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lunedì 30 marzo 2026
Franco Astengo: Poste-Tim
POSTE - TIM: IL RISCHIO DI UNA OPERAZIONE SOLTANTO COMMERCIALE di Franco Astengo
Trent'anni dopo la sciagurata privatizzazione (ricordate i "Capitani Coraggiosi" così appellati da Massimo D'Alema?) lo Stato torna azionista di Tim.
Si tratterà di una operazione di "sovranità digitale" fondamentale per l'innovazione tecnologica del Paese favorendo lo sviluppo delle comunicazioni e della piattaforma italiana dell'AI oppure semplicemente della messa in comune di grandi clientele e quindi di una semplice operazione commerciale?
Come scrive il "Corriere della Sera Economia": la sovranità digitale non si decreta soltanto con le partecipazioni azionarie e le integrazioni di business.
Su tutta l'operazione grava infatti la spada di Damocle delle infrastrutture.
Attualmente l 'Italia infatti ha due reti in fibra ottica in costruzione:
1) Open Fibra: controllata al 60% da Cassa Depositi e Prestiti e al 40% Macquarie Asset Management (Fiber Network Holdings) gruppo finanziario con sede a Sidney in Australia. Open Fibra sta costruendo la rete FTTH;
2) FiberCop: al 37,8% in capo al fondi di investimenti globale KKR con sede a New York, il 17,5% al fondo pensioni canadese CPP, al 17,5 al fondo sovrano di Abu Dhabi, il 16% al MEF e l'11,2% al fondo infrastrutturale italiano F2i.
Da anni si discute di come realizzare una rete unica per colmare il ritardo accumulato: la copertura in fibra dell'Italia resta al di sotto della media europea e le scelte strategiche, come abbiamo visto, restano ad un livello di decisionalità molto articolata (per descriverla attraverso un eufemismo).
Così si dimostra ancora una volta tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologica
Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza proprio sul terreno delle strategie di fondo, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell'intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l'Europa).
L'opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente , tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’apparire.
Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi di fondo. Serve affermare la forza del movimento dei lavoratori (che pure nel settore ha subito colpi durissimi) da proiettare in avanti.
Non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale accompagnati da una politica estera assolutamente sbagliata.
Politica estera e strategia industriale rappresentano i veri punti d'attacco sui quale la destra italiana si è dimostrata del tutto inefficace e che possono costituire gli elementi fondanti di una concreta alternativa se si risulterà in grado di definire una adeguata progettualità.
Restando dentro alle condizioni date il ritorno dello Stato nel settore rischia di costruire (per dirla con una frase fatta) un "gigante dai piedi d'argilla" con esiti imprevedibili nel contesto della situazione internazionale.
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