giovedì 1 gennaio 2009

vittorio melandri: serve più che mai un'idea socialista di sinistra

Forse è vero che “non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza”, (Giovanni Sartori sul “corrierone” del 31 dicembre), ma sicuramente è certo che il modo di ridistribuire la ricchezza, in uso da sempre al -modo stabilito- delle classi dominanti, di qualsiasi fede e di qualsiasi cultura siano esse state espressione, anche prima che intorno al 1500 prendesse forma e si affermasse il “metodo” capitalista, è da sempre una “ridistribuzione” che induce su larghissima scala povertà, e non bastano i numeri assoluti dei benestanti (fra i quali siamo anche noi) a compensare il dato di fatto che oggi nel mondo i “miserabili”, sono di più di quanti fossero tutti gli abitanti della terra all’inizio del maledetto, ed insieme “mirabile” secolo breve.

Ma l’ineccepibile costituzionalista Sartori, da democratico uomo di destra quale è, non esita ad affermare che è appunto “la politicizzazione …. di sinistra …. (che). induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi”.

Così però, praticando lui una (ingenua?) confusione, perché dalla sequenza logica che impone di produrre prima e distribuire poi, fa conseguire che non si possa “anteporre” (meno che mai) il dovere di cogliere quanto siano intrecciati i due corni del problema (produzione e distribuzione) …. e tutt’al più, con una benevolenza frutto di un misto di filantropica e democratica condiscendenza propria di chi “sa”, condiscendenza espressa appunto nei confronti di noi “poveretti” di sinistra che “non sappiamo”, il prof. Sartori arriva a dire quanto la “distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa”.

Ma come si può arrivare, non dico ad estirpare, ma anche solo a tenacemente affrontare “iniquità, immoralità e dannosità” nel modo di distribuire, ed ovviamente nel modo di produrre, ricchezza, il professore non dice, forse per la brevità dello spazio concesso da un editoriale in prima sul Corriere.

Editoriale nel quale per altro, si trova spazio per citare “il tepore del benessere” di cui gode l’uomo occidentale, che, ottusamente (ma questo è una mia maliziosa interpretazione) deviato da una nefasta politicizzazione di sinistra, sembra aver dimenticato, sempre stando al professore, che i “diritti a qualcosa sussistono solo se prima c’è la cosa”.

Dal che se ne deduce che molti degli stessi diritti universali dell’uomo, di cui abbiamo da poco celebrato i sessant’anni di solenne affermazione, poiché per sterminate masse di uomini proprio non esistono come “cose”, non sussistono nemmeno come diritti.

Credo che insieme al comunicato del Cdr dello stesso Corriere della Sera, in cui si annuncia fra l’altro la prossima chiusura di un “miope contratto nazionale di lavoro” per i giornalisti, questo editoriale del democraticissimo prof. Sartori, sia la più efficace dimostrazione di quanto bisogno ci sia oggi in Italia di una forza socialista di sinistra.

Una forza socialista di sinistra capace di anteporre, in tutti i campi, una lotta senza quartiere all’iniquità, alla immoralità, alla dannosità di un pensiero unico, che sarebbe da sciocchi circoscrivere al solo recinto del “capitalismo”, ma che sicuramente è il pensiero imposto dalle “classi dominanti” di sempre, per quante metamorfosi abbiano esse vissuto nel tempo.

Serve più che mai una “idea socialista di sinistra” certamente aggiornata anch’essa nelle forme, ma capace di essere radicalmente fedele alla missione di contrastare democraticamente quelle classi dominanti che da sempre, sono capaci di anteporre il loro interesse a tutto.



Vittorio Melandri

6 commenti:

  1. Premessa: Sartori è sicuramente più immediato da capire quando si occupa di sistemi costituzionali o di leggi elettorali. Alcune sue posizioni neo-malthusiane, o articoli come quello che hai ripreso suonano, invece, un po' più stravaganti.

    Io però leggerei quell'articolo da un punto di vista completamente diverso. Ci vedo piuttosto gli spunti per una bella polemica anti-borghese (..."E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi").

    E' un fatto ormai assodato che la crisi della sinistra di governo è, in tutta Europa, immediata conseguenza dall'arrestarsi di quel ciclo espansivo iniziato dopo il '45 con la ricostruzione, e conclusosi più o meno nella prima metà degli anni '70, con il primo shock petrolifero. Un ciclo che non a caso qualcuno ha definito come i "30 gloriosi". La redistribuzione di ricchezza e l'avanzamento dei diritti sono stati possibili in quel contesto. Per contro, non appena la fase espansiva si è bloccata, abbiamo subito un immediato arretramento dei diritti del lavoro (in genere in nome di astrazioni come "competitività" e "flessibilità") e assistito, quasi immediatamente, ad una concentrazione di ricchezza nelle mani di un numero sempre minore di persone, con un conseguente aumento delle diseguaglianze. Quindi per chi sta a sinistra immaginare il modo per tornare a creare ricchezza è una necessità primaria.
    E ovvio - non so se lo sia per Sartori, ma non mi interessa più di tanto - che la ricchezza creata va poi redistribuita: almeno, questo dovrebbe essere l'obiettivo di chi ritiene che l'azione politica di una forza di sinistra debba avere per fine innanzitutto la giustizia sociale e la lotta alle diseguaglianze.

    Personalmente prendo l'articolo di Sartori per quello che vale, cioè una raffinata provocazione.
    E' sicuramente vero che in Occidente quasi nessuno si è posto il problema di come far ripartire l'economia.
    Anzi: fin quando certe "catene di Sant'Antonio" finanziarie hanno funzionato in molti si sono appassionati all'idea di una progressiva finanziarizzazione dell'economia.
    In particolare, troppi hanno evitato di chiedersi quale debba essere il nostro modello di specializzazione industriale di un paese come l'Italia. Con la conseguenza che è ancora oggi possibile sentire un imprenditore "di grido" come Della Valle dichiararsi a favore di aumenti salariali ma chiedendo in contropartita significativi aumenti di produttività perché "solo così potremo resistere alla concorrenza dei Paesi dell'Est [Nota: in realtà aveva citato esplicitamente la Romania!] e della Cina"... E' evidente quanto grande sia la confusione sotto il cielo. Un paese industriale dell'Occidente il cui modello di specializzazione industriale lo ponga in competizione con Romania e Cina ha già perso ogni tipo di partita ancor prima di incominciarla!

    Tra l'altro alcune delle affermazioni di Sartori (..."Il punto da capire sin d' ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c' è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati"...). potrebbero essere lette come lo sbeffeggiamento delle bislacche teorie ottimistico-consumistiche del nostro Presidente del Consiglio, convinto che un'iniezione di immotivato ottimismo e una ripartenza dei consumi delle famiglie, indipendentemente da quello che è il loro reddito reale e magari fondata sull'indebitamento individuale, possano essere la base per la ripartenza dell'economia. In questo senso, invece, sono importantissimi i moniti di Sartori sul fatto che la ricchezza prodotta in una società industriale avanzata deve andare innanzitutto ad accumularsi per essere poi investita nel processo economico.

    Personalmente vedo comunque qualche segnale che fa ben sperare. L'aggravarsi dello stato dell'ambiente e la crisi economico/finanziaria hanno dato spunto ai più avveduti (Obama negli USA, Sarkozy in Francia, i governi inglese e spagnolo e, per una volta, anche Bruxelles) per immaginare che la ripartenza dell'economia occidentale possa fondarsi sulla riconversione del nostro sistema di generazione e distribuzione di energia e sullo sforzo per la tutela dell'ambiente. Il pacchetto 20-20-20 appena approvato a Brussels (che si pone ambiziosi obiettivi per quanto riguarda rinnovabili, riduzione gas serra e risparmio energetico), o le condizioni imposte all'industria americana dell'auto per ottenere un sostanzioso sostegno dal governo federale ci mostrano la direzione da prendere.

    Sulla necessità di ricostruire anche in Italia una forza socialista di sinistra sono come puoi immaginare, assolutamente d'accordo.


    Pierpaolo Pecchiari

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  2. Concordo con Pecchiari su una diversa lettura dell'articolo di
    Sartori. E poi, dalle letture che ha fatto negli ultimi 10 anni di
    "spalle" su Corriere e il suo libro La democrazia spegata in 30
    Lezioni non ho trovato alcunchè di destra-liberista, anzi, un sacco
    di critiche al mercato miope" distruttore dell'ambiente, preciso,
    unico nel giro degli economisti italiani, che mette come primo dei
    problemi anzi causa di tutti gli altri problemi compreso lo
    sfruttamento del lavoratore da parte del capitalista. Trovo invece
    molti più liberisti (per me liberalsocialista i liberisti sono di
    destra) tra le nostre fila sotto diciture blasfeme (blasfeme almeno
    per Calogero e Rosselli che le hanno definite nelle loro riflessioni
    sul socialismo) come liberalsocialisti o socialisti liberali.
    Comunque gradirei segnalazioni di scritti di Giovanni Sartori
    inequivocabilmente di destra, io non ne ho ancora trovate.
    Come diceva Calogero a Valiani: "Ma non si dovrebbero dare
    giudizi su ciò che non si è letto !"
    Non sarà che si segue una vulgata stantia su Sartori ?
    Comunque io lo cito sempre per la questione demografia e quella
    ecologica e su queste questioni condivido pienamente.
    Ma anche sull'articolo in questione citato, che riporto qui sotto
    perché tutti possono leggere, sono pienamente convinto e lo
    dico da laico liberalsocialista (calogerianamentesenza trattino )
    ecologista.
    Anzi è domanda che proprio noi "riformisti" dovremmo cercare
    di rispondere non disgiunta da quella del
    "come produrre" oggi tenendo presenti i vincoli demografici sociali
    lavorativi ecologici.
    Buon approfondimento dialogante.
    Luigi Fasce - www.circolocalogerocapitini.it
    "L'IMPORTANZA DI CREARE RICCHEZZA
    L'idea dei soldi come manna

    di Giovanni Sartori
    da Corriere della Sera del 31 dicembre 2008

    Il 2009 sarà il primo anno - temo - di una tempesta economica
    perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non
    torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza.
    Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo
    sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna.
    Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo,
    anche per i non-più-giovani.
    Nell'ottica di quasi tutti la ricchezza c'è, così come c'è l'aria o
    il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i
    ricchi.
    E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più.
    I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché
    i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che
    li interessi.

    L'economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua
    politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la
    induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza
    al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche
    a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato
    una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la
    ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio
    sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita.

    Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua,
    moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un
    fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza
    della torta e la sua divisione in fette.
    Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della
    ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più
    probabile che produca povertà.
    In prospettiva - e la prospettiva ci vuole - fino alla rivoluzione
    industriale del primissimo Ottocento l'economia è stata
    prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento.
    Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza
    avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio,
    Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla
    società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese
    e, s'intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non
    ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in
    denaro da investire nel processo economico.
    Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione
    della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l'uomo è
    vissuto in grande povertà.
    Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato
    territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell'Ottocento. Ma
    sino al Novecento, talvolta inoltrato, l'uomo occidentale non ha
    conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere.
    Che da noi è durata soltanto una cinquantina d'anni. Per dire come si
    fa presto a diventare viziati.
    Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo
    peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin
    d'ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c'è la cosa. Il
    diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai
    soldi» presuppone che i soldi vengano creati."

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  3. Sartori sa benissimo che la Sinistra non massimalista ha, dal 900, posto la questione del "tosare la pecora" senza farla morire anzi ...
    Fa finta di non saperlo ed in questo è di destra!

    Sergio Tremolada

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  4. Stimolato da Luigi Fasce, mi sento in dovere di render conto della
    affermazione da me spesa in precedenza, con cui ho qualificato Giovanni
    Sartori alla stregua di "democratico uomo di destra".



    Concordo con Fasce, sono convinto con lui (e per nulla in modo strumentale),
    che "non si devono dare giudizi su ciò che non si è letto!".



    Ho cambiato il modo del verbo, "devono" al posto di "dovrebbero" (e mi
    assumo la responsabilità dell'arbitrio), non certo per irriverenza nei
    confronti di Calogero, ma ancora, per accentuare la mia adesione al dire di
    Fasce.



    Aggiungo che, consapevolmente lontano mille miglia, dalla acutezza di
    pensiero e dalla cultura di Giovanni Sartori, ho "condiviso" con lui
    (condivisione che dei due io solo conosco, sia chiaro) l'adesione dalla
    prima ora all'associazione L&G, e poi l'uscita dalla stessa; anche se il
    professore ha dimesso i panni del "Garante" quando CDB voleva far affari con
    Berlusconi, ed io non ho rinnovato la tessera di socio ordinario, quando L&G
    ha pensato bene di "concedere libertà di coscienza" ai soci, in occasione
    del referendum sulla Legge 40, quello sul tema della fecondazione assistita,
    abortito per mancanza di quorum.



    Non bastasse quanto qui esposto, aggiungo che a mia volta con Fasce
    condivido una lettura solo positiva delle posizioni espresse da Sartori sul
    drammatico ed esplosivo tema demografico, e sulle sue denuncie in materia
    ecologica, senza dimenticare che le sue generose e preziose "lezioni" di
    spalla sulla prima del Corriere, in argomento della sua materia, "il
    costituzionalismo", a me, cittadino semplice, sono state appunto solo
    preziosissime.



    Detto questo, la stantia vulgata di Sartori che non si considera uomo di
    sinistra (e che lo fa ai miei sensi un "democratico uomo di destra") l'ho
    sentita espressa da Lui, e l'ho fatta mia attraverso la Sua parola, non
    quella di altri.



    Mi si può a questo punto contestare che il mio orizzonte è limitato, e
    questo può essere vero.



    Ma continuo a credere che politicamente i due vasti campi esistenti siano la
    "destra" e la "sinistra", che al loro interno si possano distinguere
    aggregazioni varie dotate di trattini o meno, ma resto convinto che se non
    si è di sinistra, si è di destra.



    E vengo alle considerazioni di Pierpaolo Pecchiari, che per quel che vale il
    mio pensiero, mi trovano disponibile nel cogliere gli spunti "per una bella
    polemica anti-borghese", fermo restando che questa si può sviluppare anche
    da destra, cosa che in altre parti del mondo avviene senza che questo
    coincida di fatto, con il pescare nel retroterra culturale "fascista", che
    purtroppo da noi ancora tanta parte della destra nutre. (Ed ovviamente mi
    sento di precisare che in questo caso non mi sto riferendo a Sartori).



    A me pare comunque che la distribuzione della ricchezza, non è solo
    condizionata dalla sua necessitata, ed in quanto tale ovvia, esistenza, ma è
    condizionata, anzi, se mi si passa il rapimento del termine dal suo naturale
    ambito religioso, è consustanziale, al modo di produrla.



    Sin dal modo di produrre ricchezza si creano le condizione perché a fronte
    della indispensabile volontà politica" di farlo, si possa accedere ad una
    sua equa od iniqua distribuzione.



    A mio supermodesto parere invece, nell'argomentare di giornata di Sartori
    colgo, se mi si passa la "vulgata", un modo simile a quello del bue che dà
    del cornuto all'asino, per cui quello che vale è sempre la logica dei due
    tempi, e che prima si produca e poi si distribuisca quello che si è
    prodotto, vale quanto il contrario, e non è affatto conseguenza del
    deragliamento dell'economia con "la sua politicizzazione diciamo di
    sinistra", ma è conseguenza della sola logica "dominante" che interessi,
    quella dei "due tempi" appunto, su cui da sempre campa la destra più
    conservatrice dello statu quo, quello che meglio le si confà, che il tempo
    sia quello delle vacche grasse o quello delle vacche magre, non fa
    sostanziale differenza. (Possibile, come nota Sergio Tremolada, che Sartori
    non si sia accorto che la sinistra da quel dì si preoccupa di "tosare la
    pecora" senza farla morire anzi ... )



    Senza essere un economista, mi sono fatto la convinzione che la "scienza
    economica", che non è una scienza che studia un fenomeno esistente di per sé
    in natura, ma una scienza che studia un fenomeno che si è curata essa stessa
    di "creare", da sempre è condizionata dal potere dominante, e che questo sì
    esiste da prima dell'esistenza della scienza economica, e si fonda sull'esistenza
    del dominio dell'uomo sull'uomo.



    Dominio che in termini di principio si può solo subire o contrastare, e in
    termini di fatto, o sostituire con uno spostamento del dominio in capo a
    diversi dominanti, magari segnati da una ideologia (vedi sistemi comunisti
    realizzati), oppure affrontare con la determinazione di contenerlo, e
    realisticamente piegarlo a quei principi di equità che contraddistinguono da
    sempre il socialismo liberale di sinistra.



    Essere realisti, non significa rinunciare alle idee di libertà fraternità ed
    eguaglianza, che devono dettare anche la scrittura di una nuova economia e
    la sua edificazione.



    Scritto con l'intenzione di dare seguito al buon approfondimento dialogante
    augurato da Fasce e ripreso da tutti gli intervenuti sin qui.



    vittorio melandri

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  5. Solo per un'annotazione: leggendo l'articolo di Sartori non mi sono
    posto il problema se presentasse delle posizioni di destra o di sinistra
    solo per una sorta di "riflesso condizionato".

    In realtà il richiamo all'importanza di una comprensione dei meccanismi
    della creazione di ricchezza l'avevo trovata per la prima volta (almeno
    espressa in termini così fortemente critici verso la sedicente sinistra
    italiana) negli ultimi scritti di Napoleone Colajanni, che giudicava
    la questione dello sviluppo delle forze produttive una delle principali
    tra quelle che la sinistra avrebbe dovuto affrontare per ritrovare la
    sua identità smarrita.

    Tema centrale, perché la questione si porta dietro quelle della
    sostenibilità (ambientale e sociale) di un dato modello di sviluppo. E
    perché - almeno così intendeva Colajanni - un modello di
    specializzazione industriale si cambia quando solo lo Stato e la
    politica assumono un ruolo di guida e di indirizzo, e non certo per
    l'intervento della mano invisibile del mercato.

    Pierpaolo Pecchiari

    RispondiElimina
  6. Caro compagno Pecchiari,
    mi confermi con citazione qualificata che ignoravo
    quanto ho già detto
    < Anzi è domanda che proprio noi "riformisti" dovremmo cercare
    di rispondere non disgiunta da quella del "come produrre" oggi
    tenendo presenti i vincoli demografici sociali lavorativi
    ecologici.>
    Aggiungo che noi specificatamente di cultura politica socialista
    liberale e/o liberalsocialista in onore di Rosselli e Calogero-
    Capitini, potremmo veramente approfondire le due questioni poste
    peraltro strettamente interconnesse.
    A cui aggiungere però anche la questione
    a) del cosa produrre
    b) della partecipazione della componente lavoro alla gestione
    dell'impresa, pubblica e privata.
    vedi Costituzione Art. 46.
    Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia
    con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il
    diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti
    dalle leggi, alla gestione delle aziende." Peraltro mai attuato e
    purtroppo nemmeno proposto dal PSI al tempo del primo
    governo di centro-sinistra, quello peraltro non cosa da poco
    della nazionalizzazione dell'energia elettrica.
    Questa è la strada per riformare il capitalismo in senso socialista
    di sinistra.
    Senza che i lavoratori possano partecipare alla gestione delle
    aziende e senza che i socialisti non lo rimettano nel loro
    programma come si può pensare che il mercato globalizzato,
    che abbiamo consentito di imporsi in questi anni si lasciasse,
    né tanto né poco, ancora tosare.
    I risultati delle privatizzazioni e liberalizzazioni fatte passare
    sulla testa di lavoratori e cittadini (falsamente considerati solo
    consumatori) sono sotto gli cchi di tutti.
    Per nostra fortuna sulla questione della "partecipazione dei
    lavoratori all'interno dei processi decisionali aziendali" se ne fa
    un accenno nel Manifesto di Madrid e non si tratta dunque solo
    di mera cultura poltica politica.
    Certo su questa linea ci troviamo ad agire contro corrente visto
    che è passata la Legge 6 agosto 2008, n. 133 di cui
    Art. 23-bis Servizi pubblici locali di rilevanza economica
    che privatizza pure l'acqua.
    Propongo una attengta valutazione del Manifesto di Madrid e
    poi riprendere le questioni lasciate in sospeso sull'economia
    qui accennate:
    a)necessità di produrre
    b)cosa produrre
    c)come produrre
    d)produrre mediante l'integrazione tra capitale-forza lavoro.
    Se non ci occupiamo di economia cessa la nostra ragione d'essere
    socialisti. Tutti quanti i diritti civili patrimonio del nostro
    liberalsocialismo non bastano da soli per qualificarci socialisti.
    Buon dialogo a tutti.
    Luigi Fasce
    PS
    Un particolare saluto a Melandri per aver compreso e risposto in
    tono veramente amabilmente dialogante.

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