischiare ne una vita indipendente, ne investimenti necessari per dar corso alla vita familiare. D’altra parte le imprese hanno bisogno di ricorrere a tali forme contrattuali o per accertare la capacità di apprendimento nel caso di lavori complessi, visti i tempi talvolta irrisori dei periodi di prova previsti dai contratti di lavoro a tempo indeterminato, o in occasione di commesse eccezionali e di non probabile reiterazione. Io penso che basterebbe stabilire per legge che tutti i tipi di contratti a termine, salvo quelli specificamente stagionali, debbano versare un terzo in più dei contributi sociali rispetto a quelli a tempo indeterminato per far si che le imprese vi ricorrano in caso di vera necessità. Invece accade il contrario: è stato il legislatore, con l’ausilio dei cosiddetti giuslavoristi per i quali nutro sinceri sentimenti di disistima, a costruire un quadro legislativo che induce le imprese e persino gli enti pubblici, questa è la più grande vergogna, a optare per il precariato e questo per maggior responsabilità, purtroppo, di governi cosiddetti di centro-sinistra. Per questo e per altre ragioni (proposta della privatizzazione dell’acqua, privatizzazione di servizi pubblici essenziali gestibili solo in regime di monopolio e molte altre) reputo sconsolatamente che dal punto di vista delle politiche economiche e sociali non è detto che un governo di centro- sinistra convenga di più ai lavoratori di un governo di centro-destra alla Tremonti.
A proposito di Tremonti, egli ha dato luogo recentemente al più significativo aggiramento a sinistra del PD, fra i molti che ha posto in atto nel corso della sua lunga attività di Ministro dell’economia. Allego un articolo da cui si desume con chiarezza. Non è affatto un caso, ne una stranezza, se molti lavoratori dipendenti hanno alla fine deciso di votare per il PDL. Cari saluti. Giovanni Baccalini
Tanto nel leggere interessanti articoli e commenti, quanto gratuite "esternazioni", ci si rende conto dell'esigenza di cercare di approfondire (sempre) al meglio gli argomenti che si intendono affrontare.
Soprattutto quando la discussione attiene ai diritti dei lavoratori, qualsiasi tipo di considerazione meriterebbe di essere ben ponderata e sostenuta da dati oggettivi "di merito"!
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Per esempio, è un dato incontrovertibile che ritenere la "precarietà" una conseguenza dell'azione dei governi di centro-sinistra, è una colossale sciocchezza.
La storia e la conoscenza di quanto realizzato - nel corso degli anni - in termini di legislazione del lavoro, dimostrano che l'unico atto addebitabile ad un governo di centro-sinistra è rappresentato dall'istituzione del c.d. "lavoro interinale" (legge 196/97). Senza, peraltro, dimenticare che quelle norme - contenute nel cosiddetto "Pacchetto Treu"- prevedevano limiti e vincoli ben precisi (nei confronti delle aziende) che sono venuti meno nella versione del "Lavoro in somministrazione" del 2003 (governo Berlusconi).
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Tutti dovremmo, piuttosto, ricordare che la "flessibilità" - che, peraltro, non è una bestemmia - è diventata sinonimo di "precarietà" solo a partire dal 2003, con l'approvazione della legge-delega 30/03 e la sua successiva trasposizione nel decreto legislativo 276/03.
Infatti, è attraverso il vero e proprio "supermarket" delle tipologie contrattuali, previste dal 276/03, che ai datori di lavoro - che non sono sempre "persone per bene" - è stata offerta la possibilità del massimo della flessibilità "in entrata" e, conseguentemente, "in uscita".
Ricordando anche che il primo provvedimento approvato dal governo Berlusconi del 2001 (e sostenuto da Cisl e Uil) fu il decreto legislativo 368/2001 che, come noto, riformò - in peggio, per i lavoratori - le norme relative al tempo determinato.
Sempre nel 2001, alla riforma del T.D. seguirono il famigerato "Libro bianco", il "Patto per l'Italia", il tentativo di abrogazione dell'art. 18 dello Statuto (con Cisl e Uil consenzienti) e la legge 30/03 (strumentalmente nota come "Legge Biagi").
N.B. Il centro-sinistra era all'opposizione!
Inoltre, rispetto ai contratti a termine, è illusorio immaginare di combatterne - come auspica anche il Pd - l'immotivato e reiterato ricorso attraverso un aumento dei contributi.
E' chiaro che tale provvedimento non risolverebbe il problema dello stato di soggezione nel quale opera il lavoratore a tempo determinato; si tratterebbe, in sostanza, di perpetrare l'attuale situazione. L'unica differenza sarebbe rappresentata dal maggior costo del contratto.
Altra cosa sarebbe quella di impedire lo status quo, attraverso il ripristino (ante 368/2001) delle "causali" e, con esse, il regolare superamento di tante immotivate "reiterazioni".
Certo, se tutti i lavoratori - non solo quelli adeguatamente e correttamente informati dalla Cgil - sapessero che il primo atto del ministro del lavoro Sacconi (governo Berlusconi IV) fu quello di abrogare la legge 188/2007 - che tentava di porre un freno all'infame pratica, di tanti datori di lavoro, di far firmare, all'atto dell'assunzione, una lettera di dimissioni "in bianco" - sarebbe più difficile per tanti lavoratori, dipendenti e non, continuare a ritenere utile il voto a favore di Berlusconi e &.
Per loro sarebbe altrettanto difficile continuare a farlo se sapessero che un altro dei primi provvedimenti di Sacconi (legge 133/2008) fu quello di abrogare i commi 1173 e 1174 dell'art. 1 della legge 296/2006 (Finanziaria 2007, varata dal governo Prodi) che, sostanzialmente, prevedevano "indici di congruità" - tra l'entità dei lavori svolti ed il numero dei lavoratori utilizzati - in tutti quei settori in cui risultavano maggiormente elevati i livelli di violazione delle norme in materia di incentivi e agevolazioni contributive e in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.
Così come sarebbe (altrettanto) difficile votare Pdl se conoscessero - perchè comunicato loro dai politici di riferimento o, almeno,da Cisl e Uil - i termini reali di quanto previsto dal c.d. "Collegato lavoro" o dall'imminente "Statuto dei lavori", che metterà una pietra tombale sulla legge 300/70!
Non mi addentro in valutazioni politiche rispetto alla figura di Tremonti.
Mi limito ad osservare che, dal punto di vista deontologico, non riesco a considerare positiva l'opera di un ministro delle finanze che - bravo a prendere in giro i gonzi quando si produce alla lavagna - fa abuso di condoni e di scudi fiscali "anonimi" (che ancora gridano vendetta e producono lo scherno dei partner europei).
Cordialità, Renato Fioretti
Io sono, invece, convinto che proprio il cosiddetto pacchetto Treu, con la “programmata” o comunque inevitabile mancanza di controlli, sia all’origine del disastro. Che poi la destra ci abbia marciato è del tutto comprensibile ed immaginabile. Smettiamola di arrampicarci sugli specchi per dare ad altri responsabilità che sono, soprattutto, del centro-sinistra che, invece di tutelare gli interessi dei lavoratori, ha promosso quelli delle loro controparti, arrivando a mettere a capo delle sue liste rappresentanti confindustriali, che oggi siedono nei gruppi del PDL. Saluti. Giovanni Baccalini
Nel 1990 le microaziende erano molte di più ed occupavano 11 milioni di lavoratori eppure non si parlava di flessibilità nè di "art. 18" ; molti di questi lavoratori votavano a sinistra, il futuro non sembrava nero anche se i milioni di ore di cassa integrazione pesavano.
Poi è arrivato il "just in time", l'esternalizzazione dei lavori (e della "forza lavoro"), l'internalizzazione della finanza e l'impotenza (nei suoi confronti) degli stati nazionali, la delocalizzazione delle fabbriche e la crescita dei "giganti addormentati" (Cina ed India).
Quasi il diluvio e l'occidente usa pannicelli caldi!
Sergio Tremolada
Ma si pensa davvero di competere con Cina ed India con le microimprese e senza ricerca e sviluppo? Davvero non è possibile fare altro per uno sviluppo equilibrato e di qualità? Vi ricordate le discussioni (anni 80 e 90) sui Circoli di qualità, sull'innovazione di prodotto e di processo, la sostituzione delle catene di montaggio con le isole plurifunzionali? Oggi nessuno studia più l'organizzazione del lavoro ma tanti come risparmiare su paghe e stipendi.
Vi è stato in questi anni un gigantesco spostamento di reddito dal lavoro (dipendente ed in parte autonomo) verso le imprese ed in particolare la Finanza si parla di 7 - 10 punti di PIL: una somma che non riusciamo bene ad immaginare eppure sembra non bastare.
La Confindustria (leggere il libro "Il partito dei padroni") non trova di meglio che chiedere una detassazione del lavoro straordinario, della retribuzione di produttività (quando c'è) ma non si parla di recuperare l'enorme quota di evasione ed elusione fiscale.
E l'Europa? Sta a guardare?
Scusate lo sfogo.
Sergio Tremolada (Nuova Società)
quoto!.
facendo notare che ormai le professioni intellettuale, che nella passata generazione assicuravano un buon lavoro, oggi come stipendio e previdenza assicurano meno di molte professioni manuali.
bisognerebbe chiedersi se quel poco di competitività dell' Italia attuale non sia dovuta al fatto di pagare ingegnere o ricercatori univ meno di (molti) operai, cioè l'odierna imprenditoria e "sistema italia" si regga ormai soltanto sull' esproprio di valore dal lavoro intellettuale.
Ho iniziato a rispondere alla lettera di Sergio Tremolada per dire che si, la risposta alla Cina ed all'India è anche e non marginalmente nelle microaziende ma mi sono reso conto che ci sono molte ragioni che affondano in tempi non così vicini per cui mi scuserete se la prendo alla lontana prima di entrare nel vivo dell'argomento di Tremolada.
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A me sembra che i cambiamenti molto grandi che sta subendo il sistema economico abbiano origini lontane che fanno sentire oggi i loro effetti anche a livello geopolitico. Credo che la forza più importante che agisce dietro globalizzazione, finanziarizzazione ecc. sia quella originata dall'inglobamento del lavoro “intellettuale” direttamente nel sistema di produzione. Ovviamente c'era sempre stato, sia come lavoro di progettazione, che come creazione di beni intellettuali, ma era quantitativamente marginale e gestito da figure intermedie.
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Questa figura del lavoratore “intellettuale” in Italia si è presentata in modo massiccio nel secondo dopoguerra anche se in altri paesi era già presente da prima. In Italia è arrivato in ritardo e le caratteristiche del 68 italiano sono anche dovute a questo particolare saldarsi tra una fase di forte sviluppo del lavoro operaio con l'abbandono definitivo delle campagne e le nuove generazioni di tecnici usciti dagli Istituti Tecnici e dalle Università. Almeno a Milano questa è stata una componente determinante del movimento.
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Il sindacato ha continuato a non vedere questa categoria, confondendola con le vecchie categorie impiegatizie, inserendola in contratti che non avevano nessuna rilevanza per i loro specifici obiettivi. Dei tecnici il cui problema principale era la propria evoluzione professionale si trovavano a dover lottare per obiettivi come i passaggi automatici di categoria. Non a caso il disagio dei tecnici si espresse nella marcia dei 40 mila, che se pure organizzata dalla direzione FIAT ebbe un successo che probabilmente non si aspettava neppure Romiti. Neppure di fronte ad un messaggio così forte, la sindacato è stato capace di una autocritica e la prassi sindacale è continuata ciecamente, portando infine gli operai al vicolo cieco dell'ultimo referendum FIAT.
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Il paradosso è che questo cambiamento che la sinistra ed il sindacato non hanno visto, non è stato uno sviluppo autonomo del capitalismo. Ma uno stadio del suo sviluppo determinato dalle conquiste dei lavoratori, che hanno trasformato mercati di merci e di consumi elitari in merci e consumi accessibili a tutti. Perchè una volta che queste merci e “consumi” culturali sono stati acquisiti anche dai lavoratori sono diventati prodotti normali inseriti integralmente nella produzione e nel mercato capitalista a cui lavorano produttori che sono identici ai tradizionali operai fatta eccezione per il costo di riproduzione della loro forza lavoro. Costo che è molto maggiore per la formazione al lavoro più lunga e per la necessità continua di aggiornamento. Lo sviluppo di questa nuova o “modificata” tipologia di forza lavoro ha effetti sociali non banali: il maggior costo appunto, ma anche il fatto che in un a società democratica e aperta, questo cambiamento tende ad essere pervasivo. E' difficile in una stessa famiglia avere un figlio operaio ed uno lavoratore intellettuale, è difficile anche nella stesso quartiere ed infine nella stessa società. Non è un caso che paesi meno disastrati dell'Italia abbiano portato la maggior parte della forza lavoro nazionale ad uscire dalle aree di lavoro operaio di massa sostituendoli con lavoratori originari di paesi più arretrati in cui il costo di “produzione” è molto basso. E' un problema di costi: formare un lavoratore “intellettuale” costa molto di più e le lotte dei lavoratori nei paesi occidentali sono state rivolte per anni a conquistare quel di più che del tutto naturalmente è stato investito nella formazione dei figli per dar loro un migliore avvenire (queste considerazioni di normale umanità non si trovano nei libri di storia, li ritrovi nella storia orale, ma sono fondamentali per capire i movimenti sociali). Poichè gran parte dei costi di formazione li assorbono le famiglie è naturale che siano gestiti in modo uguale per tutti i figli. In sintesi in un paese occidentale avanzato, un giovane che fa il lavoro da operaio è un deficit sociale perchè comunque è costato come quello che ha studiato. Solo in Italia c'è questa indifferenza politica alla formazione ed alla educazione, che al solito è nascosta dalla retorica e dalle concezioni idealistiche delle nostre classi dirigenti. E solo in Italia si ha una concorrenza tra lavoratori stranieri e nazionali che spiega anche in parte il fenomeno della Lega.
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Allora se posso rispondere alla domanda se si pensa di contrastare l'India e la Cina con le microaziende la risposta è si, anzi le microaziende sono fondamentali. Microsoft, Google, Oracle sono nate come microaziende e non sono il risultato di ricerche dei grandi centri di ricerca dell'IBM, o della GE, sono il risultato della passione e dell'entusiasmo di giovani studenti e della loro freschezza intellettuale e disposizione a sperimentare ed imparare.
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Oggi per tutto il settore dell'informatica il costo di ingresso è minimo: un calcolatore portatile a testa, un server, una stampante e una linea ADSL, cioè 500 euro a testa più 1000 euro per un server è 100/200 euro al mese per una linea adsl con cui puoi fare anche telefonia. In Italia però ci devi aggiungere mille o duemila euro per un notaio, costo che non serve assolutamente a niente e non ha nessuna giustificazione, 1000 euro per un estintore e il corso di utilizzo, l'iscrizione alla camera di commercio, l'anticipo dell'IVA e dell'IRPEF, il costo del commercialista ecc.ecc. ecc. Per cui quello che un ragazzo americano fa in un pomeriggio e con i soldi della sua paghetta familiare, un ragazzo italiano spesso non se lo può permettere e se ha la testardaggine e la voglia di farlo comincia a maledire il paese in cui vive per i soldi ed il tempo che deve buttar via inutilmente.
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Ci sono molti altri settori, come la comunicazione, il marketing che hanno costi bassi di ingresso. Per far queste attività e molte altre, quello che conta è il lavoro intellettuale con pochi investimenti strutturali. Molti settori ad alto contenuto di lavoro intellettuale hanno però costi strutturali più alti per questi esiste, al solito non in Italia, uno specifico supporto che è il Venture Capital. E' questo processo veloce che nei paesi avanzati è aperto a tutti e che connota la realtà attuale. Tutto questo ha sviluppato un processo incredibilmente veloce in cui il lavoro intellettuale si diffonde e si espande ininterrottamente e provoca contraddizioni e problemi, ma apre possibilità enormi.
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Lo sviluppo dell'India e della Cina sembra non basarsi sulle microimprese, ma in realtà indiani e cinesi hano studiato e lavorato ( e continuano a farlo) in imprese americane ed hanno contribuito a fondare microimprese in america Basta andare a vedere i nomi delle persone che sono dietro le startup americane e si vedono una infinità di nomi stranieri. Quelli che hanno opportunità in patria spesso tornano, quelli, come gli italiani, invece restano. Tornati in India o in Cina, ad esempio nei periodi di crisi come l'ultimo, possono metter su aziende medie o grandi con i soldi e l'esperienza americana. Probabilmente le complicazioni amministrative sono come quelle italiane, ma i costi più bassi e soprattutto i costi dei tecnici locali sono bassissimi rispetto alle medie americane ed europee.
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“ most high tech ventures are started and controlled by foreign-educated Chinese who have spent several years in the West, have the contacts, and have received funding commitments before returning to China.” da The Development of Modern Entrepreneurship in China Debbie Liao and Philip Sohmen in STANFORD JOURNAL OF EAST ASIAN AFFAIRS | SPRING 2001 | VOLUME 1
Le grandi aziende sono certo importanti, ma grandi diventano. Il problema italiano è che le piccole aziende non diventano grandi, perchè la grandi sono monopoliste e bloccano lo sviluppo delle piccole, ma prima ancora lo blocca la classe politica italiana, che sembra non aver ancora capito che invece di far leggi totalitarie che vanno applicate anche quando non hanno senso, che non possono funzionare e bloccano lo sviluppo (vedi estintore in microaziende informatiche che sono meno pericolose di una normale cucina familiare), basterebbe usare i codici, ma facendo funzionare la giustizia. Non mi risulta che l'ultima legge sulla sicurezza abbia ridotto gli incidenti sul lavoro, se si sono ridotti è perchè si è ridotto il lavoro. Per ridurre gli incidenti non ci vogliono nuove leggi, ma controlli non formali ma sostanziali (andare di sorpresa nei cantieri e dare multe milionarie dove ci sono operai in condizioni oggettive di pericolo) e mandare in galera in pochi mesi i responsabili, non lasciarli fuori per anni e poi arrivare alla prescrizione. Per questo che oggi il problema dello sviluppo in Italia è un problema politico. Con questa classe dirigente il nostro destino è quello della Grecia e sta marciando al ritmo dell'orologio del debito che molto opportunamente Luigi Fasce ci ha ricordato all'inizio di questa serie di discussioni.
Semplificando, è da un po' di tempo che sono del parere che tutti "i mali del mondo", negli ultimi 20-30 anni, abbiano un'unica causa: la GLOBALIZZAZIONE.
Intesa, in senso strettamente economico, come libertà di movimento dei capitali. Finchè le aziende sono potenti degli Stati e li possono ricattare, nessun "socialismo", in qualsiasi modo si intende la parola, è materialmente attuabile. I lavoratori, i diritti e il welfare combattono una battaglia persa (che comunque vale la pena combattere).
Il contrario della libertà di movimento dei capitali è il PROTEZIONISMO (nazionale, europeo...), tertium non datur.
Un saluto. Paolo
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