giovedì 6 ottobre 2011

Peppe Giudice: La sinistra si può rifondare solo oltre la II Repubblica

La sinistra si può rifondare solo oltre la II Repubblica

30 commenti:

  1. Mi complimento vivamente con Peppe Giudice, come al solito lucidissimo nelle
    sue analisi.
    La questione dell'ideologia effettivamente è centrale se si vuole tentare di
    far risorgere partiti degni di questo nome, una politica degna di questo
    nome.
    Sperando di non annoiare troppo i compagni del PD (ma la battaglia dovrebbe
    essere anche la loro, anzi soprattutto la loro !), ricordo che l'errore di
    fondo che ha portato a generare quel partito non è stato quello di puntare
    ad un'unione tra diversi - laici e clericali, rappresentanza sociale del
    lavoro e rappresentanza sociale dell'imprenditoria, sinistra e centro .... -
    bensì quello di farlo senza avere costruito (ammesso e non concesso che
    fosse possibile) una piattaforma ideologica sia pur minima che tenesse
    insieme quei diversi. Si è preferita la scorciatoia, la furbata, di
    sostenere che da questo si potesse prescindere, assumendo il dogma
    post-ideologico di cui parla Giudice.
    Il problema è che, così come in natura vi è l'horror vacui, in politica vi è
    l'impossibilità di fare a meno di un sistema di principi e valori per
    interpretare la realtà.
    Dunque chi afferma di non avere alcuna ideologia, anche se non se ne accorge
    non opera in assenza di ideologie, ma mutua necessariamente le ideologie
    altrui.
    Con l'aggravante, in questo caso, di negare perfino che di ideologia si
    tratti e di scambiare dunque per leggi naturali indiscutibili i dogmi del
    pensiero dominante, lasciando atrofizzare ogni capacità critica.
    Se di questo processo perverso fosse rimasto vittima solo il nostro
    particolare orgoglio di vetero socialdemocratici la cosa sarebbe
    evidentemente irrilevante per il resto del mondo. Il problema è che la vera
    vittima è l'autonomia della politica.
    E con la fine prossima dell'era berlusconiana, in un inquietante scenario di
    recessione, i nodi stanno venendo al pettine.
    Siamo ridotti così male che resta quasi solo la speranza nella "divina
    provvidenza", e cioè in una riunificazione dei cattolici democratici
    centristi che obblighi tutti quanti a disaggregarsi e riaggregarsi secondo
    logiche politiche di qualche solidità. Ebbene sì: voto per Vendola, ma in
    questo momento spero in Casini.

    Luciano Belli Paci

    RispondiElimina
  2. Bravissimo Beppe Giudice ed anche Luciano Belli Paci. A loro un vivo grazie.
    Di molte delle loro tesi ero da tempo convinto, di altre avevo una confusa
    coscienza, ma non una chiara consapevolezza. Penso che l'impianto logico
    delineato sia un imprescindibile punto di partenza per i veri progressisti.
    Cari saluti. Giovanni Baccalini

    RispondiElimina
  3. Concordo con il riconoscimento a Peppe Giudice, e faccio mia la sua
    conclusione: "è essenziale che chi nel centro-sinistra crede in uno sbocco
    socialdemocratico alla crisi della sinistra possa e debba far massa critica
    nel dibattito interno al di là dei partiti di appartenenza".

    Discordo invece dalla visione di Belli Paci. Credo che, non a caso, abbiamo
    visioni diverse della funzione del partito oggi - di qualunque partito ed in
    particolare del PD.

    Occorrerebbe scrivere un trattato su questo punto, perdonerete la sintesi
    affrettata.

    Nelle società articolate, a ciascun ruolo sociale (*) corrispondono
    specifici "interessi di ruolo" e questi hanno il pieno diritto di esprimersi
    nella azione politica; il riconoscimento di questo diritto è la base di
    qualunque atteggiamento liberale. Il partito è lo strumento organizzativo
    attraverso il quale una coalizione di interessi si organizza stabilmente per
    raggiungere scopi condivisi di medio termine. La definizione data chiarisce
    che il partito di cui stiamo parlando non è un partito ideologico,
    giustificato da una comunanza di valori profondi: si tratta invece di un
    partito di progetto, fondato su una comunanza di obbiettivi politici; ad
    esso possono aderire persone i cui sistemi di valori di riferimento siano
    anche significativamente diversi.

    Non c'è bisogno quindi che il partito (es il PD) abbia una piattaforma
    ideologica, che vada al di là di alcune scelte di campo generalissime. C'è
    bisogno, invece, che la abbiano, ben forte e salda, i singoli aderenti.
    Personalmente, sono pienamente d'accordo con le affermazioni di Giudice e di
    Belli Paci circa il dogma post ideologico, l'ideologia del superamento delle
    ideologie, l'atrofizzazione della capacità critica, ecc. E, dentro il PD,
    questa è una battaglia aperta, che si combatte ogni giorno.

    Ma, proprio per questo, se uno si ferma a fare un bilancio, dovrebbe
    chiedersi: cosa ho contribuito a FAR SUCCEDERE di utile? Credo che il
    dovere politico di ciascuno sia valutare quale sia lo strumento più utile
    per avvicinarsi alla realizzazione dei suoi obbiettivi, in accordo con i
    suoi valori.

    Pare che la scelta di molti, invece, sia scegliere l'ambiente politico ove,
    con più chiarezza e purezza, vengono affermati i propri valori (evitando
    anche di essere infastiditi dalla vicinanza della Bindi, ecc). Ma serve a
    qualcosa?

    Cari saluti

    Paolo Zinna

    RispondiElimina
  4. caro paolo tu scrivi:"Il partito è lo strumento organizzativo
    attraverso il quale una coalizione di interessi si organizza stabilmente per
    raggiungere scopi condivisi di medio termine. La definizione data chiarisce
    che il partito di cui stiamo parlando non è un partito ideologico,
    giustificato da una comunanza di valori profondi: si tratta invece di un
    partito di progetto, fondato su una comunanza di obbiettivi politici"
    la costatazione mia è che il pd non riesce da quando è nato a comunicare il suo progetto e i suoi obiettivi politici,neppure ora in mezzo a una crisi drammatica.il mio dubbio è che questa incapacità derivi proprio dalla mancanza di una comunanza di valori di fondo(o se preferisci da una ideologia nel senso positivo del termine).Da qui il peso inerziale della ideologia già disponibile nell'ambiente,il cosiddetto pensiero unico.Come appunto dice Luciano.

    RispondiElimina
  5. Al contrario io penso che, senza un presupposto alto e chiaro di valori e di
    principi, le forze politiche finiscono per inciampare e aggrovigliarsi nelle
    proprie stesse premesse, come accade di continuo ed inevitabilmente al PD.
    Cari saluti. Giovanni Baccalini

    RispondiElimina
  6. Come quasi sempre sono d'accordo con Giovanni. Penso fermamente che se non
    diciamo chiaro (anche a noi stessi) cosa vogliamo, non se ne esce. Poi
    magari sbagi e devi correggerti, non sulle cose centrali però G

    RispondiElimina
  7. Ciao a tutti.


    Avrei voglia di scrivere tante cose su quanto avete molto bene detto; provo a dire due cose sinteticamente, e con leggerezza, sperando che non venga fraintesa.


    1. Il problema del pd nel non saper dire soluzioni sulla crisi drammatica che stiamo vivendo per mancanza di valori comuni, di un'ideologia condivisa (Turci e altri, mi pare): non è per difendere una squadra da cui anche io mi sento spesso lontano, ma mi pare che il problema sia comune a una buona fetta di globo terracqueo (non ho notizie delle discussioni economiche su Marte, ma fonti di intelligence mi dicono che anche lì non sono messi tanto bene...)
    Al momento attuale, chi sta proponendo una soluzione alla crisi attuale? Starebbe forse nella mitica parola "eurobond"? ne dubito...(http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/2011/06/13/cambiamo_leuropa_un_appello_su.html) Ritroviamo Keynes? Ammesso e non concesso che le soluzioni di stampo keynesiano siano ripetibili, sono esse effettivamente risolutive, in questo momento? Personalmente dubito anche di questo, ma può essere un mio limite.
    In ogni caso, la/le soluzione/i a questa crisi sono molto più lente, molto più "prova-verifica-correggi - riprova", "un non esaltante processo di avanzamenti, rallentamenti e aggiustamenti", lo definisce Giuliano Amato in un articolo sul Sole24Ore; l'orizzonte deve certo essere quello della "economia sociale di mercato", ma anche questa formula va riempita di contenuti e concretizzata, tanto che - in modi molto diversi - viene utilizzata sia da Mario Monti che Giulio Tremonti (ne ho parlato qui più distesamente; Mario Monti lo trovate qui: http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/2009/02/01/legoismo_delle_nazioni.html e qui http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/2008/08/22/economia_sociale_di_mercato.html; scusate l'ineleganza di citare il mio blog, ma è semplicemente perché ritrovo più facilmente alcuni materiali...).
    Facile dire che i manchiamo di valori condivisi, che siamo vuoti di idee e cultura (cari compagni laici, vi siete accorti di quanto assomigliate ai preti, quando parlate così? Si fa per ridere, ma ve lo dice uno esperto del settore... ;-) Qualche proposta più concreta, che non sia il richiamo all'Islanda? (http://www.giornalettismo.com/archives/136541/il-modello-islandese-per-litalia-significa-fallimento/ )


    2. Una battuta ancora sull'"autonomia della politica" (Belli Paci). E' più forte di me, ma quando sento questa espressione mi preoccupo: sarebbe troppo dirvi che l'Autonomia della Politica (metto le maiuscola facendo ovvia forzatura) è stato il segno visibile dell'orribile secolo breve. Più pacatamente (ops, mi è sfuggito l'avverbio veltroniano, che lapsus rivelatore!) mi viene in mente Cossiga, che - se non ricordo male - in una battuta di un'intervista, parlando della politica sociale della Dc (e non solo della Dc!) ebbe a dire (cito a memoria, se sbaglio, corriggetemi...): "pensavamo di essere la San Vincenzo, pensavamo di non avere limiti alla spesa".
    Ecco, io temo che da parte di molti di voi ci sia un sincero desiderio di una politica autorevole e capace di essere il contraltare del necessario rigore finanziario (anche Trichet e Draghi vorrebbero un vero interlocutore politico, e non è una battuta...); ma la traduzione italiana di tutto questo rischia di essere "Rimettiamo mano al portafogli degli italiani e non guardiamo al bilancio".
    Ecco, una tale "autorevole" politica io non la voglio più; anche perché non è semplicemente più possibile...
    ... Anzi sì; è possibile: potremmo uscire dall'Europa! Come ho fatto a non pensarci? Chiamiamo un paio di Colonnelli per gestire il passaggio?


    Con affetto, sperando di non avervi fatto arrabbiare per la mia ironia...


    Francesco Maria

    RispondiElimina
  8. economia sociale di mercato è una bella espressione, che dopo il passaggio di Thatcher e repubblicani USA assomiglia alla quadratura del cerchio.
    Per esempio, buona cosa sarebbe un dazio per parificare gli oneri sociali. Oggi la tendenza dei liberisti è di parificarli al ribasso, cioè togliere le coperture sociali ai lavoratori occidentali. Mettersi a parlare di un dazio (farlo è un altro paio di maniche, spesso siamo in attivo come bilancia dei pagamenti, salvo che coi paesi petroliferi) potrebbe aiutare chi vuole introdurre forme di welfare nei BRICS.

    RispondiElimina
  9. Caro Claudio,


    proprio nel link che proponevo ( http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/2010/06/13/oltre_pomigliano_verso_dove.html ) dicevo quanto segue, che credo possa trovarti d'accordo: "(...) Tremonti ha voluto parlare di "Economia sociale di mercato"; la formula - che amo moltissimo - è nobile e bellissima in teoria, ma deve essere riempita di contenuti, e non deve essere un cappello sotto cui nascondere abbasssamento della dignità del lavoro, o sotto cui celare gli inevitabili conflitti sociali che questo frangente storico ci porterà a vedere. Reddito minimo di cittadinanza, infrastrutture materiali e educativo-culturali, una politica economica che guardi al sistema-paese e al sistema - Europa che ancora fatica a decollare; regole dei mercati finanziari, welfare-community (...); queste alcune delle possibili voci di un vocabolario che deve tornare a farsi comune e condiviso.
    Come spesso si è detto, anche se poco si è fatto in questo senso, più mercato non è alternativo a "più stato": si tratta di lavorare sulla qualità dell'intervento pubblico, rendendolo trasparente, condiviso, capace di portare risultati evidenti, che possano convincere i cittadini che la "mano visibile" dell'apparato pubblico è un elemento comunque essenziale nella costruzione di un paese moderno.(...) La sfida di guidare il paese e il continente europeo in una fase storica che è di fatto di impoverimento, richiede uno sforzo in più: locale e comunitario da un lato, globale dall'altro.
    E' notizia di pochi giorni fa che anche in Cina il costo del lavoro in alcuni distretti industriali si sta alzando, e le imprese vogliono delocalizzare ulteriormente, dopo aver approfittato del basso costo di quel paese.
    Non sarà possibile delocalizzare all'infinito, e l'economia sempre più integrata ci chiede di pensare che anche i diritti dei lavoratori sono universali. Su questo la voce dell'Europa - e in particolare delle forze progressiste, e di quelle cristiano-liberali - può e deve essere più forte. Per tutto il mondo."


    Detto ciò, probabilmente hai ragione, Claudio: prima o poi attraverso accordi multilaterali (speriamo, l'alternativa sono le bombe, tanto per semplificare) Cina, USA, ed Europa - e non solo - arriveranno a decidere una fluttuazione controllata dei cambi monetari e a misure continentali di "protezionismo morbido", chiamiamolo così; a livello continentale, per salvare quel tanto di dinamicità interna, ma preservando alcuni "dazi" che serviranno a "calmare" la competizione globale e a dare tempo alle economie di ristrutturarsi.


    Bene, questo può essere inevitabile. Il problema secondo me è che il rischio di questa "medicina" è che venga presa come cosa positiva in sé. E che il dazio per parificare gli oneri sociali (ma siamo sicuri che servirebbe? E siamo sicuri di non comprimere economie in espansione?) diventi in realtà SemplicementeDazio, scusa la formula...


    Non può comunque essere quello il futuro dell'economia. Chi decide quando il Dazio si toglie? Quando tutti hanno la pensione a quale livello? quando tutti hanno l'infortunio coperto a quale livello? certo, regole sul lavoro devono essere presenti e elaborate a livello internazionale, ma non puoi neanche incastrare le realtà in schemi che abbiamo deciso Noi...


    Insomma, va bene la medicina, va bene "mettere l'economia in ospedale"; ma per guarire. Non per rimanere in ospedale.
    E' su questo che ho dei dubbi, rispetto a molte proposte che stanno venendo sul come risolvere la crisi.
    Anche perché Ospedalizzando il mondo, lo rendiamo facilmente un Carcere...


    Con affetto


    Francesco Maria

    RispondiElimina
  10. Il problema non è la formula che descrive il sistema economico preferito. Economia sociale di mercato va bene, ma quale dovrebbe essere il modello di specializzazione industriale per il nostro Paese? Anche forme di limitato protezionismo sono comunque inutili quando il modello di specializzazione industriale è sbagliato!

    RispondiElimina
  11. L'Italia del boom economico presidiava con profitto tutti i settori industriali allora considerati strategici per lo sviluppo del paese. Acciaio, meccanica, chimica, petrolchimica, energia, telecomunicazioni, impiantistica industriale, cantieristica navale, e un po' tutte le branche dell'ingegneria hanno visto operare sui mercati nazionale e locale players anche di dimensioni rilevanti, in grado di reggere la competizione con concorrenti dagli altri paesi industrializzati dell'Occidente
    Questo modello è saltato tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, e di fatto gli unici settori che riusciamo a presidiare sono quelli in cui l'italianità conta ancora qualcosa in termini di marketing: agroalimentare, moda e lusso.

    Così non può funzionare. Basta leggersi gli ultimi report disponibili in rete (vedi http://www.osservatoriodistretti.org/) sullo stato semicomatoso dei nostri distretti industriali - cantati come un vanto del nostro ingegno ai tempi in cui si immaginava che l'impresa-rete potesse rappresentare un modello organizzativo vincente - per rendersi conto che la maggior parte di essi ha ceduto sotto la spinta della competizione globale.
    I distretti infatti coprivano settori industriali che sono stati tra i primi ad essere attaccati dai paesi di recente industrializzazione dell'Asia Orientale, e basta dare una scorsa a una lista dei distretti riconosciuti per legge per rendersi conto del motivo. Si trattava in massima parte di settori industriali relativamente poco sofisticati, con barriere all'ingresso di nuovi concorrenti bassissime o addirittura inesistenti. Sempre l'Osservatorio Nazionale Distretti Italiani mostra che il grosso di questi è raggruppabile nei settori abbigliamento-accessori, arredo casa, agroalimentare e, vivaddio, automazione meccanica (ma la lettura dell'elenco dei distretti appartenenti a quest'ultima categoria lascia sconsolati, visto che comprende anche i distretti del coltello (!!!) e delle valvole e rubinetterie, tutti manufatti che si possono comprare in Cina a prezzi ridicoli...)

    Il nanismo della piccola media impresa italiana (nanismo dimensionale, finanziario, organizzativo e culturale) ha fatto il resto.
    La piccole e media impresa, almeno nella maggior parte dei casi, non ha né le risorse finanziarie né la testa per fare le tre cose che oggi contano: approcciare in maniera sistematica il tema dell'innovazione di prodotto/processo; stare sui mercati internazionali costruendo partnership con soggetti locali anziché adagiarsi nello schema anni '60 agente-fiera; delocalizzare con intelligenza almeno una parte dei cicli produttivi. Il fatto che il grosso delle attività sia in settori dove uno startup o uno spinoff, quindi nuove iniziative, non richiedono né grosse dotazioni di capitale, né ricerca e sviluppo troppo sofisticati, né personale troppo qualificato spiega molto.

    Senza un'industria florida vengono a mancare posti di lavoro qualificati e ben retribuiti, e lo stesso settore dei servizi soffre.

    Ora, è possibile immaginare che lo Stato ritorni ad avere un ruolo importante, come fu negli anni '30 e, più avanti, negli anni della ricostruzione e del boom economico, nel ridefinire e nel rimodulare un nuovo modello di specializzazione industriale per il Paese? Immaginare che questo venga trovato semplicemente per i miracoli compiuto dalla mano invisibile del mercato è una bestialità, non è successo negli ultimi vent'anni e non vi sono ragioni per ritenere che accada in futuro.

    Intendiamoci, non è che si debbano per forza resuscitare le vecchie Partecipazioni Statali, ma le forme in cui lo Stato può operare per indirizzare e facilitare lo sviluppo industriale del Paese sono molteplici.

    Di questo tema però non parla nessuno, probabilmente perché è più facile scatenare la caccia al moderno untore, l'evasore fiscale.
    Di fatto, se anche tutti pagassero le tasse, l'industria italiana collasserebbe ugualmente...

    Pierpaolo Pecchiari

    RispondiElimina
  12. Carissimo compagno Claudio,
    come ti ho già detto a Volpedo hai fatto bene a rimettere in
    circolazione la questione "dazi" perché la parola non può essere più
    considerata tabù tantomeno a sinistra.
    L'unica cosa che mi sento di dire per raggiungere l'obiettivo che
    vogliamo, perecuare i costi dei prodotti, invece che di dazio
    parlerei di misure antidunping, peraltro misure già previste in oggi
    facendo ricorso al WTO. Certo ci vuole una azione corale dell'Europa
    per rendere efficace la contromossa liberalsocialista nei confronti
    del liberismo.
    Per approfondire il concetto vedasi "Antidunping"Parole chiave il
    Sole 24 Ore"
    Certamente sono misure tattiche e non certamente "il nuovo modo di
    produrre, cosa produrre e chi produce" ... ma assieme alla tassa
    sulle transazioni finanziarie intanto si può cominciare agire
    concretamente da subito a un riequilibrio dei mercati.
    Un socialista dialogante fraterno saluto.

    RispondiElimina
  13. Caro PPP

    ho netta l'impressione che anche i socialisti più a sinistra, cole lo sei tu, stiano lentamente scivolando verso una soluzione non precisamente buona: il nazionalismo protezionista.

    Come ho avuto occasione di dire a Volpedo, rispondendo in parte all'intervento di Bellavita che mi aveva preceduto, non sono e non saranno i dazi che ci salveranno, per alti che li mettiamo ormai il disastro è fatto e le produzioni a basso contenuto tecnologico o dei settori maturi (uno per tutti l'auto) sono ormai prodotti a costi infinitamente minori nell'ex terzo mondo, che oltretutto ha un poptenziale mercato emergente potentissimo, te lo immagini mettere la piccola Italia (60 milioni di abitanti) competere con CINDIA che fanno 2,5 miliardi di potenziali consumatori?

    Ai cinasi ed agli indiani, ma anche ai brasiliani ecc.ecc. ecc. interessa sempre meno esportare in Europa, il trend si è ormai rovesciato (se n'è accorto persino Tremonti).

    La sfida dei prossimi anni per i socialist, se ci fosse un'Internazionale Socialista degna di tal nome sarebbe la ricostruzione delle regole dei mercati finanziari, è lì in quel settore della finanza deregolata che esistono i virus che distruggeranno l'economia mondiale, ormai i segni sono evidenti, così com'è evidente che i capetti dei vari Stati (Obama compreso) non sanno che fare perchè sono figli di una ideologia ormai vecchia e superata: il liberismo. Già Marx ci spiegava 150 anni fa che il progressivo accumularsi delle risorse in poche mani avrebbe creato qualche problema.

    Gli Stati ancora oggi, Merkel e Sarkozy l'hanno ipotizzato due giorni fa, intendono continuare a gettare soldi pubblici nelle fornaci delle banche, è tempo di lasciar fallire qualche banca, così tanto per dare l'idea che il bel gioco della speculazione a rischio zero (tanto poi gli Stati ci salvano e così noi possiamo speculare sui debiti sovrani) sta finendo. Come opzione B è possibile pensare alla NAZIONALIZZAZIONE delle banche in procinto di fallire (ti salvo ma tu caro board della banca X te ne vai a casa e senza mega liquidazione).

    Occorre ricostruire le regole di una economia liberale classica (Bretton Woods fu questo) ed occorre ridefinire ed in fretta le regole per il movimento dei capitali, sino a che restano liberi di muoversi con un semplice click di mouse abbiamo poche speranze.

    Tutto il reto è un corollario, quali prodotti faremo, come li faremo e quando saremo in grado di farlo dipende solo da una scelta politica: riregolare i mercati finnanziari.

    Dario

    PS: sai cos'è la direttiva di Nixon sulle cipolle?

    IL vecchio delinquente negli anni 50 del secolo scorso era Governatore di uno Stato che produceva cipolle, ad un certo punto scoppiò la febbre dei futures sul mercato delle cipolle, e trick Dick fece una cosa molto semplice: una direttiva che vietava i futures sulle cipolle (è ancora in vigore oggi) e la speculazione finì. È la Politica bellezza!!!!!

    RispondiElimina
  14. io continuo a dire che il dazio non è necessario metterlo, ma basta
    l'effetto annuncio per smuovere qualcosa negli stati senza welfare, che per
    quanto poco democratici non possono a lungo posporre il consenso sociale
    allo sviluppo economico.
    Quanto a metterlo perdavvero, credo che persino l'Italia abbia la bilancia
    dei pagamenti attiva con Cindia

    RispondiElimina
  15. Caro Dario, concordo pienemente con la tua analisi. Del
    resto, persino in America, il New York Times e il Nobel Paul
    Krugman dicono "sono pazzi questi europei". E aggiungono che
    la BCE è l'unica banca centrale al mondo e nella storia
    che non può approvvigionarsi e approvvigionare
    direttamente il suo Stato (che sarebbe la UE)ma deve
    finanziare le banche private lasciando che lo Stato (sempre
    la UE) si rivolga alla speculazione del mercato. Dicono che
    non solo Bernanke, ma anche i governatori delle Banche
    Centrali di Cina, Giappone, India, Brasile, ecc. siano
    sbalorditi dalle regole di liberismo demenziale sancite con
    e dopo Maastricht.
    A ridatece BENEDUCE!!!
    Marco

    RispondiElimina
  16. Sarà, ma anche con un fisco svizzero (aliquote basse e evasori bastonati) e con una finanza regolamentata il problema del modello di specializzazione industriale rimane.
    Se Marchionne distruggesse definitivamente l'industria automobilistica italiana che racconteresti (racconteremmo) agli operai di Mirafiori? Probabilmente le stesse cose che stiamo raccontando ai lavoratori qualificati di quello che, un tempo, fu il distretto dell'EST Milano delle TLC e dell'elettronica: è l'economia, bellezza...

    Con il risultato che l'Italia scivola di rango nella classifica dei paesi industriali, con tutto ciò che ne consegue - ma io sono di sicuro uno sviluppista, e da ingegnere ci mancherebbe altro...

    Pierpaolo Pecchiari

    RispondiElimina
  17. Compagne e compagni,
    c'è da rimanere esterrefatti da questa informazione ... posso capire
    che con la mia "altra cultura" mi sia passata inosservata questa
    demenzialità monetaristica ma tutti i compagni del PSE economisti
    monetaristi, deputati, senatori presidenti PSE, che hanno governato
    in Europa da Maastrich in poi è mai possibile che fossero ignoranti
    su questo punto ?
    Propongo di mettere a punto come GdV e quant'altri interessati, una
    lettera al presidente del PSE, a Pia Locatelli e magari anche il
    presidente del consiglio europeo Schultz per chiedere cosa pensano di
    fare come socialisti europei.
    Una urlante indignazione socialista.
    Ne parliamo il 18 p.v. ad Alessandria ?
    Luigi Fasce

    RispondiElimina
  18. La notte porta consiglio, e stamattina, ripensando a quanto emerso durante la riunione di ieri sera, mi sono ricordato che la risposta alla richiesta di dare un filo conduttore alla nostra azione politica è molto semplice.
    L'attenzione ai contenuti può essere soddisfatta riprendendo le elaborazioni e le proposte della nostra "casa madre", il Partito Socialista Europeo.
    Questa è la fonte di saggezza alla quale abbeverarsi. E sarebbe dispersivo fare altrimenti.

    Se c'è un compito che possiamo darci, e per cui siamo adatti, è quello di diffondere sulla disperata e disperante scena politica milanese le idee e le proposte concrete del PSE.
    Se Dio vuole, "l'intendence suivra".

    A questo proposito, e in vista dell'organizzazione delle "lezioni" di economia politica, vi segnalo questo interessantissimo documento. Si tratta della bozza di rapporto sulla crisi economica, finanziaria e sociale e sulle misure e iniziative da prendere, preparata da Pervenche Béris per il Parlamento Europeo (http://www.pes.org/en/system/files/Draft_report_PB_EN.pdf).
    Non l'ho ancora letto tutto, ma ad una prima scorsa mi pare interessante. Apriamo il dibattito?

    In genere la proposta del PSE è semplice, e chi volesse farsi un'idea molto rapidamente troverà molto in queste pubblicazioni, in genere pieghevoli con informazioni molto sintetiche(http://www.pes.org/en/pes-action/pes-documents/publications).
    I temi sono sostanzialmente tre: la riconversione del nostro sistema industriale, il controllo del potere finanziario e la difesa del modello sociale europeo.
    Mi pare sia più che sufficiente per costruire una piattaforma di politica economica e sociale dignitosa e, come si chiedeva ieri, sufficientemente eterodossa, purtroppo, rispetto al miserrimo dibattito pubblico italiano.

    Come è ovvio, la strategia di uscita dalla crisi si fonda sull'impiego di fondi europei (quindi pubblici!) per una riconversione del sistema economico, con l'obiettivo di generare energia, produrre beni, e movimentare beni e persone in modo maggiormente eco-compatibile. Secondo stime PSE un'azione di questo tipo potrebbe generare in Europa circa 8 milioni di posti di lavoro.
    Per riprendere una polemica di ieri, mi pare che il PSE sia più attento a ragionare su un nuovo modello di sviluppo industriale - il ragionamento che provavo a fare, sia pure in termini diversi, con riferimento all'Italia - che non all'introduzione di dazi e tariffe doganali.

    Buona lettura...

    Pierpaolo Pecchiari

    RispondiElimina
  19. Caro PPP

    direi quello che ho detto più o meno un anno fa, al convegno che come LabourBuozzi abbiamo organizzato sulla crisi dell'industria a Torino, è cioè che l'auto è un prodotto maturo, che il suo mercato è solo più di ricambio, che le uniche soluzioni possibili per questo settore a Torino sono:

    1- la ricerca e la produzione di motori a basso consumo energetico, che già si fa, ma in cui FIAT si sta facendo un po' alla volta raggiungere da GM Powertrain che al Poli di Torino ha ormai un centro ricerche da 600 ricercatori;

    2- l'apertura del settore auto ad altri produttori, valorizzando ad esempio l'esperienza di Cecomp che ha rilevato da Pininfarina il progetto del motore elettrico, che sta già producendo a San Giorgio Canavese per la Francia, utilizzando le batterie al litio brevettate da Bollorè,

    3- il trasferimento a livello industriale di molte ricerche già messe a punto dal PoliTO.

    Per ripensare però una politica industriale degna di tal nome occorre però avere a disposizione delle risorse finanziarie non piccole, ma sino a che le risorse vengono lasciate libere di muoversi per la speculazione non arriveranno mai all'economia produttiva, i tempi per l'accumulazione dei profitti sono infinitamente più rapidi nel campo finanziario che non nel campo industriale. É giusto ragionare su una nuova programmazione economica ed industriale, ma sino a che non ci saranno risorse disponibili parleremo sempre di aria fritta.

    I dazi non risolvono nulla, arriviamo a proporli dopo che persino la Lega Nord ha abbandonato l'idea. Ormai i mercati emergenti non hanno più bisogno di esportare verso l'Italia per riempire i loro forzieri, quegli Stati stanno ormai sviluppando i loro mercati interni, che da soli valgono 20 volte quello italiano.

    Dario

    RispondiElimina
  20. Il link alla traduzione ufficiale in lingua italiana delle relazione che avevo segnalato stamattina è questo:

    http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-%2F%2FEP%2F%2FNONSGML+COMPARL+PE-441.228+01+DOC+PDF+V0%2F%2FIT&language=IT

    Come ammette lo stesso Nichi Vendola - a proposito di una discussione fatta ieri sera: "il socialismo europeo ed i partiti socialdemocratici hanno un livello di dibattito interno, di riflessione e di proposta globale infinitamente più avanzato di quello che si vede in Italia".

    Sono sicuro che se SEL assumesse come piattaforma di politica economica questa relazione - che è espressione della sensibilità politica e della capacità di analisi ed elaborazione progettuale di partiti socialisti o socialdemocratici che presto torneranno, nei loro paesi, ad essere forze di governo - le accuse di radicalismo estremista si sprecherebbero.

    Peraltro ribadisco quanto scritto stamattina: non c'è nessun bisogno di reinventare la ruota o l'acqua calda, se servono davvero i contenuti per caratterizzare una presenza socialista sulla scena politica italiana, il gruppo parlamentare a Strasburgo e, più in generale, il PES ce ne forniscono intere miniere.

    Si tratta, piuttosto, di avere la capacità di analizzare, discutere e fare propri questi contributi, per poi cercare di metterli all'ordine del giorno nell'agenda del dibattito pubblico italiano.

    Pierpaolo Pecchiari

    RispondiElimina
  21. Penso che senza idea forte di cooperativismo europeo originario
    invece che l'attuale libersimo di tutti contro tutti e conseguente
    programmazione europea, in special modo in campo economico, e
    pienezza di ruolo legislativo del parlamento europeo e presidente UE
    con poteri politici e ministri con reali poteri, BCE sotto la mano
    pubblica comunitaria, tutte le buone ricette indicate non avranno
    effetto alcuno.
    Ma prima di tutto il PSE ci deve credere, perseguirla e proporla con
    grande chiarezza agli elettori in ogni Stato e per le prossime
    elezioni Europee.
    Un socialista dialogante fraterno saluto.
    Luigi Fasce - cell.3391904417

    RispondiElimina
  22. Ufficio Internazionale del Lavoro (UIL) forte invece di forte WTO al
    quale nulla serve che tra i suoi compiti ci sia anche l'intervento
    sanzionatorio di antidumping (vedasi "Parola chiave Il Sole 24 Ore")
    ... se l'agire politico è sotto tutela di multinazionali e mondo
    finanziario l'UIL resta ancella impotente se non per sfornare
    diagnosi impietose senza peso.
    Anche l'ONU sotto Kofi Annan ha provato a mettere qualche freno alla
    globalizzazione liberista ma ha lascito il tempo che ha trovato.
    Passi avanti sono segnalati con "La relazione Berès alla Commissione
    Speciale del PE sulla crisi economica, sociale e finanziaria" ma si
    tratta di semplici indicazioni di commissione del parlamento EU.
    Quali le convergenze tra Programma Mountebourg e relazione Berès,
    quali le divergenze ?
    Lasciamo fuori per il momento l'Internazionale Socialista.
    Le sta valutando il PSE ?
    Quale sarà a questo riguardo il progetto PSE ?
    Purtroppo sappiamo il PSE è un coacervo di partiti nazionali che
    nelle politiche reali in molti casi perseguono ancore politiche
    liberiste.
    Un socialista dialogante fraterno saluto.
    Luigi Fasce

    RispondiElimina
  23. Trovo, in effetti, riconfortante il fatto che certe tematiche, come la difesa dei diritti dei lavoratori, al nord come al sud del mondo, stiano ritornando d’attualità tra i socialisti. D’altronde, se l’Internazionale si chiama così è perché i socialisti hanno storicamente creduto alla fratellanza degli uomini e ad i loro uguali diritti, aldilà di qualunque frontiera geografica. Come dicevi tu, occuparsi di queste cose sarebbe vocazione dell’Internazionale Socialista, se questa contasse ancora qualcosa – d’altronde, come scriveva Claudio Bellavita qualche giorno fa, basterebbe dare un’occhiata ai partiti membri di quest’organizzazione: fino a meno di un anno fa, ne faceva parte anche quello di Ben Ali...

    *

    * *



    La destra, ma anche la sinistra liberal de noantri, tacciano di “protezionisimo” e di “colbertismo”, un po’ come se fosse un anatema, qualunque proposta che tenti, anche timidamente, di regolare questa globalizzazione selvaggia. In realtà, un abisso separa il protezionismo populistico della Lega Nord e di Marine Le Pen dalla demondialisation di Arnaud Montebourg, il fair trade di un Stiglitz, o anche, se vogliamo, il juste echange di Martine Aubry. I primi giocano con la xenofobia, i secondi cercano, a modo loro, magari talvolta anche sbagliandosi, di regolare questa giungla che è diventata l’economia e la finanza mondiale. Ma questo dovremmo spiegarlo a Giavazzi e compagnia...



    Saluti socialisti,



    Diego

    RispondiElimina
  24. Negli emendamenti alla Dichiarazione di principi del PSE approvati dal Gruppo di Volpedo e fatti propri anche dal PSI Lombardia e dal Network c'è un passaggio specifico su misure compensative della mancanza di libertà politica e sindacale e del rispetto delle norme ambientali

    RispondiElimina
  25. Io temo che alcuni discorsi che stiamo facendo siano inapplicabili, o
    pericolosi.
    Scusate il facile liberalismo da manuale, ma se controlliamo troppo
    non aiutiamo a crescere, bensì soffochiamo. Tutti....

    Anche io vedo in un approccio multilaterale l'unica possibilità di
    temperare le dinamiche di questa crisi, ma al tempo stesso - mi rendo
    conto della contraddizione - sento che questo passaggio può essere
    pieno di rischi, rischi di forzatura e di eccessivo peso della
    politica, in nome del Bene

    Chi parametra il Giusto livello di sicurezza sociale e di diritti a
    cui attestarsi da un punto di vista globale?
    E' possibile decidere tale livello a prescindere dalla ricchezza di un paese?

    Vedo benissimo il "fine positivo" che questa regolamentazione vorrebbe
    perseguire, ma mi pare che ci sia il grave rischio che venga
    utilizzata solo per fini iperprotezionistici in senso bieco.

    Il linguaggio è sintomatico di ciò: perché "demondializzare"? Il
    punto riportato in una delle mail "(...) 3) “creare un’agenzia
    francese che calcoli il costo sanitario, ecologico, e sociale dei
    prodotti stranieri (...)" è abbastanza rivelatore dell'ambiguità di
    alcuni "buoni propositi". Allo "straniero" va applicato il calcolo dei
    costi...

    Il rischio che sinistra e destra estreme alla fine parlino la stessa
    lingua è altissimo, e forse non sarebbe così strano...

    Francesco Maria

    RispondiElimina
  26. Caro Francesco Maria,

    senza entrare troppo nel merito della tesi che difendi - "se controlliamo
    troppo non aiutiamo a crescere, bensì soffochiamo" - e che condivido se
    applicata ad un economia di stampo sovietico, ma che mi sembra eccessiva se
    si parla di regolare la giungla della globalizzazione odierna, vorrei giusto
    fare una precisazione sulla proposta di Montebourg che hai citato nella tua
    mail.

    I prodotti stranieri i cui costi sanitari, ecologici, e sociali andrebbero
    calcolati, sono quelli che provengono dall'esterno dell'Unione Europea. Non
    c'è nessun intento "ambiguo", semplicemente si tratta di assicurarsi che le
    T-shirts made in China che si vendono in qualunque negozio italiano siano
    prodotte nel rispetto delle regole sanitarie, ecologiche, e sociali alle
    quali sono sottoposte le aziende che producono all'interno dell'Unione
    Europea. Il problema non è, dunque, lo straniero, il problema è il rispetto
    delle regole. Peraltro, la Cina, che è molto meno liberale e liberista di
    noi europei, non si fa problemi a mettere dazi e ad inquadrare la produzione
    e commercializzazione dei prodotti stranieri sul suo territorio. En passant,
    i cinesi esportano con una moneta al 30-40% al di sotto della naturale
    quotazione di mercato. In pratica, siamo solo noi europei che permettiamo
    alle nostre aziende di produrre a prezzi orientali e a vendere a prezzi
    occidentali. Questa è una forma di speculazione e su queste cose è normale
    che intervengano i socialisti. Mi sembra che questo non abbia niente a che
    vedere con i pregiudizi xenofobi dell'estrema destra.

    Un saluto socialista,

    Diego

    RispondiElimina
  27. Caro Diego,

    il tuo discorso ha sicuramente elementi molto giusti, e abbiamo
    sofferto in passato di un liberismo che non ha fatto i conti con il
    problema delle regole da far rispettare a tutti: ma quando dico tutti,
    il primo esempio che mi vine in mente è un certo protezionismo di noi
    europei, nei confronti di altre nazioni europee
    (http://www.lavoce.info/articoli/pagina2028.html ).
    Ora, il problema del protezionismo - oltre al principale, e banale
    fatto che secondo me non fa crescere - è duplice, a mio modesto
    avviso: 1) quali sono i confini che si proteggono? 2) in una
    precedente mail, dicevo che il protezionismo era accettabile come cura
    temporanea: quando e come si "guarisce" riaprendo il mercato?

    RispondiElimina
  28. Sul punto 1, mi dici che i confini che vengono citati sarebbero quelli
    europei: e cioè? in quel punto in realtà si parla di "agenzia
    francese"... Secondo me in ogni caso protezionismo chiama
    protezionismo, e il rischio è che le nazioni europee, ancora poco
    integrate fra di loro, con la Grande Scusa della Crisi ricomincino (ma
    l'hanno mai cessata? vd. l'articolo della Voce citato poc'anzi) una
    pratica politica - comprensibile nel breve periodo - ma che rischia di
    portarci a maggiore povertà, e anche a qualche sbocco violento, a mio
    avviso...

    Questo indipendentemente dalle buone intenzioni: sicuramente le
    intenzioni socialiste sono diverse da quelle della Le Pen.
    Ma siamo politici accorti, e non possiamo non vedere che se la parola
    d'ordine che passa è "protezione contro il mondo", la grideranno più
    facilmente i nazionalisti. E' già successo, mi pare...

    Certo, la Cina gioca scorrettamente ed è un dovere politico tentare di
    riequilibrare questa posizione. Ma nulla è gratis: questo tentativo
    può essere fatto solo mettendo sul piatto il peso politico di Pechino,
    accettando quella nazione come interlocutore privilegiato; lo è già di
    fatto ma molto "sotto traccia". Siamo pronti ad accettare tutte le
    conseguenze del fatto di vedere la Cina pienamente protagonista? (vd.
    http://mondiepolitiche.ilcannocchiale.it/2011/08/24/africa_e_mo_costringere_la_cin.html)

    E detta anche in maniera cruda: quando noi come paese e come
    continente nel dopoguerra siamo cresciuti economicamente, avevamo
    tutti gli standard di qualità che ora richiediamo ai paesi emergenti?
    mi sembra quanto meno "furbo" che ora chiediamo agli altri ciò che
    anche noi non avevamo, e a volte non abbiamo tuttora.

    Io vorrei vedere le regole italiane - che comunque sono pesanti,
    Diego, chiediamolo a chiunque voglia investire in Italia, anche
    proveniente da paesi civilissimi, chiedete a chi si occupa di
    "tradurre" il diritto del lavoro italiano per le multinazionali... -
    applicate a tutti, cinesi e italiani, indifferentemente. Ma al tempo
    stesso vorrei maggiore capacità di costruire un tessuto produttivo.

    (E - se posso dirla in una battuta, perché il ragionamento chiederebbe
    più spazio ed è in parte fuori tema: vorrei meno regole, ma più
    controlli, ed efficaci sanzioni... Da noi non c'è stata la Thatcer, da
    noi c'è l'art.18, da noi c'è la valutazione dello stress correlato...
    e poi da noi c'è la tragedia delle operaie di Barletta, e c'è un
    altissimo numero di incidenti sul lavoro.... Forse qualcosa non va sul
    Quanto Legiferiamo/Regoliamo e sul Quanto - e Come - Controlliamo...
    Non che le cose siano in contraddizione fra loro, ma è come se il
    nostro discorso fosse sempre "astratto e normativo", e poco
    "concreto")

    Proteggerci dalla magliette "made in China" può essere un palliativo
    per i nostri sistemi economici, non la soluzione, temo.

    E dovranno essere i cinesi - e gli indiani, e i brasiliani - a
    chiedere al loro interno regole sociali nuove. La loro crescita
    economica sta gettando semi per una crescita della domanda di
    protezione sociale e di benessere. Questa "mano invisibile" - gulp,
    scusatemi - è lo strumento con cui i costi di produzione possono
    riequilibrarsi, non certo qualche regolamento, capace - temo, ma
    magari esagero - di creare più mercato nero, se arriva "a cose fatte",
    come di fatto è già fra noi la penetrazione degli altri continenti nei
    nostri mercati.

    E' forse inevitabile questo ritorno della mano pubblica a regolare il
    mercato, ma al tempo stesso molto pericoloso.

    L'importante è avere chiaro l'obbiettivo: aprire di più, integrare di
    più i mercati; se posso prendere spunto da un Papa che usava
    l'immagine in altro contesto: Non alzare Muri (di regole, aggiunta
    mia), ma costruire ponti (di scambi; certo con semafori e corsie un
    minimo segnate, ma con pochi check point...)

    Con affetto

    Francesco Maria

    RispondiElimina
  29. c'è qualcosa di più complesso.
    La Cina e la Russia di Stalin sono l'esempio di quanto in fretta si può
    avanzare economicamente a forza di piani quinquennali in un paese
    dittatoriale.
    I cinesi, però hanno dato largo spazio all'iniziativa privata, che ha
    accelerato il processo: quando aumenteranno le vertenze sociali,
    l'onnipresente partito che ha l'obbiettivo di restare sempre al potere
    scaricherà questi privati, dando loro tutte le colpe, e ne creerà di
    nuovi...
    L'occidente è diventato ricco sfruttando i poveri senza voce: prima quelli
    di casa, poi quelli delle colonie e infine quelli immigrati.
    Quando finisce questo ciclo si passa al primato della truffa finanziaria,
    che ha potuto operare in un mercato privo di controlli per la moda
    liberista: dalla padella alla brace e adesso si cerca di tornare nella
    padella, portandosi però dietro troppa brace.

    RispondiElimina
  30. Caro Francesco Maria,

    grazie per la tua mail. Senza voler essere a tutti i costi l'avvocato di
    Montebourg - come dicevo, alcune sue proposte andrebbero meglio precisate,
    se non corrette - penso che la sua idea di creare un'agenzia che calcoli il
    costo sanitario, ecologico, e sociale dei prodotti stranieri (cioè esterni
    all'UE) prima in Francia poi in seno all'UE, sia legata al fatto che ogni
    settimana nuove fabbriche sul territorio francese sono delocalizzate, mentre
    i tempi dell'Unione Europea, purtroppo, li conosciamo bene... Bisognerà,
    evidentemente, creare dei sistemi di protezione a livello europeo, ma con
    questi chiari di luna (24 su 27 dei governi dell'UE sono
    conservatori-liberali) penso che, per lo meno per quanto riguarda questa
    agenzia, sia già importante intervenire a livello nazionale.

    Un altro punto: è vero che, per secoli, il modello di sviluppo occidentale è
    vissuto consapevolmente sullo sfruttamento delle risorse economiche,
    ecologiche, ed umane del terzo mondo. Si tratta evidentemente di
    un'ingiustizia - anche se sono esistite in seno al campo occidentale voci
    critiche in materia. Detto questo, non capisco perché, in ragione del fatto
    che i paesi occidentali hanno imposto delle ingiustizie agli altri, adesso
    dovrebbero accettare le stesse ingiustizie da parte altrui, un po' come se
    si dovesse accettare il principio lex talionis ("occhio per occhio...")
    applicato a miliardi di persone. Un'ingiustizia resta un'ingiustizia, in
    qualunque campo ci si trovi: era giusto denunciarla quando era a nostro
    vantaggio, è giusto denunciarla adesso che è nostro svantaggio.

    Un saluto dialogante,

    Diego

    RispondiElimina