Il Circolo Carlo Rosselli è una realtà associativa presente a Milano sin dal 1981. http://www.circolorossellimilano.org/
lunedì 30 marzo 2026
Franco Astengo: Poste-Tim
POSTE - TIM: IL RISCHIO DI UNA OPERAZIONE SOLTANTO COMMERCIALE di Franco Astengo
Trent'anni dopo la sciagurata privatizzazione (ricordate i "Capitani Coraggiosi" così appellati da Massimo D'Alema?) lo Stato torna azionista di Tim.
Si tratterà di una operazione di "sovranità digitale" fondamentale per l'innovazione tecnologica del Paese favorendo lo sviluppo delle comunicazioni e della piattaforma italiana dell'AI oppure semplicemente della messa in comune di grandi clientele e quindi di una semplice operazione commerciale?
Come scrive il "Corriere della Sera Economia": la sovranità digitale non si decreta soltanto con le partecipazioni azionarie e le integrazioni di business.
Su tutta l'operazione grava infatti la spada di Damocle delle infrastrutture.
Attualmente l 'Italia infatti ha due reti in fibra ottica in costruzione:
1) Open Fibra: controllata al 60% da Cassa Depositi e Prestiti e al 40% Macquarie Asset Management (Fiber Network Holdings) gruppo finanziario con sede a Sidney in Australia. Open Fibra sta costruendo la rete FTTH;
2) FiberCop: al 37,8% in capo al fondi di investimenti globale KKR con sede a New York, il 17,5% al fondo pensioni canadese CPP, al 17,5 al fondo sovrano di Abu Dhabi, il 16% al MEF e l'11,2% al fondo infrastrutturale italiano F2i.
Da anni si discute di come realizzare una rete unica per colmare il ritardo accumulato: la copertura in fibra dell'Italia resta al di sotto della media europea e le scelte strategiche, come abbiamo visto, restano ad un livello di decisionalità molto articolata (per descriverla attraverso un eufemismo).
Così si dimostra ancora una volta tutta la fragilità del contorto processo di privatizzazioni avvenuto in Italia nel settore decisivo delle infrastrutture tecnologica
Da allora si è creata una situazione di evidente scalabilità e debolezza proprio sul terreno delle strategie di fondo, a dimostrazione di una ormai storica incapacità di programmazione dell'intervento pubblico in economia e di assenza di politica industriale (che coinvolge anche l'Europa).
L'opposizione e il sindacato non possono rimanere ingabbiati in questa dimensione strategicamente inesistente , tutta rivolta all’autoconservazione del politico, schiacciata dall’emergenza dell’apparire.
Serve un colpo d’ala nella progettualità e nell’intervento del pubblico sui nodi di fondo. Serve affermare la forza del movimento dei lavoratori (che pure nel settore ha subito colpi durissimi) da proiettare in avanti.
Non basta evocare un indefinito “green” e un imperscrutabile “digitale” in un Paese al centro della contesa europea e che accusa da tempo limiti enormi dal punto di vista della strategia industriale accompagnati da una politica estera assolutamente sbagliata.
Politica estera e strategia industriale rappresentano i veri punti d'attacco sui quale la destra italiana si è dimostrata del tutto inefficace e che possono costituire gli elementi fondanti di una concreta alternativa se si risulterà in grado di definire una adeguata progettualità.
Restando dentro alle condizioni date il ritorno dello Stato nel settore rischia di costruire (per dirla con una frase fatta) un "gigante dai piedi d'argilla" con esiti imprevedibili nel contesto della situazione internazionale.
sabato 28 marzo 2026
venerdì 27 marzo 2026
martedì 24 marzo 2026
Franco Astengo: Una prima analisi sui numeri del referendum
UNA PRIMA ANALISI SUI NUMERI DEL REFERENDUM DEL 22/23 MARZO di Franco Astengo
In tempi che rimangono comunque di forte disaffezione il tema costituzionale rimane comunque il "magnete" più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista del nostro Paese. Accadde nel 2006, si ripeté nel 2016 e ancora 10 anni dopo, oggi: un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. Questo è il primo segnale da cogliere rispetto a questo risultato ;Il tema della partecipazione al voto rimane comunque all'ordine del giorno. Sicuramente la quota di presenza ai seggi nell'occasione referendaria è risultata più alta del prevedibile e di quanto pronosticato dai sondaggi. Però alla fine tra territorio nazionale ed estero (c'è da modificare qualcosa nel voto all'estero rivedendo i criteri di ammissione al voto) la vittoria del NO si colloca di poco al di sopra del 30% degli aventi diritto e questo rimane un preoccupante segnale di fragilità del sistema.
Si è molto discussa la questione della spaccatura territoriale rispetto alla partecipazione al voto tra Centro - Nord e Sud.
Da notare sotto questo punto di vista il riproporsi del tema centro/periferia, con il voto delle città favorevole al NO e quello dei centri periferici favorevoli al Sì anche nelle regioni del Nord dove il Sì ha prevalso complessivamente (un punto che potrebbe anche far pensare di un voto per il Sì "meno moderno" ma si tratta di un elemento che dovrebbe essere discusso più a fondo).
In questo caso offriamo un quadro riferito alle percentuali ottenute dai due schieramenti rispetto al totale degli aventi diritto dividendo Sì e No ed elencandoli in ordine decrescente.
SI' (totale nazionale 13.251.887 pari al 27,06% del totale degli aventi diritto)
VENETO iscritti 3.750.551 voti Sì 1.382.701 pari al 36,86%
LOMBARDIA iscritti 7.573.433 voti Sì 2.572.803 pari al 33,97%
FRIULI VENEZIA GIULIA iscritti 931.761 voti Sì 310.743 pari al 33,35%
MARCHE iscritti 1.157.824 voti Sì 339.091 pari al 32,74%
UMBRIA iscritti 658.041 voti Sì 205.479 pari al 31,22%
ABRUZZO iscritti 1.015.499 voti Sì 293.887 pari al 28,94%
PIEMONTE iscritti 3.303.313 voti Sì 955.168 pari al 28,91%
EMILIA ROMAGNA iscritti 3.365.900 voti Sì 954.053 pari al 28,34%
VALLE D'AOSTA iscritti 97.949 voti Sì 27.395 pari al 27,96%
LAZIO iscritti 4.350.049 voti Sì 1.212.443 pari al 27,87%
TOSCANA iscritti 2.797.696 voti Sì 771.094 pari al 27,77%
LIGURIA iscritti 1.180.907 voti Sì 313.935 pari al 26,58%
TRENTINO ALTO ADIGE iscritti 819.907 voti Sì 210.916 pari al 25,72%
MOLISE iscritti 237.348 voti Sì 57.566 pari al 24,25%
SARDEGNA iscritti 1.220.821 voti Sì 281.766 pari al 23,08%
PUGLIA iscritti 3.171.631 voti Sì 702.639 pari al 22,15%
BASILICATA iscritti 432.862 voti Sì 91.205 pari al 21,07%
CALABRIA iscritti 1.467.969 voti Sì 301.133 pari al 20,51%
SICILIA iscritti 3.860.565 voti Sì 689.506 pari al 17,86%
CAMPANIA iscritti 4.450.547 voti Sì 774.772 pari al 17,40%
Regioni dove il Sì ha superato la media nazionale: Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia (le 31 regioni dove il Sì ha prevalso) con Marche. Umbria, Abruzzo, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Valle D'Aosta, Toscana regioni dove ha prevalso il No con alta partecipazione. Risulta evidente da questa analisi un forte disaffezione da parte di potenziali sostenitori del "Sì" (votanti di partiti di governo) in regioni.-chiave come la Sicilia e la Campania.
NO (totale nazionale 14.461.573 pari al 31,47% sul totale degli aventi diritto)
TOSCANA iscritti 2.797.496 voti No 1.071.763 pari al 38,31%
EMILIA ROMAGNA iscritti 3.365.900 voti No 1.277.512 pari al 37,95%
LIGURIA iscritti 1.180.907 voti No 416.683 pari al 35,28%
MARCHE iscritti 1.157.824 voti No 393.928 pari al 34,02%
LAZIO iscritti 4.350.049 voti No 1.457.352 pari al 33,50%
UMBRIA iscritti 658.041 voti No 219.751 pari al 33,39%
PIEMONTE iscritti 3.303.313 voti No 1.099.038 pari al 33,27%
CAMPANIA iscritti 4.450.547 voti No 1.453.050 pari al 32,64%
BASILICATA iscritti 432.862 voti No 136.997 pari al 31,64%
SARDEGNA iscritti 1.320.821 voti No 412.866 pari al 31,25%
ABRUZZO iscritti 1.015.499 Voti No 315.401 pari al 31,05%
VALLE D'AOSTA iscritti 97.949 voti No 29.456 pari al 30,07%
PUGLIA iscritti 3.171.611 Voti No 936.589 pari al 29,53%
LOMBARDIA iscritti 7.573.433 Voti No 2.230.349 pari al 29,43%
MOLISE iscritti 237.348 voti No 57.566 pari al 29,28%
SICILIA iscritti 3.860.565 voti No 1.077.512 pari al 27,91%
FRIULI VENEZIA GIULIA iscrutti 931.761 voti No 259.721 pari al 27,87%
CALABRIA Iscritti 1.467.969 voti No 403.513 pari al 27,48%
TRENTINO ALTO ADIGE iscritti 819.907 voti No 215.945 pari al 26,28%
VENETO iscritti 3.750.551 voti No 984.383 pari al 26,24%
Il No rimane al di sotto della media nazionale nel Molise , Sicilia, Friuli - Venezia Giulia, Calabria, Trentino Alto AdigemSardegna, Abruzzo, Valle d'Aosta,Puglia, Lombardia, Veneto fanalino di coda. L'analisi approfondita del voto per il "NO" rapportato al totale degli iscritti conferma comunque una importante spalmatura su tutto il territorio nazionale: un elemento da considerare quindi con grande attenzione dal punto di vista della capacità di aggregazione sul momento e sulla ulteriore necessità di "solidificazione".
UNA COMPARAZIONE FORSE IMPROPRIA (ma che può aiutare a capire)
Una delle tesi sostenute compilando questo lavoro è quella dell'importanza del voto al riguardo del referendum sul lavoro indetto dalla CGIL e svolto nel giugno 2025.
Non si raggiunse il quorum ma il voto favorevole ai quesiti superò i 12 milioni di voti: non lontano quindi da quei 14 milioni di voti che hanno consentito di sconfiggere l'ennesimo attacco alla Costituzione.
Un risultato accantonato frettolosamente come una sconfitta da dimenticare invece punto di raccolta di una aggregazione che ha funzionato da piattaforma per il risultato odierno.
Come si vedrà le percentuali sul totale degli aventi diritto non risultano poi così tragicamente minoritarie.
Abbiamo così provato a comparare il voto del "NO" nel referendum costituzionale con il voto favorevole ai quesiti CGIL, regione per regione (percentuali sempre rigorosamente sul totale degli aventi diritto).
Preso in esame come base il quesito numero 1.
Italia. Elettori 45.997.941 voti favorevoli 12.249. 614 pari al 26,63% (-4,84% rispetto al 2026)
VOTO 2026 VOTO 2025
TOSCANA iscritti 2.797.496 voti No 1.071.763 pari al 38,31% 2025: iscritti 2.803.442 voti favorevoli 960.994 pari al 34,27% (-4,04)
EMILIA ROMAGNA iscritti 3.365.900 voti No 1.277.512 pari al 37,95% 2025: iscritti 3.370.704 favorevoli 1.108.127 pari al 32,87% (-5,08%)
LIGURIA iscritti 1.180.907 voti No 416.683 pari al 35,28% 2025: iscritti 1.183.114 voti favrevoli 364.952 pari al 30,90% (-4,38%)
MARCHE iscritti 1.157.824 voti No 393.928 pari al 34,02% 2025 iscritti 1.158.517 voti favorevoli 325.928 pari al 28,13% (- 5,89%)
LAZIO iscritti 4.350.049 voti No 1.457.352 pari al 33,50% 2025 iscritti 4.356.034 voti favorevoli 1.242.699 pari al 28,52% ( -4,98%)
UMBRIA iscritti 658.041 voti No 219.751 pari al 33,39% 2025 iscritti 659.165 voti favorevoli 180.861 pari al 27,43% (-5,96%)
PIEMONTE iscritti 3.303.313 voti No 1.099.038 pari al 33,27% 2025 iscritti 3.317,443 voti favorevoli 989.988 pari al 29,84% (-3,43%)
CAMPANIA iscritti 4.450.547 voti No 1.453.050 pari al 32,64% 2025 iscritti 4.454.667 voti favorevoli 1.225.412 pari al 27,50% (-5,14)
BASILICATA iscritti 432.862 voti No 136.997 pari al 31,64% 2025 iscritti 433.874 voti favorevoli 119.386 pari al 27,51% (- 4,13%)
SARDEGNA iscritti 1.320.821 voti No 412.866 pari al 31,25% 2025 iscritti 1.322.744 voti favorevoli 334.027 pari al 25,25% (-6,00%)
ABRUZZO iscritti 1.015.499 Voti No 315.401 pari al 31,05% 2025 iscritti 1.015.799 voti favorevoli 264.748 pari al 26,06% (-4,99)
VALLE D'AOSTA iscritti 97.949 voti No 29.456 pari al 30,07% 2025 iscritti 97.805 voti favorevoli 23.185 pari al 23,70 (- 6,37%)
PUGLIA iscritti 3.171.611 Voti No 936.589 pari al 29,53% 2025 iscritti 3.171.757 voti favorevoli 811.722 pari al 25,59% ( -3,94%)
LOMBARDIA iscritti 7.573.433 Voti No 2.230.349 pari al 29,43% iscritti 7.577.346 voti favorevoli 1.945.474 pari al 25,67% (- 3,76%)
MOLISE iscritti 237.348 voti No 57.566 pari al 29,28% 2025 iscritti 238.268 voti favorevoli 58.751 pari al 24,65% (-4,63%)
SICILIA iscritti 3.860.565 voti No 1.071.763 pari al 27,91% 2025 iscritti 3.865.466 voti favorevoli 803.908 pari al 20,79% (- 7,12%)
FRIULI VENEZIA GIULIA iscrutti 931.761 voti No 259.721 pari al 27,87% 2025 iscritti 932.597 voti favorevoli 212.611 pari al 22,79% (- 5,08%)
CALABRIA Iscritti 1.467.969 voti No 403.513 pari al 27,48% 2025 iscritti 1.469.405 voti favorevoli 316.465 pari al 21,53% (-5,95%)
TRENTINO ALTO ADIGE iscritti 819.907 voti No 215.945 pari al 26,28% 2025 iscritti 819.159 voti favorevoli 151.040 pari al 18,43% (-7,85%)
VENETO iscritti 3.750.551 voti No 984.383 pari al 26,24% 2025 iscritti 3.750.825 voti favorevoli 809.436 pari al 21,58% ( - 4,66%)
Le distanze percentuali minori tra il "NO" 2026 e il voto favorevole ai quesiti CGIL 2025 si sono verificati in Piemonte e Lombardia rispettivamente con un meno 3,43% e un meno 3,76%: dimostrazione dell'esistenza di un problema operaio al Nord al di fuori da una più complessa "questione settentrionale".
Appare evidente che in Piemonte e in Lombardia siano emersi settori (presumibilmente impegnati nell'industria) che hanno votato per i quesiti proposti dalla CGIL confermando soltanto parzialmente l'indicazione del sindacato nel referendum confermativo. Da notare ancora che il voto 2025 nelle due regioni ha avvicinato molto quello di Toscana ed Emilia tradizionali capofila delle cosiddette "regioni rosse" dove può essere permesso affermare che il voto segue in grandi dimensioni l'indicazione politica generale.
In conclusione emergono alcune questioni di grande rilievo che dovrebbero impegnare da subito il fronte uscito vittorioso da questa contesa:
1) il considerare questo risultato del "NO" nel referendum confermativo (considerata appieno la valenza politica) come punto d'appoggio fondamentale per la costruzione di una alleanza stabile e strutturata capace di proporre un'alternativa;
2) L'esistenza di un divario rilevante tra Centro Nord e Sud, accompagnato dell'acuirsi della diversità tra i centri urbani e le piccole città, gli entroterra, le periferie anche quale esito della crescita complessiva delle disuguaglianze;
3) La necessità di approntare una risposta alle problemtiche giovanili. Il voto della generazione Z può essere stato originato, in questo occasione, da un moto per certi versi spontaneo di anelito democratico ma ha ora bisogno di consolidarsi attorno a una concreta capacità di proposta;
4) esiste una questione di "condizione materiale" (aggravata dalla crisi internazionale e dalle incertezze del governo prima di tutto intorno alla vicenda europea e della relazione con gli USA) che si riflette in particolare nelle aree più avanzate e suoi settori maggiormente coinvolti nella fase della post-globalizzazione e dell'innovazione tecnologica: il tema molto sentito dell'assenza di programmazione industriale ne fa parte appieno.
Quale sinistra? Dialogo tra Valentino Parlato e Riccardo Lombardi - Sbilanciamoci - L’economia com’è e come può essere. Per un’Italia capace di futuro
lunedì 23 marzo 2026
Franco Astengo: Il No nel referendum
IL NO NEL REFERENDUM di Franco Astengo
Espressa la massima soddisfazione per l'esito referendario e in attesa di poter analizzare a fondo i numeri definitivi vale forse la pena porre alcuni immediati elementi di riflessione posti sul piano dell'analisi politica:
1) In tempi che rimangono comunque di forte disaffezione il tema costituzionale rimane comunque il "magnete" più importante per attirare all'impegno la parte democratica e progressista del nostro Paese. Accadde nel 2006, si ripeté nel 2016 e ancora 10 anni dopo, oggi: un ventennio segnato da tentativi di stravolgimento del nostro assetto democratico respinti dal voto popolare e dall'impegno unitario di forze politiche, sindacali, associative. Questo è il primo segnale da cogliere rispetto a questo risultato ;
2) la correlazione tra voto politico e voto referendario è apparsa evidente fin da subito: una correlazione che era già insita, infatti, nel metodo seguito per arrivare all'approvazione della riforma. Proposta di riforma costituzionale da parte del governo, nessuna possibilità emendataria da parte del Parlamento. Il modello della "decisionalità" espresso in forma autoritaria. Cosa ci poteva essere di più politico da proporre all'elettorato ? (ben oltre il tema specifico): stare o non stare con l'idea di una vera e propria trasformazione autoritaria. Era quello il merito dell'oggetto del contendere referendario;
3) non è stato notato anche da parte dello schieramento del "NO" il valore del referendum perduto nel 2025 sul tema del lavoro. In quell'occasione si aggregarono oltre 12 milioni di voti che, a mio giudizio, hanno costituito la base, quasi il piedistallo su cui si è realizzato il risultato di oggi. Analogo fenomeno si verificò nel 2016 con il referendum sulle trivelle: anche in quel caso non si raggiunse il quorum ma si fornì comunque una identità a un nucleo molto vasto (anche in quel caso al di là del tema specifico si giocò molto sulla questione democratica). Il punto rimane quello di riuscire a fornire occasioni di una identità ad un preciso settore sociale e culturale ("la nostra parte") che poi, in occasioni di ancor più ampia portata può riuscire a svilupparsi fino a formare aggregazioni potenzialmente vincenti. Una operazione di radicamento che i partiti in quanto tali nella loro conformazione attuale non riescono più a compiere fino in fondo;
4) Si conferma la spaccatura tra il Nord-Ovest lombardo-veneto- friulano e il resto del Paese dove il "NO" è sicuramente trainato dalle antiche zone rosse Emilia e Toscana ma dove anche Liguria e Piemonte forniscono un rilevante apporto mentre il Sud, con una bassa partecipazione, conferma la sua tradizionale ostilità referendaria (come nel caso del referendum del 2016). Il tema territoriale appare questione di grande delicatezza da affrontare soprattutto perchè mentre si sta applicando l'autonomia differenziata la possibilità di recrudescenza della problematica secessionista potrebbe rappresentare una eventualità non remota per l'agenda del sistema politico;
5) Un altro punto sul quale si dovrà appuntare l'attenzione sarà quello del peso delle grandi questioni internazionali e della guerra sull'orientamento politico complessivo. Argomento sul quale ci fermiamo per evidenti ragioni di economia del discorso;
6) Rimane intero il problema del "come e con chi" si dovrà avviare lo schieramento democratico - progressista verso la prossima scadenza delle elezioni politiche: su questo elemento andrebbe aperto un confronto molto largo non semplicemente ristretto all'interno delle forze politiche e comprendente anche il tema propriamente "politico" della configurazione dell'alleanza e non soltanto limitandoci alla pur fondamentale proposta programmatica.
sabato 21 marzo 2026
venerdì 20 marzo 2026
Luciano Belli Paci: LA COSTITUZIONE MESSA IN SCACCO DALLA FINE DEL PROPORZIONALE E LE RIFORME SENZA POPOLO
LA COSTITUZIONE MESSA IN SCACCO DALLA FINE DEL PROPORZIONALE E LE RIFORME SENZA POPOLO
La nostra Costituzione, disgraziatamente, non prescrive il sistema elettorale proporzionale. Il 23 settembre 1947, l'Assemblea Costituente approvò l'ordine del giorno Giolitti che così recitava: «L'Assemblea Costituente ritiene che l'elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale». Ma si preferì lasciare la materia alla legge ordinaria per non irrigidire il sistema elettorale.
Il fatto è che, tuttavia, la nostra Costituzione presuppone una legge elettorale proporzionale, o quantomeno presuppone che non vi sia un sistema elettorale con un premio di maggioranza attribuito a una minoranza (la "legge truffa", infatti, lo attribuiva solo a chi avesse superato il 50% dei voti).
Questa "presupposizione" risulta, oltre che dall'art. 48 (uguaglianza del voto), anche da una serie di articoli che prevedono i casi in cui il parlamento può deliberare solo con maggioranze rafforzate: per esempio art. 64 (regolamenti di ciascuna camera), art. 83 (elezione del presidente della Repubblica), art. 90 (messa in stato d'accusa del PdR), art. 138 (revisione della Costituzione).
Tutte queste norme prevedono che per deliberare occorra la "maggioranza assoluta dei membri" di ciascuna camera, o delle camere riunite in seduta comune. E' palese che questa prescrizione, in regime di legge proporzionale, obbligava a raggiungere un'ampia convergenza tra diversi partiti, o comunque assicurava che le scelte del parlamento godessero del sostegno di un'effettiva maggioranza del corpo elettorale.
La cosiddetta stagione del maggioritario, sull'onda dello scandalo di tangentopoli, impose a furor di popolo leggi elettorali maggioritarie che poi sono state frequentemente modificate via via peggiorandole: Mattarellum 1993, Porcellum 2005, Italikum 2015, Rosatellum 2017.
Nella foga di seppellire il proporzionale - e con esso i partiti storici (l'odiata "partitocrazia"), il parlamentarismo (gli esecrati "inciuci") e il principio di rappresentanza (l'unica cosa che conta è "sapere la sera stessa chi governerà") - sembra che i frettolosi legislatori non si siano accorti che, catapultando nell'ordinamento leggi che manomettevano sempre più in profondità, fino a stravolgerlo, il rapporto tra maggioranza popolare e maggioranza parlamentare, a Costituzione invariata, si sarebbe prodotto uno sconquasso nell'equilibrio democratico e istituzionale.
Eppure doveva apparire del tutto ovvio che, con leggi che regalano maggioranze assolute a nette minoranze - si pensi al 43% ottenuto nel 2022 dalla coalizione della Meloni e trasformato dal Rosatellum nel 59% del parlamento, o peggio al 29% ottenuto nel 2013 dal centro-sinistra e trasformato dal Porcellum nel 54% degli eletti alla Camera - le maggioranze qualificate previste dalla Costituzione non avrebbero più potuto svolgere la funzione di garanzia per la quale erano state pensate: la minoranza che vince la lotteria del premio controlla sempre la maggioranza dei parlamentari.
Invece di applicarsi ad adeguare la Costituzione al nuovo sistema, alzando l'asticella delle maggioranze qualificate oltre il livello regalato dai ricchi premi e cotillon, da decenni quasi tutte le maggioranze fittizie che si sono alternate hanno avuto la fissazione di marcare il territorio varando ambiziose riforme costituzionali.
Riforme che facilmente vengono bocciate dal corpo elettorale perché, appunto, le maggioranze di governo non corrispondono alla maggioranza del Paese. Fanno eccezione due casi: a) le riforme "del nemico", come quella del titolo V che venne confermata nel 2001 perché era un tale regalo alle destre che sarebbe stato assurdo rifiutarlo; b) le riforme più spudoratamente populiste, come la riduzione del numero dei parlamentari confermata nel 2020.
Per la riforma dell'ordinamento giudiziario varata dalla coalizione della Meloni prevarrà lo logica di schieramento politico, e dunque verrà bocciata, oppure prevarrà la seduzione delle ragioni garantiste (che sono naturaliter di sinistra) e/o delle spinte populiste anti-magistrati, e dunque verrà confermata ?
mercoledì 18 marzo 2026
lunedì 16 marzo 2026
domenica 15 marzo 2026
sabato 14 marzo 2026
giovedì 12 marzo 2026
mercoledì 11 marzo 2026
martedì 10 marzo 2026
domenica 8 marzo 2026
sabato 7 marzo 2026
giovedì 5 marzo 2026
Franco Astengo: Per l'opposizione
PER L'OPPOSIZIONE (analisi per punti) di Franco Astengo
1) Obiettivo di una possibile iniziativa quello del rafforzamento dell'opposizione in Parlamento e nel Paese (nel Paese livello di contrasto basso alla condizione derivante dal pericolo di guerra e dall'evidente restringimento dei margini di agibilità democratica all'interno anche nella prospettiva (pensiamo allo scenario che potrebbe delineare un'eventuale applicazione della formula elettorale contenuta nel ddl presentato dalla destra);
3) Potrebbe sembrare pleonastico segnalare i punti di crisi più evidenti. Eppure due temi vanno comunque sottolineati: a) la questione delle basi militari USA e delle forniture di armi alle petromonarchie del Golfo; b) la situazione economica che sta aggravando le condizioni di vita dei lavoratori e delle famiglie in un quadro di crescita delle disuguaglianze, di lavoro sempre più povero, di ulteriore abbandono dei settori strategici nell'industria, di riduzione ai minimi termini del welfare nei campi decisivi della sanità e della scuola. Occuparsi di questi temi considerandoli prioritari significherebbe tornare a intervenire sulla materialità delle condizioni popolari dopo fasi di assenza oppure (penso al M5S) di mera agitazione populistica. Ruolo fondamentale sotto questo aspetto tocca al Sindacato laddove non può essere sottovalutata la gravità della crisi e l'inasprimento che se ne profila nel breve periodo. Quanto al punto sulle basi e sulle forniture di armi inutile aggiungere che i relativi provvedimenti che dovessero arrivare in Parlamento sarebbero meritevoli di un serio ostruzionismo;
4) Riassumo quella che sbrigativamente riassumo come "questione democratica e costituzionale".
Una questione democratica e costituzionale analizzando la quale ci si trova costretti a misurarsi con un tema assolutamente decisivo: quello della "politica come comando". Beninteso non "governo come comando" (in dispregio di una concezione di raccordo tra verticalità e orizzontalità del potere in un discorso di equilibrio). L'equilibrio del potere viene accantonato quasi come un orpello del passato e sostituito da una concezione "comando" che arriva ormai a concepirlo come "dominio". Sta in questo punto tra l'altro la diversità tra gli USA (o almeno tra la presidenza Trump e vedremo l'esito elettorale del midterm) e le declinanti democrazie liberali europee e sta quindi anche la diversità con la Spagna nella quale il PSOE sta affermando, dopo tanto tempo, una "diversità socialista". "Diversità socialista" che ci si dovrebbe augurare trovasse spazio anche nel sistema politico italiano.
5) Proprio sul tema del "comando" sta il nucleo di senso della scadenza più ravvicinata e importante che ci troviamo di fronte, quella relativa al referendum del 22/23 marzo. Chi si illudeva di una "spoliticizzazione" della contesa si trova di fronte l'amara riprova del "totus politicus" dell'esito di questa scadenza. Le ultime settimane di campagna referendaria dovranno vedere il massimo impegno delle forze parlamentari attorno al punto "politico" inteso nel senso più alto e quindi non riferito semplicemente al tema degli equilibri elettorali: il senso più alto lo si ritrova però andando oltre la stessa difesa costituzionale (che pure va portata avanti con forza). Si tratta proprio del senso dell'agire politico e dell'agibilità dell'azione politica (in tempi di articolazione nell'uso dei mezzi di comunicazione di massa, la gran parte ormai in sintonia con la visione individualistica che percorre questa società nella cui realtà appare difficile individuare criteri adeguati per realizzare aggregazioni culturali e politiche di una qualche consistenza.
6) Emergono tanti altri spunti di intervento e di riflessione ma mi fermo a questo punto ritenendo di essermi impegnato sull'essenzialità della fase. L'acutezza delle contraddizioni impedisce la formazione di opinioni "mediane" e, nello specifico della situazione italiana e del tipo di destra attualmente al governo del Paese, non consente altra collocazione che quella di una opposizione di tipo nettamente bipolare .
7) Non ci sono margini per una eventuale "temperanza" di uno scontro che non può essere ridotto nel quadro di una semplice prospettiva di alternanza di governo. Un eventuale esito positivo del referendum ci chiamerà ad aprire un confronto in termini diversi da quello ipotizzabile fino a qualche mese fa in vista delle politiche 2027. L'eventuale "campo largo" dovrà essere costruito sicuramente in funzione difensiva, ma nell'eventualità di un successo elettorale dovrà aprirsi un discorso su "fase di transizione" e "alternativa". Sempre che il precipitare della situazione internazionale non azzeri tutto il discorso e si rendano necessarie azioni finalizzate prioritariamente al pericolo (o alla realtà') di guerra.
mercoledì 4 marzo 2026
martedì 3 marzo 2026
lunedì 2 marzo 2026
Che cosa non torna quando parliamo di classi sociali? Ultraricchi, precari, ceto medio “extra-large” e il problema dello sfruttamento oggi, Paola Arrigoni | Menabò di Etica ed Economia
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